Il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo emerito di Genova ed ex presidente della Conferenza Episcopale Italiana e del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE), ha difeso la legittimità della convivenza tra la forma ordinaria e la forma straordinaria del rito romano, ricordando al contempo che Summorum Pontificum di Benedetto XVI non ha creato un nuovo rito, ma ha riconosciuto due forme di celebrazione della stessa liturgia romana.
In un’intervista concessa a AdVaticanum, il porporato italiano è stato interrogato sul crescente interesse di numerosi giovani per la liturgia tradizionale e sul modo in cui la Chiesa può integrare tale sensibilità senza che diventi motivo di divisione.
«L’unità della fede non è in discussione»
Bagnasco ha iniziato sottolineando che la crescente attrazione per forme di spiritualità più profonde non può essere compresa al di fuori dell’attuale contesto culturale.
«La necessità di spiritualità è molto diffusa nel nostro tempo, segnato dal secolarismo, cioè dal vivere come se Dio non esistesse», afferma il cardinale. A suo giudizio, quanto più la cultura contemporanea cerca di relegare Dio, tanto più Egli si fa presente nel cuore umano. «L’indifferenza, prima o poi, si trasforma in bisogno», sostiene.
A partire da questa riflessione, l’arcivescovo emerito ha ricordato che la Chiesa cattolica convive da secoli con diversi riti liturgici.
«Nella Chiesa cattolica esistono molti riti; a Milano, per esempio, c’è il rito ambrosiano», spiega.
In questo contesto, ha voluto precisare la portata della decisione presa da Benedetto XVI nel 2007.
«Il documento Summorum Pontificum non crea un nuovo rito liturgico, ma riconosce, all’interno dell’unico rito romano, una forma ordinaria e una forma straordinaria.»
«Se non diventano bandiere, perché no?»
Per Bagnasco, l’esistenza di entrambe le forme liturgiche non mette a rischio la comunione ecclesiale.
«L’unità della fede non è in discussione, ma le legittime sensibilità personali», afferma.
Il cardinale avverte, tuttavia, che tali differenze non devono essere assolutizzate né trasformarsi in elementi di confronto all’interno della Chiesa.
«Se, in questo ambito, le differenze non diventano assoluti, bandiere o partiti, allora perché no? Il bene delle anime è la missione della Chiesa.»
La famiglia e le vocazioni
Durante l’intervista, il porporato ha affrontato anche altri temi legati alla situazione della Chiesa in Europa.
Riguardo alla famiglia, ha sostenuto che essa rimane «la prima forma di società», riprendendo una nota espressione di Cicerone. L’ha descritta come l’unione stabile tra un uomo e una donna, aperta ai figli e rafforzata dal sacramento del matrimonio, e ha deplorato che la cultura contemporanea cerchi di diluirne il significato.
«Esiste un desiderio sistematico di ampliarne e diluirne il significato, come accade con tutti i punti di riferimento. L’obiettivo è lasciare confuse le nuove generazioni per poterle manipolare a beneficio del potere e del lucro», ha affermato.
Riguardo alle vocazioni sacerdotali, Bagnasco si è mostrato moderatamente speranzoso. Ha assicurato di percepire segni incoraggianti sia in Italia sia in altri Paesi europei e ha attribuito questo fenomeno al fatto che «Dio continua a chiamare».
A suo giudizio, i giovani non cercano proposte superficiali, ma ideali elevati capaci di dare senso a tutta la vita. «La mediocrità non li affascina», ha concluso il cardinale, convinto che la Chiesa debba offrire spazi di silenzio, preghiera e formazione in cui tali vocazioni possano maturare.