C’è stato un tempo in cui la scomunica poteva far inginocchiare un imperatore o provocare l’apostasia di un’intera nazione. Ma la scomunica non è più quella di un tempo, e ciò per opera della stessa Chiesa che oggi la brandisce contro la FSSPX. La storia conosce questi echi attenuati, queste tragedie che si ripetono come farse di cui parlò Marx identificando Napoleone III come ridicolo imitatore di suo zio. Neppure Leone XIV è Gregorio VII.
Ma se farsa è già un termine abbastanza appropriato per descrivere questo caso, avendo Tucho Fernández, con tutto il suo curriculum di assurdità, alla guida della scomunica, disponiamo di un termine ancora più adatto per descriverlo. Ce lo ha fornito il grande Valle-Inclán, e come avrete già intuito il termine è esperpento. Con il suddetto cardinale, e con il nuovo pontefice che lo sostiene, il Diritto Canonico è andato a passeggiare per il Callejón del Gato. Sì, ecco il custode (sic) della Dottrina della Fede trasformato in una deformazione grottesca del proprio ufficio. L’immagine del censore di Écône appare sul fondo del bicchiere con il Codice in pugno dopo aver fatto della dottrina una materia viscosa, adattabile, sentimentale, contestuale, liquida… Uno spaventapasseri così rivestito di porpora avrebbe deliziato Valle-Inclán, che avrebbe saputo trarre il massimo effetto teatrale da quella scomunica.
Prendersi così tragicamente sul serio quando da tempo si è persa ogni compostezza provoca un’emozione composta da vari ingredienti, tra cui lo stupore e il riso, persino la vergogna altrui, ma certo non il timore reverenziale. Che un simile personaggio promuova una scomunica in nome della purezza della comunione ecclesiale è semplicemente il colmo. È il colmo perché uno degli aspetti che più distanziano gli scomunicati dagli scomunicatori è che i primi denunciano, appunto, fino a che punto questi ultimi abbiano svuotato di senso i propri atti.
La dottrina è poco più del rapporto di un gruppo di lavoro, sempre dipendente dal contesto; la morale si è dissolta in quella misericordia senza giudizio che accompagna il peccatore cercando di non incomodarlo; la liturgia subisce da decenni la creatività parrocchiale; la Germania da anni sperimenta lo scisma a puntate e il Partito Comunista Cinese ordina vescovi; la Curia colloca cardinali al servizio di religiose prefette, mentre le coppie omosessuali vengono benedette purché non preghino in latino; il pastorale non è più condurre le anime verso la verità, ma dorare la pillola, fino a nasconderla del tutto, e la sinodalità ha fatto rinascere vecchie eresie lucenti, appena uscite da una sessione di brainstorming. Non sorprende che con un simile svuotamento la Dottrina della Fede sia finita nelle mani di un cardinale che discute Ratzinger, senza vergogna, flirtando con la teologia contestuale.
Sì, per questo prefetto, avallato dal nuovo Papa, gli atti ecclesiali non sono altro che rumore. Lo è anche la scomunica, pur essendo la pena massima della Chiesa, perché anche le armi più gravi diventano ridicole quando le impugna chi ha reso il proprio comando materia opinabile. Come può Roma pretendere che la sua scomunica sia presa sul serio dopo essersi dedicata per decenni a dimostrare che tutto, o quasi, poteva essere sfumato, contestualizzato, negoziato, tollerato, reinterpretato o benedetto con una nota a piè di pagina? È Roma stessa che ha svalutato per decenni il linguaggio con cui ora pretende di giudicare. Non dovrebbe stupirsi che la sua teologia liquida non impressioni. O forse non tutti sono buoni, scomunicati o no?
Quella Roma che disordina i propri segni di governo e poi pretende che la sua ordinanza penale suoni terrificante, si è guadagnata a buon diritto che il suo gesto più solenne possa suonare, in troppe orecchie cattoliche, come il fischietto del sereno. Non hanno diritto di lamentarsi.
Max Weber avrebbe capito la scena all’istante: nessuna autorità vive solo dell’ordine. Roma conserva tutto il potere, ma ha sprecato gran parte del credito della sua autorità. E questo non si recupera facilmente. Si guadagna con coerenza, proporzione, giustizia e fedeltà al deposito della fede… E non si è nemmeno mosso il primo passo! Quando si è in basso, ciò che si deve fare è smettere di scavare, e il cavatore Fernández non molla mai la pala. La sua scomunica fallisce due volte: giuridicamente, perché con una Nota pretende di proiettare su sacerdoti, fedeli e aderenti la condizione scismatica che solo può dichiarare con forma penale di Decreto; politicamente, perché spara da un’autorità che da anni bagna la propria polvere.
Così, la sentenza si dissolve nel volontarismo di chi scambia per realtà giuridica ciò che riesce appena a formulare come minaccia. Víctor Manuel Fernández è riuscito nell’impresa di trasformare la pena massima della Chiesa in un esperpento di tecnica canonica e in una confessione pubblica di impotenza.
E con quell’impotenza rivela anche la sua debolezza. Sicuramente Carl Schmitt si sarebbe sorriso davanti all’azione di Roma, considerando fino a che punto ne lasciava intravedere la cucitura. Chi amministra l’eccezione indica dove riconosce il pericolo, e mentre Roma ha creato eccezioni a destra e a manca per ciò che era più inammissibile, ha posto davanti a Écône il confine invalicabile. Quella «selettività dell’eccezione» tradisce le carenze dell’autorità: con la Germania tutto è processo, con Écône, limite assoluto.
La Chiesa postconciliare ha scoperto infine che l’Inferno non è vuoto, ma vi vede solo i seguaci di Lefebvre. Questi figli sono gli unici ai quali si dà una pietra quando chiedono pane. Non esiste modo migliore di confessare che il problema non è la disobbedienza, ma la direzione in cui ci si disobbedisce.
L’incapacità di Leone XIV di gestire quella disobbedienza mi ha fatto pensare, per contrasto, al re de Il Piccolo Principe. Saint-Exupéry concesse a questo personaggio una prudenza che Prevost non ha dimostrato di possedere. Quel monarca aspettava il tramonto per ordinare al sole di tramontare. Conosceva una verità elementare del governo: l’ordine che nasce già sconfitto non ingrandisce il sovrano, lo espone, e Leone XIV ha inaugurato il suo pontificato con quell’esposizione. La prima grande scena del suo regno è stata l’amministrazione solenne di una frattura.
Volendo apparire come garante della comunione, Prevost è stato ritratto come erede di un’autorità sprecata. Ha ricevuto una Roma abituata a tollerare l’intollerabile e, dopo aver affidato il delicato compito all’uomo che simboleggia la peggiore deriva dottrinale, ha scelto di rispondere a Écône con il gesto più severo quando la sua stessa parola era già stata pubblicamente ignorata. Senza aver restaurato l’ordine, ha certificato di non essere riuscito a imporlo.
Se la firma è di Tucho, il fallimento è di Leone XIV.
«Vogliamo la fede della Chiesa per rimanere nella Chiesa. E vogliamo la Chiesa per la fede e nella fede», ha detto Pagliarani, ed è qualcosa che neppure il Papa che li scomunica mette in dubbio. Écône parla di conservare, ricevere, trasmettere; parla di sacerdoti che celebrino la Messa, predichino la fede e amministrino i sacramenti come la Chiesa li ha ricevuti. E a tutto questo Roma risponde con la sua potestà di governo.
Mostrare il muscolo del potere è facile, ma non sembra il modo migliore per recuperare autorità. Perché ciò che ormai non si riesce a ottenere con tanta facilità è convincere che quella preoccupazione della FSSPX sia nata da un’indisciplina intollerabile e non da una genuina e santa necessità, accolta per la Gloria di Dio, per il bene delle anime e per la santificazione dei suoi membri e seguaci, ora scomunicati o goffamente minacciati di scomunica.
Troppi cattolici abbiamo sofferto i resti del suo incendio per accettare senza più che i rifugiati siano gli incendiari. Speriamo in Cristo la benedizione del Papa ai suoi figli della Fraternità.
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