Si si sta scrivendo molto sulle consacrazioni episcopali della FSSPX dall’altezza di chi discute il problema con un manuale giuridico. Ed è bene che sia così. Ma non dimentichiamo che i sacramenti non si ricevono in una nota a piè di pagina, bensì nelle parrocchie. E che le parrocchie sono quel luogo dove, quando un padre – o una madre – trova il coraggio di chiedere un rito tradizionale, scopre, dalla faccia stupefatta del prete, di aver chiesto qualcosa di proibito. Da quella sacrestia o ufficio parrocchiale volevo scrivere.
Se oggi voglio ricevere i sacramenti secondo il rito tradizionale della Chiesa, la realtà generalizzata è che me lo si vieta. Se voglio battezzare mio figlio in quel rito, o che comunichi per la prima volta in una liturgia che lo unisce ai suoi nonni e bisnonni, me lo si vieta. E non me lo si vieta con la fredda cortesia di chi applica un regolamento: me lo si vieta con una esplicitezza umiliante. Il sacerdote mi guarda come se gli avessi chiesto di custodire un carico di cocaina in sacrestia. Il panico, il disprezzo, la paura della rappresaglia del suo vescovo diocesano, il terrore di restare schedato per il resto della sua carriera: tutto questo gli attraversa il volto. Quel volto di panico è, oggi, il vero magistero pratico sulla Messa tradizionale. Davvero tutti i vescovi pensano che meritiamo questo trattamento?
Il problema è specificamente il Messale del 1962. Non il rito melchita, né il copto, né quello di un fedele di qualsiasi denominazione orientale: se quel fedele chiede il suo rito e ha un sacerdote, probabilmente non solo glielo si concede, ma lo si accoglie con affetto ecumenico, con curiosità rispettosa, con la soddisfazione del parroco che si sente speciale per averlo accolto. Tutta l’ospitalità liturgica del mondo è disponibile. Tutta, tranne una. L’unica tradizione a cui la Chiesa latina nega il pane e il sale è la propria.
Alcuni godiamo di un privilegio —e la parola mi sa di cenere—: vivere in una delle poche diocesi di Spagna dove un gruppo ristretto, con un permesso speciale, in cappelle di sua proprietà, fa quel che può. In quasi tutti i casi non c’è una sola parrocchia diocesana, ma quattro pareti proprie, sostenute con le risorse precarie di alcuni fedeli che pagano due volte: la diocesi con le sue tasse e la sua Messa con le sue elemosine. Lì, in via eccezionale, possiamo ricevere i sacramenti secondo il rito tradizionale. E con questo dobbiamo ritenerci soddisfatti. Con il fatto che nella mia città sopravviva una piccola cappella tollerata, dobbiamo tacere e ringraziare, perché è tutto ciò a cui ci si autorizza ad aspirare.
Nel frattempo, i nostri figli ricevono a malapena una catechesi degna di questo nome; a malapena riceviamo i sacramenti nella forma che più ci aiuta nella nostra debole fede; ce lo hanno vietato, ridotto, sorvegliato. E se qualcuno ne dubita, faccia l’esperimento: entri nella sua parrocchia e chieda, una sola volta, una sola Messa secondo il Messale del 1962. Osservi allora il panico, quel terrore da funzionario a cui si chiede di firmare qualcosa di compromettente. Quel terrore è la prova. È il quadro che conservatori e progressisti hanno sottoscritto di comune accordo, gli uni per convinzione e gli altri per comodità.
Dopo Traditionis custodes, la persecuzione non ha fatto che inasprirsi. Non si è cercato di pacificare nulla. Si è cercato di liquidare un rito con scadenze amministrative, sperando che muoiano i vecchi e desistano i giovani.
Perché questa è, senza eufemismi, la Chiesa che ci si prepara: una in cui il rito tradizionale è condannato all’estinzione per inedia; in cui il rito del 1969 —quello che Bugnini e i liturgisti di Paolo VI improvvisarono in un paio di stagioni d’ufficio— si impone come l’unica forma lecita di pregare, senza sfumature. Quell’uniformità nella modernità si applica con uno zelo che non si spende mai contro alcun abuso.
E quando qualcuno si ostina a mantenere viva quella continuità sacramentale di fronte al rischio certo della sua scomparsa; quando c’è chi resiste dicendo «ci atteniamo fedelmente e disciplinatamente al Santo Padre, crediamo quanto crede la Chiesa, ma lasciateci conservare la Messa dei secoli e il sacerdozio di sempre», la risposta non è il dialogo: è l’anatema. A questo siamo arrivati. A far sì che chiedere ciò che era legge universale fino a ieri trasformi un cattolico in un sospetto.
Migliaia di fedeli viviamo nell’umiliazione di dover chiedere abbassando la voce —se uno osa, perché già conosce la sceneggiatura— se sarebbe possibile, per favore, con tutto il rispetto, battezzare un figlio, celebrare una prima comunione o un funerale secondo il Messale del 1962, per il bene spirituale speciale che ci fa. E ci siamo abituati a quei no secchi, quasi offesi, con cui si risponde nella stragrande maggioranza delle parrocchie e delle diocesi. E inoltre a uscire di lì con la strana sensazione di aver commesso una colpa. Perseguitati. Emarginati. Indicati.
Di fronte a questo ci sono risposte, tutte rispettabili. C’è chi decide di resistere e affidarsi alla Provvidenza, e forse sia la via più santa. C’è chi punta alla battaglia lunga, cercando qua e là il vescovo più temperato, in qualche sede blindata dove si tollera ancora uno spiraglio in un angolo degli Stati Uniti, della Francia o della Germania. Ottima opzione per i sacerdoti. Ma mentre gli strateghi calcolano, io entro nella mia parrocchia, chiedo il battesimo tradizionale per mio figlio o un funerale vetus ordo per mio padre o nonno e esco di lì trattato come un delinquente. Mi succederà nel cento per cento delle parrocchie della mia diocesi, quindi torno alla cappella tollerata, alle quattro pareti di chi ancora, per il momento, ha il suo permesso puntuale. Benedette siano quelle cappelle. Questa è la nostra vita, e in questo punto esatto siamo.
Davvero è così che vogliamo condurre la battaglia, consegnandoci mansuetamente a una struttura diocesana che ci sputa, ci emargina e ci violenta ogni volta che chiediamo ciò che è nostro per diritto di secoli? Se qualcuno crede di sì, lo rispetto. Ciò che non farò —non essendo membro della Fraternità Sacerdotale San Pio X— è unirmi al coro di chi definisce scismatici coloro che scelgono di caricarsi dell’incomprensione, dell’emarginazione e persino della scomunica giuridica affinché la Messa di sempre (e tutto ciò che essa comporta) non muoia. Non li insulterò e non appenderò loro sambeniti, perché la realtà che viviamo noi fedeli comuni —non so quella dei chierici che hanno trovato un ombrello che li copra, ma certo la nostra— è semplicemente insostenibile. È vergognosa. È insultante. E la difesa dei sacramenti e del sacerdozio tradizionale non è più una questione di gusti liturgici: è uno stato di estrema necessità.
Salus animarum suprema lex, dice ancora l’ultimo canone del Codice. Un giorno bisognerà ricordare loro che lo scrissero loro.