Il papa Leone XIV ha inaugurato venerdì i lavori del concistoro straordinario con un appello diretto al Collegio cardinalizio per rafforzare la comunione ecclesiale e accompagnarlo nel governo della Chiesa. Nel discorso di apertura delle due giornate di lavoro, il Pontefice ha chiesto ai cardinali un sostegno «forte, esplicito e pubblico» al ministero petrino e li ha incoraggiati a esercitare con libertà, franchezza e spirito di servizio la corresponsabilità episcopale. Inoltre, ha insistito sul fatto che la missione evangelizzatrice deve continuare a essere il criterio che orienta il discernimento della Chiesa di fronte alle sfide del mondo attuale.
Il Papa chiede la collaborazione attiva del Collegio cardinalizio
Davanti ai cardinali riuniti nell’Aula Paolo VI, Leone XIV ha ricordato che la comunione ecclesiale non è una realtà acquisita una volta per sempre, ma un compito che esige conversione quotidiana, fiducia reciproca e capacità di ascolto.
Per questo ha voluto rivolgere una richiesta particolarmente personale ai membri del Collegio cardinalizio. Il Pontefice ha affermato che il ministero che ha ricevuto «non può essere vissuto in solitudine» e ha assicurato di aver bisogno dell’esperienza pastorale di coloro che governano le Chiese particolari sparse nel mondo.
«Ho bisogno del vostro sostegno: forte, esplicito e pubblico. Ho bisogno di sentirmi sostenuto da voi come da fratelli», ha affermato.
Accanto a questo sostegno, Leone XIV ha chiesto anche sincerità nel consiglio e libertà di esprimere opinioni, convinto che «un consiglio sincero è sempre un atto di comunione». Ha incoraggiato inoltre i cardinali ad aiutarlo a riconoscere sia i segni di speranza presenti nelle diverse Chiese sia le difficoltà e le resistenze che possono ostacolare la missione evangelizzatrice.
La missione, criterio di ogni discernimento
Uno degli assi del discorso è stato l’insistenza sul fatto che il concistoro non deve concentrarsi unicamente su questioni interne alla Chiesa.
«Non siamo qui, innanzitutto, per riflettere sulla vita interna della Chiesa», ha affermato il Papa.
A suo giudizio, tutte le questioni che affronteranno durante queste giornate —la situazione del mondo, la pace, il bene comune o la sinodalità— convergono in un’unica domanda: come aiutare oggi le Chiese particolari ad annunciare il Vangelo «con maggiore fedeltà, libertà e credibilità».
Leone XIV ha ricordato che la missione non costituisce un’attività in più tra le tante che svolge la Chiesa, ma la sua stessa ragione di essere. Proprio per questo ha sostenuto che ogni decisione pastorale e ogni processo di discernimento devono essere sempre orientati da quell’orizzonte evangelizzatore.
Quattro grandi temi per due giornate di lavoro
Il Pontefice ha spiegato inoltre la struttura del concistoro straordinario, organizzato attorno a quattro grandi blocchi di riflessione.
La prima sessione sarà dedicata a contemplare la realtà del mondo con sguardo credente prima di proporre risposte pastorali. «Prima di chiederci cosa fare, dobbiamo fermarci davanti alla realtà», ha sottolineato.
Successivamente, i cardinali affronteranno il rapporto tra la cosiddetta «cultura della forza» e la «civiltà dell’amore», prendendo come riferimento l’enciclica Magnifica humanitas. Leone XIV ha manifestato il suo interesse a conoscere come viene accolto quel documento nelle diverse Chiese particolari e quali sfide pone in contesti segnati dalla guerra, dalla violenza o dalla polarizzazione.
La terza sessione approfondirà il contributo della dottrina sociale della Chiesa alla costruzione del bene comune, mentre la quarta sarà dedicata allo sviluppo del processo sinodale e alla sua applicazione nella vita ecclesiale.
Una sinodalità intesa come atteggiamento
In diversi momenti del suo intervento, Leone XIV ha voluto precisare cosa intende per sinodalità, un concetto che, come ha riconosciuto, è stato interpretato in modi diversi.
Il Papa ha affermato che la sinodalità «non è innanzitutto un insieme di procedure», ma un atteggiamento spirituale che implica ascoltare, discernere e assumere insieme la responsabilità delle decisioni che riguardano la Chiesa.
Inoltre, ha respinto l’idea che questo cammino riduca l’autorità di chi esercita responsabilità di governo.
Al contrario, ha spiegato che l’autorità esiste per custodire la comunione, favorire la partecipazione di tutti e orientare il cammino comune del Popolo di Dio.
«Anche noi impariamo la sinodalità mettendola in pratica»
Come novità nella metodologia di questo concistoro, Leone XIV ha annunciato che gran parte dei lavori si svolgerà in gruppi, una modalità poco abituale nelle precedenti riunioni del Collegio cardinalizio.
Il Pontefice ha riconosciuto che per molti cardinali questa forma di lavoro rappresenta un’esperienza nuova, ma li ha invitati ad affrontarla con fiducia, convinto che anche i pastori della Chiesa sono chiamati a imparare lo stile sinodale esercitandolo nella pratica.
Tuttavia, ha precisato che continuerà a esserci spazio per gli interventi personali e per fargli pervenire osservazioni riservate, preservando così la libertà di espressione di ogni cardinale.
Lasciamo di seguito le parole complete:
Cari fratelli cardinali:
Vi do il benvenuto e vi ringrazio di cuore per aver accettato ancora una volta il mio invito. La vostra presenza manifesta la sollecitudine per tutta la Chiesa che condividiamo nel servizio al Popolo di Dio e alla missione che il Signore ci ha affidato.
Nel Concistoro dello scorso mese di gennaio ho espresso un desiderio semplice: che questi incontri ci aiutassero a imparare sempre più a «lavorare insieme al servizio della Chiesa» e a proseguire «una conversazione che mi aiuti nel servizio della missione di tutta la Chiesa». Non erano solo parole introduttive. Continuo a pensare che questa sia una delle responsabilità più importanti affidate al Collegio cardinalizio. Anche noi, come tutta la Chiesa, impariamo camminando. La comunione non è mai un risultato acquisito una volta per sempre: rimane una conversione quotidiana, che prende forma nella preghiera e attraverso atteggiamenti concreti, relazioni di fiducia e disponibilità a ascoltarci reciprocamente.
In questi mesi ho avuto occasione di ricordare più volte che siamo chiamati a essere costruttori della comunione di Cristo, una comunione che prende forma in una Chiesa sinodale in cui tutti cooperano nella stessa missione, ciascuno secondo il proprio carisma e il proprio ministero.
Come ho detto alla Curia Romana, questa comunione «si costruisce, più che con le parole e i documenti, mediante gesti e atteggiamenti concreti che devono manifestarsi nel quotidiano, anche nell’ambiente di lavoro» (Discorso alla Curia Romana in occasione del saluto natalizio, 22 dicembre 2025). Non siamo custodi di interessi particolari, ma «discepoli e testimoni del Regno di Dio, chiamati a essere in Cristo fermento di fraternità universale» (ibid.).
Per questo motivo ho desiderato che il nostro lavoro si concentrasse su quattro temi profondamente legati tra loro.
In primo luogo, siamo invitati a contemplare il mondo in cui la Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo. Prima di chiederci cosa fare, è necessario fermarsi davanti alla realtà, guardarla con gli occhi della fede e lasciarsi interpellare dall’ascolto dei fratelli. Come ho ricordato poche settimane fa, «Gesù cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana. Egli è il Dio vicino che cammina con il suo popolo, il Signore della storia» (Omelia nella “Plaza de Cibeles”, Madrid, 7 giugno 2026). Anche oggi il Signore continua a precederci nella storia, e la Chiesa è chiamata innanzitutto a riconoscere la sua presenza.
Successivamente rifletteremo insieme sulla cultura del potere e sulla civiltà dell’amore. Molti di voi provengono da terre segnate dalla guerra, dalla violenza, dalla polarizzazione sociale o religiosa. Ma nessuno di noi è estraneo alle molte forme di conflitto, di abuso e di frattura che attraversano oggi le nostre società. Per questo, il discernimento che siamo chiamati a compiere ci riguarda tutti e interpella la missione della Chiesa in ogni contesto. L’enciclica Magnifica humanitas ci offre alcune chiavi preziose per leggere questo tempo. Mi interessa soprattutto ascoltare come risuonano queste pagine nelle vostre Chiese, quali interrogativi suscitano, quali prospettive aprono, quali passi suggeriscono. Infatti, un’enciclica continua il suo cammino quando viene accolta, interpretata e incarnata nella vita concreta delle Chiese.
La terza sessione approfondirà nuovamente la Magnifica humanitas, interrogandosi sul contributo che la Chiesa può offrire alla costruzione del bene comune. Viviamo in un tempo in cui cresce la tentazione della frammentazione e prevalgono facilmente gli interessi particolari. La Dottrina sociale della Chiesa ci ricorda che il bene comune non nasce spontaneamente, ma esige responsabilità condivise. Per la Chiesa, questo assume una forma molto precisa: uno stile sinodale al servizio della missione del Regno. Lo ricorda l’enciclica Magnifica humanitas al n. 86, aggiungendo che ciò richiede attenzione al modo in cui si prendono le decisioni e si esercitano le responsabilità, nella trasparenza, nella valutazione e nella corresponsabilità.
Infine, dedicheremo una sessione al cammino di applicazione del Sinodo. Quest’ultima sessione non apre un tema nuovo, ma raccoglie e mette in relazione quanto avremo condiviso nelle sessioni precedenti. Davanti alle ferite del mondo, alla costruzione del bene comune e alla missione della Chiesa, la sinodalità indica un modo di procedere: ascoltare, discernere e assumere insieme la responsabilità delle decisioni che il Signore ci affida. La sinodalità non è innanzitutto un insieme di procedure; come ho avuto occasione di dire più volte, la sinodalità è un atteggiamento, un’apertura, una disponibilità a comprendere. A volte è stata interpretata come una diminuzione dell’autorità. In realtà, ci aiuta a comprendere più profondamente il significato dell’autorità stessa, che esiste per custodire la comunione, favorire la partecipazione di tutti e orientare il cammino comune della Chiesa.
Queste quattro sessioni trovano la loro unità nella prospettiva missionaria che abbiamo condiviso nell’ultimo Concistoro e che ho ricordato nella lettera dello scorso mese di aprile. Non siamo qui innanzitutto per riflettere sulla vita interna della Chiesa.
Tutti i temi che affronteremo —lo sguardo sul mondo, la pace, il bene comune, la sinodalità— convergono in un’unica domanda: come possiamo aiutare oggi le nostre Chiese ad annunciare il Vangelo con maggiore fedeltà, libertà e credibilità? La missione non è uno dei tanti compiti della Chiesa. È la sua ragione di esistere e, proprio per questo, diventa anche il criterio che orienta il nostro discernimento. Quando impariamo ad ascoltarci, a portare insieme le responsabilità, a riconoscere l’azione dello Spirito nelle diverse Chiese, non stiamo solamente migliorando il nostro modo di lavorare; stiamo diventando una Chiesa più capace di incontrare gli uomini e le donne del nostro tempo e di dar loro testimonianza della gioia del Vangelo.
Per questo desidero chiedervi un aiuto particolare. Il ministero che il Signore mi ha affidato non può essere vissuto nella solitudine. Ha bisogno della vostra esperienza, della vostra sapienza pastorale, della vostra conoscenza delle Chiese e dei popoli che vi sono stati affidati. Conto su di voi perché mi aiutiate a discernere ciò che lo Spirito dice oggi alla Chiesa. Ho bisogno del vostro sostegno: forte, esplicito e pubblico. Ho bisogno di sentirmi sostenuto da voi come da fratelli.
Vi chiedo, quindi, di accompagnarmi non solo in questi giorni di lavoro, ma anche nel servizio quotidiano alla comunione della Chiesa universale. Aiutatemi ad ascoltare ciò che emerge nelle Chiese, a riconoscere i segni di speranza che spesso crescono nel silenzio, ma anche a non ignorare le fatiche, le incomprensioni e le resistenze che possono rallentare il cammino. Ho bisogno della vostra libertà, della vostra franchezza e della vostra lealtà. Un consiglio sincero è sempre un atto di comunione.
Vi chiedo inoltre di sostenere, ciascuno nella propria Chiesa e nel proprio ministero, questo stile di discernimento ecclesiale. So che esige pazienza e che a volte suscita interrogativi. Tuttavia, sono convinto che il Signore ci sta insegnando un modo più evangelico di vivere insieme la responsabilità che ci ha affidato. Anche da questo dipendono la credibilità della nostra testimonianza e la fecondità della nostra missione.
Desidero, quindi, incoraggiarvi a vivere con convinzione il lavoro nei gruppi. So bene che, per molti di noi, non è il modo abituale di svolgere un Concistoro. E, tuttavia, anche questo fa parte del cammino per cui il Signore ci sta conducendo. Naturalmente, rimarrà spazio anche per gli interventi personali e, come sempre, ciascuno potrà farmi pervenire liberamente osservazioni o riflessioni riservate. Ma vi chiedo di entrare con fiducia in questo esercizio ecclesiale. Anche noi impariamo la sinodalità mettendola in pratica; impariamo insieme a crescere nella comunione. Vi ringrazio fin d’ora della vostra disponibilità, della vostra libertà interiore e del vostro amore per la Chiesa.
Affidiamo questi giorni allo Spirito Santo, perché ci renda docili alla sua voce e ci conceda la grazia di cercare insieme ciò che meglio serve al Vangelo e al bene del Popolo di Dio.
Grazie.