Il Parlamento irlandese ha approvato mercoledì l’eliminazione del periodo obbligatorio di riflessione di tre giorni prima dell’aborto, una misura che, secondo le stesse cifre ufficiali, ha permesso a più di 10.000 donne di non completare il processo abortivo dal 2019. I gruppi pro-vita denunciano che scompare una delle ultime garanzie legali per la protezione del nascituro nel Paese.
La riforma, approvata con 86 voti contro 70, elimina l’obbligo di attendere tre giorni tra la prima consultazione medica e la pratica dell’aborto durante le prime dodici settimane di gravidanza. Sebbene debba ancora superare nuovi iter parlamentari, il voto rappresenta un nuovo passo verso la liberalizzazione della legislazione abortista irlandese.
Più di 10.000 donne hanno rinunciato all’aborto
I dati ufficiali mostrano che tra il 2019 e il 2024 circa 10.400 donne non sono tornate per la seconda consultazione medica necessaria per completare l’aborto.
Sebbene alcuni di questi casi corrispondano ad aborti spontanei o a invii ospedalieri, i difensori della vita sostengono che migliaia di donne abbiano ripensato alla propria decisione grazie al tempo di riflessione previsto dalla legge.
Proprio questo dato è stato uno dei principali argomenti addotti da chi si oppone alla riforma. Per loro, il termine obbligatorio offriva uno spazio per la riflessione davanti a una decisione irreversibile e contribuiva a salvare vite umane.
Un record storico di aborti
Durante il dibattito parlamentare, Peadar Tóibín, leader del partito pro-vita Aontú, ha denunciato il continuo aumento del numero di aborti dalla legalizzazione promossa dopo il referendum del 2018.
Come ha ricordato, lo scorso anno sono stati registrati 10.852 aborti, la cifra più alta da quando l’Irlanda ha aperto la porta a questa pratica.
«Equivale a 400 aule di bambini che non sono più con noi a causa di quella legge sull’aborto. È assolutamente straziante», ha affermato il deputato.
Tóibín ha sottolineato inoltre che nel 2018 si sono registrati 2.879 aborti e che, da allora, il numero è triplicato in appena sette anni.
«Non esiste alcuno sforzo da parte dell’establishment politico per comprendere perché si sia verificato questo aumento né per alleviare questo terribile costo umano», ha lamentato.
Dal baluardo cattolico alla liberalizzazione dell’aborto
Il voto simboleggia un nuovo capitolo nella profonda trasformazione culturale e religiosa vissuta dall’Irlanda negli ultimi decenni.
Il Paese che per generazioni è stato considerato uno dei principali baluardi del cattolicesimo in Europa ha approvato nel 2018 l’abrogazione dell’Ottavo Emendamento della Costituzione, che proteggeva il diritto alla vita del nascituro. Il referendum è passato con il 66,4% dei voti contro il 33,6% che difendeva il mantenimento della protezione costituzionale.
Da allora, la legislazione abortista si è progressivamente ampliata, mentre il numero di aborti registrati ogni anno ha continuato a crescere.
Critiche per l’eliminazione delle garanzie promesse
La riforma ha generato critiche anche tra alcuni politici che hanno sostenuto la legalizzazione dell’aborto, ma che ritenevano necessario mantenere determinate limitazioni.
Robert Troy, ministro di Stato del partito Fianna Fáil, ha ricordato che molti cittadini hanno votato a favore dell’abrogazione dell’Ottavo Emendamento con la promessa che sarebbero rimaste in vigore determinate garanzie e meccanismi di protezione, tra cui il periodo obbligatorio di riflessione.
«Non fa alcun favore alla politica tornare indietro poco tempo dopo e cercare di cambiare le regole», ha dichiarato.
Da parte sua, Tóibín ha assicurato che numerosi cittadini che hanno sostenuto il referendum del 2018 non condividono ora l’eliminazione di questa misura.
La battaglia legislativa continua
Sebbene l’iniziativa abbia superato un voto chiave in Parlamento, dovrà ancora completare le restanti fasi legislative prima di diventare definitivamente legge.
L’eliminazione del periodo di riflessione comporta la scomparsa di una misura che permetteva a molte donne di ripensare a una decisione irreversibile. Le cifre ufficiali mostrano che più di 10.000 gravidanze non sono terminate con un aborto durante quegli anni, un dato che dimostra l’impatto di questa protezione.