Papa Leone XIV è arrivato questo giovedì a Gran Canaria —dopo due giorni a Barcellona— per dare inizio alla terza e ultima tappa del suo viaggio apostolico in Spagna. Dopo l’atterraggio alla base aerea di Gran Canaria-Gando e l’accoglienza da parte delle autorità locali, il Pontefice si è recato direttamente al porto di Arguineguín per il primo incontro della giornata, dedicato alle realtà che operano nell’accoglienza e nell’assistenza agli immigrati giunti nell’arcipelago attraverso la rotta atlantica.
L’evento si è svolto nel luogo che fu protagonista della crisi migratoria del 2020, dopo l’arrivo massiccio di immigrati durante la pandemia; da allora è diventato uno dei simboli del fenomeno migratorio nelle isole.
Durante l’incontro, Leone XIV ha ascoltato le testimonianze di Tito Villarmea, capitano della motovedetta Urania del Salvamento Marítimo; di María Reyes Alemán, volontaria di Cáritas; di Blessing, vittima di tratta di esseri umani il cui racconto è stato letto per motivi di sicurezza; e dell’imprenditrice ispano-americana María Fernanda López Meza.
Dopo gli interventi, il Papa ha pronunciato un discorso incentrato sulla dignità della persona umana, sulla realtà di chi è costretto ad abbandonare il proprio Paese, sull’azione delle mafie che operano sulle rotte migratorie e sulla responsabilità delle istituzioni nazionali e internazionali di fronte a questo fenomeno.
Di seguito, il discorso completo del Santo Padre:
Cari fratelli e sorelle:
Abbiamo appena ascoltato una delle pagine più esigenti del Vangelo. Sappiamo che questo stesso capitolo contiene anche un monito che nessun credente può prendere alla leggera (Mt 25,41-45). Oggi, accanto al mare, la Parola diventa concreta: qui arrivano tante vite ferite, spogliate di quasi tutto, ma mai della loro dignità. Qui il Vangelo ci strappa dal comodo posto dello spettatore e ci pone davanti al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame, dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare.
Come potete vedere, porto nella mano l’anello che si chiama “del Pescatore”. Il suo stesso nome ci conduce al lago di Galilea, dove Cristo chiamò Pietro e gli disse: «Da ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10). La Chiesa ha letto quel versetto come immagine della sua missione. Ma qui e in luoghi come El Hierro, quel mandato assume una forza letterale e dolorosa. Quell’isola, piccola per estensione ma grande per umanità, ha visto arrivare migliaia di persone strappate dalla loro terra e affidate alla fragilità di un cayuco. Qui ci sono persone recuperate dal mare e corpi esanimi tratti dalle acque. Per questo il Successore di Pietro non può disinteressarsi di questi moli. La Chiesa non può disinteressarsi di queste acque né di alcun luogo in cui la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuino a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il grido di chi grida dalla notte.
Nel linguaggio biblico, il mare può essere immagine di minaccia, oscurità e caos. Lì appaiono il Leviatano, figura della forza che divora, e Rahab, nome che evoca la superbia dei poteri che si levano contro Dio e contro la vita (cf. Sal 74,13-14; 89,10-11; Is 27,1; 51,9; Gb 26,12). Anche oggi esistono mostri che insidiano questi mari: mafie che trafficano la disperazione, sfruttatori che schiavizzano donne e bambini e l’indifferenza di molti che permettono ai poveri di essere inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio.
Ma la fede non resta paralizzata davanti al potere del mare. Crediamo in un Dio che sottomette il caos, pone un limite al male e apre una via quando sembra imporsi la morte. Così lo sperimentò il popolo di Israele, attraversando il Mar Rosso per uscire dalla schiavitù e camminare verso la libertà (cf. Es 14,21-31). E così lo contempliamo in Cristo, che cammina sulle acque e, davanti alla tempesta, pronuncia una parola sovrana: «Taci, ammutolisci!» (Mc 4,39; cf. Mt 14,25-27). Quella voce continua a risuonare contro le forze che divorano, schiavizzano e scartano tanti nostri fratelli. Là dove Cristo comanda al mare di tacere, la Chiesa non può rimanere muta davanti a chi viene abbandonato alle sue acque.
Grazie per le testimonianze, per ricordarci cosa significa salvare vite. A María, grazie per ricordarci ciò che Cáritas, le parrocchie e tante persone fanno ogni giorno. Le sue parole ci mostrano dove comincia la conversione dello sguardo: quando il migrante cessa di essere “uno in più”, cessa di essere una categoria e una cifra. Solo allora comprendiamo che quella bambina potrebbe essere nostra figlia, quei volti parte della nostra famiglia; e allora la coscienza resta senza scuse. La misericordia comincia con gesti piccoli: a volte con qualche biscotto e un po’ di latte; altre, con cinque pani e due pesci (cf. Mt 14,17-21). Non si tratta di risolvere tutto, ma di mettere tutto nelle mani di Dio ed essere presenti là dove l’essere umano soffre, dove le risorse non bastano e non c’è una lingua comune, ma dove possono ancora parlare i gesti. Grazie di cuore a quanti si uniscono ai soccorsi, all’accoglienza e all’accompagnamento, testimoniando che la misericordia concreta può salvare e può cambiare vite.
Cara Blessing, anche se oggi non sei qui, la tua voce sì. Grazie per averci condiviso la tua storia. Il tuo nome significa benedizione, e ci ricorda che ogni vita umana è una benedizione di Dio. Nessuno può comprarla, venderla, usarla o scartarla, perché in ogni persona risplende l’immagine e somiglianza del Creatore (cf. Gn 1,27). Ci hai detto che sei partita dal tuo Paese non perché lo volessi, ma perché non c’era altra opzione. Nelle tue parole ascoltiamo il dramma di tante persone costrette a partire perché la povertà, la guerra, la minaccia o lo sfruttamento hanno chiuso tutte le strade.
Vorrei che questo messaggio arrivi fino a te e a tante donne vittime della tratta e dello sfruttamento: se altri hanno messo un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come qualcuno di inestimabile. Se hanno voluto rinchiuderti in un passato di dolore, Dio continua a pronunciare su di te una promessa di futuro. Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti oggi: sei figlia, sorella, sei benedizione. La tua vita non appartiene a chi ti ha ferito; il tuo corpo non appartiene a chi ha approfittato di te; i tuoi giorni non appartengono a chi ha voluto incatenarli alla paura. La tua vita appartiene a Dio e conserva una dignità che non possono strapparti. E noi vogliamo camminare con te finché questa verità torni a sentirsi più forte del dolore.
Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri né fascicoli. Siete persone con una famiglia e una casa lasciata alle spalle; con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare. Ma voglio anche dirvi che la vostra vita deve essere protetta. Non consegnate la vostra esistenza a chi ci traffica. Non credete a chi promette paradisi facili in cambio del vostro corpo o del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono “canti di sirene”, sono industrie di morte.
Questo dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e non a lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante.
E anche la Chiesa deve lasciarsi interpellare. L’accoglienza del migrante non può essere qualcosa di secondario né delegata unicamente ad alcuni volontari. Ci inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia, da cui riceviamo la forza e il motivo per vivere la carità; per questo non possiamo poi “passare oltre” davanti ai cayucos e alle pateras, perché dalla preghiera scaturisce ogni servizio e ad essa ritorna ogni impegno (cf. Lc 10,31-32).
Da quest’isola, vorrei che la voce di chi ha parlato oggi raggiungesse chi ha nelle mani responsabilità decisive —autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali—, e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Non basta gestire arrivi, distribuire cifre, rafforzare frontiere o lamentare le morti quando già sono avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?
La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva alle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra. Sebbene esista un diritto a cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto a non dover migrare: il diritto a rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzione, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto né perde valore attraversando una frontiera.
Che il Dio che “al tramonto della vita ci giudicherà sull’amore” (cf. S. Giovanni della Croce, Avvertenze e sentenze, 57) ci conceda di riconoscerlo oggi nei poveri e negli stranieri, e ci liberi dal guardare il dolore altrui come se non ci appartenesse. Che Nostra Signora del Carmine accompagni chi è arrivato, consoli chi ha perso i propri cari, sostenga chi li accoglie e risvegli in tutti noi il coraggio della misericordia.
E che la storia non debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, accanto al mare, ogni vita che arriva ci chiede cosa resta della nostra umanità. Prima o poi si saprà se abbiamo saputo custodirla o se abbiamo lasciato che l’indifferenza parlasse per noi. Grazie mille.
Al termine dell’incontro, Leone XIV ha lanciato un’offerta floreale al mare seguita da un minuto di silenzio, in memoria delle vittime dell’immigrazione via mare, e ha benedetto una croce elaborata con il legno dei cayucos, l’imbarcazione utilizzata dagli immigrati per arrivare nell’arcipelago.
L’agenda del Pontefice a Gran Canaria proseguirà nel pomeriggio con un incontro nella Cattedrale di Santa Ana con vescovi, sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, seminaristi e agenti di pastorale. Successivamente presiederà la Santa Messa allo Stadio di Gran Canaria, uno degli atti più affollati previsti durante il suo soggiorno nell’arcipelago.