Il papa Leone XIV visita questo pomeriggio la chiesa di Sant Agustí, nel pieno cuore del quartiere del Raval di Barcellona, uno degli angoli socialmente più complessi e multiculturali della città. Conosciuta come la “cattedrale dei poveri” per il suo stretto legame con le realtà di esclusione, povertà e immigrazione, questa storica chiesa barocca ospiterà un incontro del Pontefice con i rappresentanti di Cáritas e varie entità sociali.
La visita si è svolta in un clima cordiale ed è stata caratterizzata dal dialogo tra il Papa e i presenti. Uno dei momenti più significativi è stata la conversazione con Renzo, un bambino di sei anni che ha rivolto al Santo Padre diverse domande sullo sport, la vocazione, la sofferenza, la solitudine degli anziani e il perdono.
Di seguito il messaggio completo di Leone XVI:
Estimats germans i germanes, Bona tarda!
Ringrazio il Cardinale Arcivescovo per l’accoglienza cordiale e le parole che mi ha rivolto, così come il delegato della pastorale sociale e tutti coloro che hanno condiviso con noi le loro testimonianze sulle realtà di carità e assistenza diocesane. Vorrei ringraziare Renzo per la sua lettera e le domande che mi pone; cercherò di rispondere ad alcune.
Quella a cui ho già risposto è che non volevo diventare Papa, né da giovane né da anziano, ma quando il Signore chiama bisogna dire di sì. Prima di rispondere alle domande, voglio solo dirvi grazie di cuore per l’accoglienza e che qui mi sento davvero a casa. E grazie per tutto ciò che voi rappresentate.
La ragione che immaginerete —ovvia, evidente— è perché è Sant’Agostino, ma vi racconto che la prima volta che venni in questa chiesa —non c’era questo Arcivescovo al mio fianco—, era il 1984, viaggiavo via terra da Roma a León, arrivai e dissi: guardate, a Barcellona c’è una chiesa di Sant’Agostino, andiamo a visitarla. Era chiusa, oggi è aperta. E quanto è bello trovare una chiesa con una comunità di agostiniani e con tante persone che vivono, lodano Dio, trovano comunità, accoglienza, integrazione in questa chiesa e in questa pastorale sociale. Grazie a tutti, davvero.
Riguardo alla domanda sul calcio, tutti sanno che ora gioco a tennis; da giovane giocavo a football americano, un po’ più violento, ma anche con i seminaristi quando ero a Trujillo giocavo a calcio, in difesa, se volete saperlo, non ero un grande goleador ma quando ero a Roma per la prima volta ho vissuto l’esperienza del Mondiale del 1982, che si è svolto proprio qui in Spagna. Poi, in Perù con i seminaristi seguivo molto le squadre locali; ma giocavo anche con loro: un po’ di sport fa bene a tutti, bisogna cercare di conservare e stare in buona salute: corpo, mente e anima. Questo è stato parte della mia vita. Il calcio ci aiuta anche a ricordare qualcosa di molto importante: la vita non è una corsa solitaria, si gioca in squadra e bisogna imparare a correre insieme. In questo senso, chi può essere una stella ma non passa mai la palla non lascia entrare gli altri in gioco e probabilmente perderà. Pensando a noi e a come integrarsi in una squadra, voglio riconoscere e congratularmi per tutto ciò che state facendo qui. Seconda domanda, ho già risposto, ma continuo un po’ con il testo per non perderci e finire alle 20:30.
Em preguntes si de petit volia ser Papa. Bé doncs, Renzo, crec que no. Crec que mai ho vaig pensar. Però si que puc dir una cosa: des de petit vaig sentir el desig d’entregar la meva vida a Déu. No sabia encara del tot, el com ni per on em portaria el Senyor. Amb el temps vaig descobrir que Jesús em cridava a seguir-lo com a sacerdot, i que aquest camí passava per l’ordre de san Agustí. Però això no val solament per a mi. Cada nen és un somni de Déu. Tu Renzo també ho ets. Déu desitja la felicitat de tots i vol que, des de petits i durant tota la vida, conservem un cor com el dels nens (cf. Mt 18,3): capaç de confiar, ple de bondat; vol que siguem els seus amics i que no ens apartem d’Ell. Per això, més important que preguntar-nos si un serà sacerdot, metge, mestre, pare de família o qualsevol altra cosa, cal preguntar-se si vols ser amic de Jesús. Perquè l’amistat amb Jesús ens dóna alegria, ens fa lliures i ens ajuda a veure, pas a pas, la vocació i el camí que Déu ha pensat per cadascú de nosaltres.
[Mi chiedi se da piccolo volevo diventare Papa. Be’, Renzo, credo di no. Credo di non averlo mai pensato. Ma posso dirti una cosa: da piccolo ho sentito il desiderio di consacrare la mia vita a Dio. Non sapevo ancora del tutto come né dove mi avrebbe condotto il Signore. Col tempo ho scoperto che Gesù mi chiamava a seguirlo come sacerdote, e che questo cammino passava per l’ordine di Sant’Agostino. Ma questo non vale solo per me. Ogni bambino è un sogno di Dio. Anche tu, Renzo, lo sei. Dio desidera la felicità di tutti e vuole che, fin da piccoli e per tutta la vita, conserviamo un cuore come quello dei bambini (cf. Mt 18,3): capace di fidarsi, pieno di bontà; vuole che siamo suoi amici e non ci allontaniamo da Lui. Per questo, più importante che chiedersi se si diventerà sacerdote, medico, insegnante, padre di famiglia o qualsiasi altra cosa, è chiedersi se si vuole essere amici di Gesù. Perché l’amicizia con Gesù ci dà gioia, ci rende liberi e ci aiuta a vedere, passo dopo passo, la vocazione e il cammino che Dio ha pensato per ciascuno di noi.]
Non è facile trovare, Renzo, la risposta alla tua domanda sul perché ad alcune persone succedono cose brutte e ad altre no. Pensare alla vita di Gesù può aiutarci. La Parola di Dio ci dice che il nostro Signore «passò facendo il bene e guarendo tutti gli oppressi dal diavolo» (At 10,38) e tuttavia sappiamo che fu crocifisso. Ma la storia non finì lì, perché risuscitò il terzo giorno e vinse il male, vinse la morte. Attraverso la vita di Gesù Cristo, Dio ci mostra che, anche se c’è sofferenza, Lui non abbandona mai nessuno dei suoi figli, perché ci ha preparato una gioia eterna dove non ci saranno più tristezze né dolore. Abbiate fiducia, Gesù è con noi, ci aiuta e ci accompagna, e ci dà la forza per superare i momenti difficili che possiamo incontrare nella vita.
Riguardo ai nonni, sì, i nonni sono molto importanti nella vita delle famiglie. Non dovrebbero mai rimanere soli. Spesso sono loro che si prendono cura dei nipoti mentre i genitori vanno a lavorare e così, con affetto e dedizione, aiutano i bambini a conoscere l’amore di Dio e del prossimo, perché metta radici nei loro cuori e un giorno diventino uomini e donne di bene. E come dobbiamo ricambiare l’amore? Con amore. È ciò che Gesù vuole che facciamo. Prendersi cura e accompagnare i nostri nonni nella vecchiaia, così come loro, a suo tempo, si sono presi cura di noi. Non permettiamo che la solitudine e l’abbandono si normalizzino nella vita degli anziani. È qualcosa di molto triste. Teniamo il nostro cuore aperto a tutti loro; e anche se non sono i nostri nonni, non permettiamo che si sentano soli o indifesi. Perché, se non vogliamo la solitudine per noi, non dobbiamo permetterla nemmeno agli altri.
Riguardo al perdonare sempre, Gesù ci dice di sì. Un giorno Pietro gli chiese: «Signore, se qualcuno mi fa del male, quante volte devo perdonarlo? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,21-22). Con questo Gesù voleva dire: perdona sempre. Ma bisogna capire bene cosa significa perdonare. Perdonare non significa dire che il male era giusto, né permettere che qualcuno continui a fare del male. Non significa dimenticare per forza, come se nulla fosse successo. Perdonare significa non lasciare che l’odio diventi padrone del nostro cuore. Gesù ci chiede di perdonare perché è l’unico modo per sperimentare la pace di Dio e guarire le ferite spirituali. Quando perdoniamo imitiamo l’esempio di Gesù, che perdonò coloro che lo crocifissero. La nostra disposizione a perdonare è condizione per il perdono che riceviamo da Dio.
Germans i germanes,
Estar aquí, en aquesta església de Sant Agustí, obre el nostre cor a una veritat que el sant Bisbe de Hipona ens indica: ser cristians és abans que res, un regal, una gràcia. Fonamentats en Crist, que és la pedra vida, experimentem l’acció de l’Esperit Sant, amb la convicció de que tot esforç realitzat sincerament per a cooperar amb Ell a favor del proïsme serà beneit pel Pare celestial, en qui posem la nostra esperança. Com a membres del Cos Místic de Crist, estem realment units al destí d’aquells a qui Déu estima i convida a participar de la seva vida.
Cridats a estimar Déu, i per amor a Ell, als nostres germans, som també enviats a sortir per trobar-nos amb tothom. El cristià, a més de ser bondadós i amable, ha de ser compassiu, estimar sense interès i buscar el bé dels demés, sabent que en cada germà i germana que sofreix hi trobem el mateix Senyor qui demana i rep, qui és acollit o rebutjat, estimat o menyspreat.
[Fratelli e sorelle:
Essere qui, nella chiesa di Sant’Agostino, apre il nostro cuore a una verità che il santo Vescovo di Ippona ci indica: essere cristiani è, prima di tutto, un dono, una grazia. Fondati su Cristo, che è la pietra viva, sperimentiamo l’azione dello Spirito Santo, con la convinzione che ogni sforzo compiuto sinceramente per cooperare con Lui a favore del prossimo sarà benedetto dal Padre celeste, in cui poniamo la nostra speranza. Come membri del Corpo Mistico di Cristo, siamo realmente uniti al destino di coloro che Dio ama e invita a partecipare alla sua vita.
Chiamati ad amare Dio, e per amore a Lui i nostri fratelli, siamo anche inviati a uscire incontro a tutti. Il cristiano, oltre a essere buono e gentile, deve essere compassionevole, amare senza interesse e cercare il bene degli altri, sapendo che in ogni fratello e sorella che soffre è lo stesso Signore che chiede e riceve, che è accolto o rifiutato, amato o disprezzato.]
La carità evangelica, fondata su Gesù Cristo e nutrita dal suo amore, dà forma e identità alla vita personale e comunitaria di ogni cristiano. Per questo ogni comunità ecclesiale diocesana, mossa dalla carità e istruita dallo Spirito Santo, è chiamata ad avvicinarsi, secondo le proprie possibilità e capacità, con discrezione, delicatezza e perseveranza alle ferite e ai bisogni dei più piccoli e vulnerabili per alleviare le loro sofferenze e rimediare alla loro povertà. Lo fa imitando la generosità del nostro Signore Gesù Cristo che, per amore verso di noi, pur essendo ricco, si fece povero per arricchirci con la sua grazia e la sua salvezza, e ci chiama anche a riconoscerlo e soccorrerlo nei più bisognosi (cf. Mt 25,40).
Per questo è una gioia incontrarmi questo pomeriggio con tutti voi che, in modi diversi, siete concretamente legati all’assistenza, all’accompagnamento e alla promozione di chi ne ha più bisogno, soprattutto nei tempi che stiamo vivendo, in cui sembra essersi perso il senso della dignità sacra dell’essere umano.
Vorrei sottolineare che come cristiani siamo chiamati al compito di rendere presente l’amore di Dio per ogni uomo e ogni donna, nel tessuto concreto della storia. Il libro della Genesi ci narra che Dio creò «l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò» (Gn 1,27). In ciò risiede la dignità inalienabile di ogni essere umano, che non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze che accumula o dal ruolo che svolge, ma dal dono che lo precede e lo eccede, dato da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno (cf. Magnifica humanitas, 50).
Il Signore, dunque, ci invita ad accogliere ogni donna come sorella e ogni uomo come fratello. Come figli dello stesso Padre, ogni persona è costitutivamente fatta per la relazione; è stata pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il creato (cf. ibíd.). Un’espressione singolare di questo anelito divino è costituita dalle realtà diocesane di carità e assistenza di cui voi fate parte e che portate avanti con impegno e dedizione, con la consapevolezza che la persona umana è al centro dell’azione della Chiesa (cf. Gaudium et spes, 24) e che la carità è «il più grande comandamento sociale» (CCE, 1889).
Us encoratjo, units amb els vostres pastors, a continuar animant aquests apostolats, donant testimoni de l’Evangeli i mostrant al món la bellesa de la vida cristina, que anticipa aquí i ara la justícia i la pau que seran plenes en el Regne de Déu. Sigueu, doncs, testimonis creïbles de l’esperança cristiana en el servei sol·lícit dels germans i germanes que, en una condició de vida precària, marcada per la privació, la fragilitat o la marginació, a més de l’ajuda material i el sosteniment moral, necessiten Déu, la seva amistat, la seva benedicció, la seva Paraula, els seus Sagraments i la proposta d’un camí de creixement i de maduració en la fe (cf. Evangelii gaudium, 200).
[Vi incoraggio a continuare, uniti ai vostri pastori, ad animare questi apostolati, dando testimonianza del Vangelo e mostrando al mondo la bellezza della vita cristiana, che anticipa qui e ora la giustizia e la pace che saranno piene nel Regno di Dio. Siate, dunque, testimoni credibili della speranza cristiana nel servizio sollecito ai fratelli e alle sorelle che, in una condizione di vita precaria, segnata dalla privazione, dalla fragilità o dall’emarginazione, oltre all’aiuto materiale e al sostegno morale, hanno bisogno di Dio, della sua amicizia, della sua benedizione, della sua Parola, dei suoi Sacramenti e della proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede (cf. Evangelii gaudium, 200).]
Deposito ai piedi di Nostra Signora del Buon Consiglio il vostro lavoro e la vostra dedizione, perché la sua intercessione vi accompagni e il Signore faccia fruttificare abbondantemente tutto il bene che procurate. Che Dio vi benedica. Grazie mille.