La veglia di Leone XIV a Barcellona: preghiera e dialogo con i giovani

La veglia di Leone XIV a Barcellona: preghiera e dialogo con i giovani

Come ultimo atto del primo giorno di Leone XIV a Barcelona, ha presieduto questo martedì sera una veglia di preghiera affollatissima con famiglie e giovani allo Stadio Olimpico Lluís Companys di Barcelona. Migliaia di partecipanti si sono radunati nel recinto per accompagnare il Pontefice in una celebrazione caratterizzata dalla preghiera, dalla testimonianza di fede e dal dialogo diretto con le nuove generazioni.

La veglia ha chiuso una giornata intensa del Santo Padre nella capitale catalana, dopo la sua visita alla Cattedrale di Barcelona, l’incontro con la famiglia agostiniana e vari incontri istituzionali. L’evento si è svolto nello stadio iconico di Montjuïc, scenario dei Giochi Olimpici del 1992 e sede abituale di grandi avvenimenti internazionali.

Un’accoglienza affollatissima per il Papa

Prima dell’inizio della celebrazione, Leone XIV ha percorso lo stadio in papamobile per salutare le migliaia di fedeli presenti. Il tragitto ha permesso al Pontefice di avvicinarsi ai giovani che riempivano le gradinate e che attendevano da ore l’inizio della veglia.

Al suo arrivo nel recinto, il Santo Padre ha benedetto una trentina di ambulanze, in un gesto di riconoscimento verso chi presta servizio sanitario e di emergenza.

Il benvenuto è stato caratterizzato anche dalla presenza dei tradizionali castellers, una delle espressioni culturali più rappresentative della Catalogna, che hanno partecipato all’accoglienza del Papa prima dell’inizio dell’atto liturgico.

La Croce, al centro della celebrazione

La veglia è stata concepita come un grande incontro di preghiera attorno alla Croce di Cristo. Dopo le parole di benvenuto del cardinale arcivescovo di Barcelona, Juan José Omella, si è proceduto all’intronizzazione della Croce, uno dei momenti più significativi della cerimonia.

La celebrazione ha incluso inoltre canti, momenti di preghiera, la proclamazione del Vangelo e vari interventi preparati appositamente per questo appuntamento con i giovani.

Un video introduttivo intitolato Le croci nel mondo è servito a introdurre la riflessione spirituale della sera e a preparare il successivo dialogo tra il Pontefice e alcuni giovani partecipanti.

Un dialogo diretto con i giovani

3 giovani hanno avuto l’opportunità di porre domande al Santo Padre su questioni legate alla fede, alla vita cristiana e alle sfide del mondo contemporaneo a partire da esperienze personali.

A partire dalle loro domande, il Pontefice ha affrontato temi come la necessità di coltivare la vita interiore in una società centrata sul rendimento e sull’immagine, l’importanza di prestare attenzione ai problemi di salute mentale che colpiscono molti giovani e la difficoltà del perdono dopo esperienze segnate dalla sofferenza e dalla violenza.

Lasciamo di seguito il dialogo tra il Papa e i giovani:

1. Santo Padre, cresciamo ascoltando che l’unico obiettivo nella vita è produrre, avere successo e curare la nostra immagine. Io stesso ci ho provato, ma ho trovato solo un vuoto immenso. Cercando risposte, la mia vita ha fatto una svolta e quest’ultima Pasqua ho ricevuto il Battesimo. Ora che questo cammino è nuovo per me, le chiedo: Come possiamo mantenere lo sguardo alzato verso ciò che davvero importa, quando la società ci spinge a guardare costantemente verso il basso o solo verso noi stessi? Come possiamo scoprire la nostra vera vocazione in mezzo a questa corrente?

Gràcies per aquest testimoni. Gràcies per permetre’m participar en la teva alegria i en la de tots aquells que en la Pasqua d’aquest any han rebut el sagrament del Bateig.

[Grazie per questa testimonianza. Vorrei innanzitutto partecipare alla tua gioia e a quella di tutti coloro che nella Pasqua di quest’anno hanno ricevuto il sacramento del Battesimo.]

Numerosi giovani e adulti stanno riscoprendo la fede cristiana, forse dopo un periodo della vita in cui si erano un po’ allontanati da Dio. Si tratta di un passo davvero importante. Infatti, tutto ciò che scopriamo, accogliamo e viviamo gradualmente lungo il cammino contribuisce certamente alla nostra crescita, alla nostra maturità e ad ampliare spazi di vita dentro di noi; ma, allo stesso tempo, in mezzo alle gioie, ai successi e alle sconfitte, ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di un’altra acqua per dissetarci più profondamente. Il nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più grande. E questa inquietudine è un dono che Dio stesso ci ha dato: siamo fatti a misura dell’infinito e per questo, ogni orizzonte finito, ogni passo, ogni conquista, mentre ci soddisfa allo stesso tempo ci spinge avanti e ci invita a continuare a cercare, a cercare avanzando, ma, soprattutto, a cercare “scendendo interiormente”, cioè andando in profondità.

I aquí torno a la pregunta amb dos breus idees. La primera: és necessari cultivar una sana inquietud. En les nostres societats, de fet la idolatria del benefici i del rendiment, l’afany de produir sempre i de ser guanyadors, així com el culte a la pròpia imatge, no són més que anestèsics per endormiscar la nostra consciència i adaptar-la a una certa idea de societat. Quan les persones aprenen a aturar-se, a donar valor a les coses importants, a apreciar el temps de manera nova i a pensar en la pròpia vida deixant-se il·luminar per l’Evangeli, desenvolupant també un pensament crític respecte a un sistema social que no posa a la persona en el centre i provoca situacions d’injustícia i de pobresa existencials a diversos nivells. És per això que la inquietud fa por, així com el descobriment de la interioritat, de la espiritualitat i encara més de l’Evangeli.

[E qui torno alla domanda con due brevi idee. La prima: è necessario coltivare quella sana inquietudine. Nelle nostre società, infatti, l’idolatria del profitto e del rendimento, l’ansia di dover produrre sempre ed essere vincitori, così come il culto della propria immagine, non sono altro che anestetici per addormentare la nostra coscienza e adattarla a una certa idea di società. Quando le persone imparano a fermarsi, a dare valore alle cose importanti, ad apprezzare il tempo in modo nuovo e a pensare alla propria vita lasciandosi illuminare dal Vangelo, sviluppano anche un pensiero critico rispetto a un sistema sociale che non mette la persona al centro e provoca situazioni di ingiustizia e di povertà esistenziali a vari livelli. È per questo che l’inquietudine fa paura, così come la scoperta dell’interiorità, della spiritualità e ancor più del Vangelo.]

Seconda idea: è in questo mondo che dobbiamo coltivare l’inquietudine, non in un altro. È all’interno di questa società che tu e tanti altri avete scoperto il valore di una vita più umana, più piena, aperta all’incontro con Dio e alla gioia della fede. Questo significa che, nonostante le difficoltà, il luogo in cui Dio si fa presente e dove dobbiamo trovare le sue tracce è sempre nella realtà in cui ci troviamo. Crediamo che lo Spirito Santo agisca e operi silenziosamente in tutte le situazioni della vita e della storia, anche in quelle che sembrano più difficili. Ma dobbiamo coltivare questa inquietudine e farle spazio; come dicevo, “cercare dentro”, cercando di non lasciarci sopraffare dai ritmi e dalle seduzioni esterne, coltivando spazi di silenzio, fermandoci forse qualche minuto al giorno per leggere il Vangelo e parlare con Dio, e anche cercando di fare questo cammino interiore insieme ad altri, lasciandoci accompagnare nei percorsi ecclesiali e confrontandoci con i sacerdoti, i religiosi, le persone che come noi hanno intrapreso questo cammino.

2. Santo Padre, in un mondo dove le cose si gridano, ci sono aspetti della vita che rimangono silenziosi, con vergogna; come la depressione, una malattia silenziosa che colpisce molte persone, giovani e adulti, e che comporta oscurità, isolamento e un dolore immensurabile. A volte, questo dolore è così travolgente che l’idea di scomparire sembra l’unica via d’uscita. Io stessa ho lottato per uscire da questa malattia, in silenzio per anni, e una notte di venerdì ho perso la battaglia e ho tentato di togliermi la vita. Sono qui perché Dio mi ha dato una seconda opportunità, e gliene sarò eternamente grata, ma ci sono molti altri che continuano ad affrontare questa oscurità. Per questo, le chiedo di cuore: Dove possiamo vedere Dio quando l’oscurità è assoluta e non ce la facciamo più? Come possiamo fidarci di Dio, quando sembra che niente, nemmeno noi stessi, valga la pena?

Innanzitutto, grazie per aver condiviso oggi la tua esperienza di sofferenza. Mi commuove che tu possa parlarne, che tu sia qui tra noi e che tu abbia trovato la forza di accogliere questa seconda possibilità che il Signore ti ha dato. Ti sei alzata e hai ripreso il cammino e questo è un miracolo meraviglioso che vediamo in molti personaggi del Vangelo: a contatto con Gesù, anche chi si sente perduto ritrova fiducia nella vita, guarisce dalla malattia e può rialzarsi per tornare a vivere.

En la teva pregunta, t’has referit en primer lloc a la “malaltia silenciosa” que és la depressió, i és important prendre consciència de com la salut mental es veu cada vegada més amenaçada en el context de societats que es consideren avançades. És un senyal de que hi ha quelcom profundament equivocat en una certa idea de creixement que sotmet a les persones a pressions i tensions que comprometen equilibris fonamentals. Per això es necessita un sistema sanitari que inclogui entre les seves prioritats aquest malestar invisible i generalitzat, que afecta també als joves.

Les teves paraules, tanmateix, ens han mostrat que el dolor posa a prova la fe i el sentit que li donem a la vida. Això és cert per a tothom, no solament per aquells que en algun moment travessen la prova de la malaltia.

[Nella tua domanda, ti sei riferita innanzitutto alla “malattia silenziosa” che è la depressione, ed è importante prendere coscienza di come la salute mentale sia sempre più minacciata nel contesto di società che si considerano avanzate. È un segnale che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in una certa idea di crescita che sottopone le persone a pressioni, aspettative e tensioni che compromettono equilibri fondamentali. Per questo serve un sistema sanitario che includa tra le sue priorità questo malessere invisibile e generalizzato, che colpisce anche i giovani.

Le tue parole, tuttavia, ci hanno anche mostrato che il dolore mette alla prova la fede e il senso che diamo alla vita. Questo è vero per tutti, non solo per chi in un momento attraversa la prova della malattia.]

Mentre ti ascoltavo, ho pensato a quelle ore di oscurità, di angoscia e di dolore che Gesù visse quando si avvicinava l’ora della sua morte. I Vangeli, nei momenti dell’ultima cena e della preghiera nel Getsemani, sottolineano che stava calando la sera, che stava imbrunendo, così come poco prima di morire in croce ci dicono che “tutta la terra rimase nelle tenebre”. Ma, in realtà, non si tratta solo di una sofferenza personale; il Figlio di Dio sta assumendo nella propria carne tutta l’angoscia, la solitudine e la sofferenza dell’umanità. In quelle ore oscure, morendo in croce, Gesù condivide il nostro dolore e ci rivela il volto di un Dio compassionevole, che carica sulle sue spalle le nostre pene, che soffre con noi, piange le nostre lacrime e rimane al nostro fianco con la sua presenza piena di amore e misericordia.

Passare attraverso questa esperienza è difficile, lo attesta più volte la Sacra Scrittura; ci sono momenti di oscurità e di sofferenza che la nostra società fa tacere, perché proprio alcuni modelli culturali ci vogliono sempre vincitori e perfetti e, per questo, il limite, la fragilità e il dolore devono essere eliminati, o confinati nel silenzio assordante della solitudine o persino della vergogna. E, in questi momenti, possiamo pensare istintivamente che anche Dio ci abbia abbandonato. Ma la croce di Gesù ci dice che Dio non ci abbandona, che Egli continua a essere crocifisso con noi nel momento del dolore e della solitudine estrema, che Egli raccoglie non solo le nostre lacrime, ma il grido della nostra sofferenza che gli altri non ascoltano, un grido che Gesù ha fatto suo sulla croce, dicendo “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

C’è una catechesi sulle ultime ore di Gesù, in cui Benedetto XVI dice che la sua sofferenza diventa preghiera e grido, e che questo vale anche per noi: di fronte alle situazioni più difficili e dolorose, quando Dio sembra assente, dobbiamo affidargli ancora una volta i pesi che portiamo nel cuore, anche gridandoglielo, anche protestando come Giobbe, certi che in qualche modo Egli si fa presente ed è vicino anche quando apparentemente tace. Ma penso che non possiamo farlo da soli. Nelle ore di dolore, almeno per quanto possibile, dobbiamo aprirci a qualcuno che ci aiuti a esprimere una preghiera semplice, che ci accompagni con discrezione senza la fretta di spiegarci quel dolore, che ci prenda per mano e ci faccia uscire da questo grido.

Queste esperienze offrono un messaggio anche a noi credenti, a tutta la Chiesa: non dobbiamo spiritualizzare il dolore, riconducendolo superficialmente alla “volontà di Dio” o a qualche misterioso progetto suo, perché questo rischia di minimizzare quella sofferenza, di farla tacere, di ferire le persone. Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui in modo perseverante. Ricordiamo ciò che diceva Papa Francesco: con Dio, la vita rinasce sempre.

 3. Buonasera Santo Padre. Vengo da una famiglia di un quartiere molto umile di Barcelona. Da piccola mio padre ha cercato di uccidere mia madre, e si è salvata perché si è interposto un ragazzo che è morto. Mio padre è entrato in carcere, e mia madre è entrata nel mondo della droga. A dieci anni i servizi sociali si sono presi cura di me, e mi hanno portato al centro minori di San José de la Montaña. All’inizio è stato duro, perché mi ero creata un muro per proteggermi, dove non lasciavo entrare nessuno. Ma poco a poco ho sperimentato per la prima volta l’amore di una famiglia, e il mio cuore si è aperto. Lì mi hanno parlato di Gesù, ho cominciato a pregare e sono stata battezzata. Ma nella mia adolescenza mi sono ribellata a Dio molte volte. Mi hanno invitato a un ritiro e lì per la prima volta ho sperimentato l’amore di Dio. Ma sono passati alcuni mesi, e ancora mi costa perdonare mio padre. E a volte alzo gli occhi al cielo e gli chiedo: dove eri quando ero bambina? Santo Padre, come posso perdonare mio padre, che è stato sul punto di lasciarmi senza madre? Come posso riconciliarmi davvero con Dio?

Gràcies pel teu testimoni i gràcies també per la pregunta sobre el perdó. És realment un signe de la gràcia de Déu que aquesta pregunta sorgeixi d’un passat tant marcat pel sofriment i que, a pesar del dolor, es tingui la valentia de preguntar com és possible perdonar a qui ens ha fet mal. Voldria dir dues coses aquí.

La primera complementa el que deia abans sobre la presència de Déu en les hores del nostre sofriment; en el fons també tu expresses aquesta pregunta respecte a la teva infància, però el context en el que han passat els fets de la teva vida ens demanen ampliar el radi d’influència de la nostra pregunta: ¿ens hem de preguntar “on estava Déu” o hem preguntar-nos sobre l’home i sobre la humanitat, sobre com a vegades som presoners del mal fins a arribar a ser violents amb els demés, sobre com no aconseguim cultivar l’amor i respectar als demés en la seva dignitat i llibertat?

[Grazie per la tua testimonianza e grazie anche per la domanda sul perdono. È davvero un segno della grazia di Dio che questa domanda sorga da un passato così segnato dalla sofferenza e che, nonostante il dolore, si abbia il coraggio di chiedere come sia possibile perdonare chi ci ha fatto del male. Vorrei dire anche qui due cose.

La prima completa ciò che dicevo in precedenza sulla presenza di Dio nelle ore della nostra sofferenza; in fondo anche tu esprimi questa domanda rispetto alla tua infanzia, ma il contesto in cui sono accaduti gli eventi della tua vita ci chiede di ampliare il raggio della nostra domanda: dobbiamo chiederci “dove era Dio” o dobbiamo interrogarci sull’uomo e sull’umanità, su come a volte siamo prigionieri del male fino a diventare violenti con gli altri, su come non riusciamo a coltivare l’amore e a rispettare gli altri nella loro dignità e libertà?]

Tante cronache di cronaca nera, ancora oggi, riflettono un clima avvelenato nelle relazioni familiari di abusi e oppressioni, e in particolare di violenza contro le donne, che spesso sfocia purtroppo anche in femminicidi. Questa realtà drammatica, che ha radici antropologiche e culturali, siamo chiamati ad affrontarla tutti, sia personalmente sia come società, perché a noi spetta affrontarla in tutte le sue dimensioni.

Non possiamo attribuire a Dio ciò che è stato affidato alla nostra responsabilità; non possiamo immaginare che Dio dall’alto risponda automaticamente alle nostre necessità o impedisca miracolosamente che il male accada; Egli ci ha dotati di intelligenza e volontà, ci ha dato una coscienza, ci ha rivestiti di dignità e di libertà, e soprattutto è venuto incontro a noi per indicarci, nel suo Figlio Gesù Cristo, la via da seguire affinché la nostra vita sia pienamente umana e nella nostra società regnino la giustizia, la pace e la fraternità. Ci ha dato il suo stesso Spirito, proprio perché l’amore sia la chiave di tutte le nostre relazioni umane. Se esiste la violenza, se trionfa l’egoismo, se persino l’amore tra familiari si trasforma in odio, dobbiamo farci alcune domande a noi stessi, alle dinamiche della nostra società, alla cultura dell’individualismo, alla tentazione della violenza, e non a Dio.

Una seconda cosa riguarda il perdono. Dobbiamo imparare a guardare il perdono, potente medicina contro il male che guarisce le nostre ferite interiori, come qualcosa che fa parte di un processo, di un cammino. Lo stesso Vangelo, se lo leggiamo come un libro di indicazioni, di comandamenti e di doveri, rischia di causarci molto scoraggiamento e frustrazione, perché Gesù ci invita al perdono e noi sperimentiamo di non esserne capaci. Invece non è così. Il perdono soprattutto dobbiamo invocarlo dal Signore; continuare a chiederlo — forse per tutta la vita — che il Signore allarghi in noi lo spazio dell’amore proprio là dove siamo stati feriti, che ci aiuti a riconciliarci con noi stessi e con quella parte della nostra storia segnata dalla sofferenza, che lentamente trasformi il risentimento in misericordia e compassione.

È un cammino lungo, è un processo che richiede molta pazienza, è un lavoro che dobbiamo fare con noi stessi, sia personalmente sia attraverso altri percorsi di accompagnamento e anche di riconciliazione interiore. Ed è necessario non scoraggiarsi: nel perdono si avanza con piccoli passi. La riconciliazione con la storia è graduale e, soprattutto, non dobbiamo pensare che il perdono equivalga sempre e in tutti i casi a tornare alla situazione precedente o a vivere una relazione piena con chi ci ha ferito, specialmente quando il fatto è stato segnato anche dalla violenza. Si può rimanere nella buona disposizione del cuore verso la persona, rifiutare ogni forma di odio o di vendetta, sforzarsi di riparare la relazione nella misura del possibile e, forse, pregare per lui o per lei: tot això ens ajuda a entrar cada cop més en la dinàmica del perdó i a reconciliar-nos amb Déu i amb els demés. Som pecadors perdonats, pacificats i capaços de perdonar. Capaços de ser portadors de pau.

[Tutto questo ci aiuta a entrare sempre più nella dinamica del perdono e a riconciliarci con Dio e con gli altri. Siamo peccatori perdonati, siamo in pace e siamo capaci di perdonare. Capaci di essere portatori di pace.] 

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