Leone XIV rivendica davanti alle Cortes la vita, la libertà educativa e il bene comune sulla scia di Benedetto XVI

Leone XIV rivendica davanti alle Cortes la vita, la libertà educativa e il bene comune sulla scia di Benedetto XVI

Il Papa si è collegato al magistero del suo predecessore sostenendo che la dignità della persona precede lo Stato e non può essere subordinata alla volontà delle maggioranze

Leone XIV si è rivolto lunedì ai membri delle Cortes Generales nel Congresso dei Deputati, nel primo discorso della sua visita apostolica in Spagna. Lo hanno ascoltato, tra gli altri, il presidente del Governo, la presidente del Congresso, il presidente del Senato, il presidente del Tribunale Costituzionale e la presidente del Tribunale Supremo e del Consiglio Generale del Potere Giudiziario, insieme a deputati e senatori. Il Pontefice si è presentato come Vescovo di Roma e ha inquadrato il suo intervento nella cooperazione reciproca tra la Santa Sede e lo Stato, ricordando che la Chiesa rispetta l’autonomia delle realtà temporali e la distinzione tra la comunità ecclesiale e quella politica.

Il nucleo del discorso è stato una domanda che il Papa ha posto al centro di ogni compito legislativo: quale concezione della persona umana ispira le leggi e che tipo di società costruiscono. Su questo asse, Leone XIV ha riaffermato il fondamento che la dottrina cattolica propone alla vita pubblica: la dignità inviolabile della persona, che —ha detto— precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli né alla volontà delle maggioranze del momento. Lo ha fatto citando espressamente il discorso di Benedetto XVI davanti al Parlamento Federale tedesco, in una continuità di magistero che ha attraversato tutto l’intervento.

Da questo principio è derivata la difesa della vita. Il Papa ha messo in guardia contro la cultura dello scarto e ha sostenuto che la vita umana non può mai essere trattata come merce. Ha aggiunto un criterio sulla qualità morale della legge: una norma non raggiunge la sua grandezza per il solo fatto di essere stata approvata formalmente, ma quando può presentarsi davanti alla dignità della persona ed emergere da quell’esame senza vergognarsi. La formula riconosce la validità formale del diritto positivo, ma la subordina a una misura che la precede.

Il secondo asse è stato la libertà di educazione. Leone XIV ha rivendicato il diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di educazione e di formazione che ricevono i loro figli, in coerenza con le loro convinzioni morali, culturali e religiose, appoggiandosi alla sua enciclica Magnifica humanitas e al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici. In questo quadro ha situato la famiglia come ambito in cui le nuove generazioni imparano a riconoscere la dignità di ogni persona e a trasmettere ciò che ha definito la grammatica elementare della convivenza: ricevere la vita, prendersi cura, perdonare, servire e appartenere.

Il bene comune ha articolato il terzo filo. Il Papa lo ha presentato come orizzonte che non può ridursi alla somma di interessi parziali e che obbliga a custodire specialmente chi attraversa situazioni di fragilità. A questo stesso registro appartiene la difesa della libertà religiosa, che il Pontefice ha reclamato come diritto fondamentale che tutela l’ambito più intimo della persona, e ha incluso un accenno specifico alla protezione giuridica del segreto della confessione, tutelato anche —ha ricordato— da norme internazionali.

L’ossatura del discorso è stata nettamente spagnola. Leone XIV ha percorso il Don Chisciotte —e la libertà come uno dei doni più preziosi che i cieli abbiano dato agli uomini—, Santa Teresa e Unamuno, per soffermarsi sulla Scuola di Salamanca e su Francisco de Vitoria. Da quella riflessione nata sulle rive del Tormes, ha detto, è nata l’intuizione del totus orbis e il riconoscimento della pari dignità di ogni essere umano come misura delle relazioni sociali, nazionali e internazionali. Questa eredità, ha affermato, resta viva nelle Cortes ogni volta che il legislatore si chiede come fare in modo che ciò che è legale sia veramente umano e che nessuna maggioranza violi ciò che appartiene a tutti.

Il Pontefice ha esteso lo stesso criterio alle sfide contemporanee. Ha ricordato che la tecnologia non è neutrale, perché assume il volto di chi la concepisce e la utilizza, e ha chiesto discernimento sul posto della persona nelle decisioni sull’intelligenza artificiale. Sul piano internazionale ha chiesto coraggio diplomatico e rispetto del diritto internazionale, ha manifestato la sua preoccupazione per il ritorno al riarmo anche in Europa e ha avvertito che le decisioni sulla vita e sulla morte non devono mai essere scaricate sulle macchine. Sul linguaggio pubblico, ha invocato il dovere di custodire la parola per «disarmare» il discorso ed evitare che il dissenso si trasformi in squalifica dell’avversario.

Ha affrontato anche la migrazione, che ha definito un dramma, presentandola come questione morale e giuridica che nasce dalla pari dignità di tutti gli esseri umani. Ha formulato una duplice esigenza: accoglienza e integrazione, da un lato, e attenzione alle cause che costringono a partire, dall’altro, insieme al diritto delle persone di rimanere nella propria terra.

Leone XIV ha concluso chiedendo che la Spagna continui a essere terra di incontro, cultura e solidarietà, e ha unito la fermezza delle convinzioni con la nobiltà del dialogo. Ha chiuso invocando la presenza materna della Vergine del Pilar sul Regno di Spagna.

Discorso integrale di Papa Leone XIV davanti al Congresso dei Deputati:

Madrid, 8 giugno 2026. Seduta plenaria congiunta del Congresso e del Senato nel Palazzo del Congresso dei Deputati.

Presidente del Governo,
Presidente del Congresso dei Deputati,
Presidente del Senato,
Presidente del Tribunale Costituzionale,
Presidente del Tribunale Supremo e del Consiglio Generale del Potere Giudiziario,
Membri del Congresso dei Deputati e del Senato,
Signore e signori:

Ringrazio la Signora Presidente per le sue gentili parole, nonché per l’invito che la Sede Apostolica ha ricevuto in occasione del mio viaggio in questo Paese, e per la cortesia di accogliermi in questo storico Palazzo del Congresso dei Deputati, ambito eminente della vita istituzionale, giuridica e democratica del Regno di Spagna. Vengo davanti a tutti voi come Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa cattolica, consapevole che la missione affidata al Successore dell’apostolo Pietro come principio e fondamento dell’unità dei Vescovi e dei fedeli (cf. Lumen gentium, 23) colloca la Santa Sede, in modo peculiare, in dialogo con i popoli e con gli Stati.

La mia presenza tra voi vuole essere un gesto di vicinanza verso la Spagna, nel quadro della mutua cooperazione, e una parola offerta al servizio della persona umana. La Chiesa «cammina con l’umanità», condivide le sue speranze e le sue ferite, ascolta gli interrogativi di ogni epoca e si lascia interpellare «da tutto ciò che riguarda l’esistenza degli uomini e delle donne di oggi». Per questo, quando si rivolge alla vita pubblica, lo fa rispettando la missione propria delle istituzioni e la legittima responsabilità di chi ha ricevuto il mandato di legiferare. Riconosce «l’autonomia delle realtà terrene» e «la distinzione tra comunità ecclesiale e comunità politica»; e, proprio da questa consapevolezza, offre una riflessione nata dal desiderio di servire il bene comune e di ricordare ciò che rende veramente umana la convivenza (cf. Magnifica humanitas, 18-19).

In quest’emiciclo si dà forma giuridica alla convivenza sociale. Qui le differenze si ascoltano, si ordinano e, quando è possibile, si trasformano in decisione condivisa. Per questo, al di là della legittima diversità di posizioni, ogni compito legislativo finisce per trovarsi di fronte a una domanda decisiva: quale concezione della persona umana ispira le leggi e che tipo di società costruiscono quelle leggi.

Davanti a questa questione, la Spagna possiede una memoria particolarmente ricca. La sua identità geografica e politica si è intrecciata con una storia in cui fede e ragione, arte e diritto, tradizione e pensiero hanno saputo incontrarsi fecondamente. Nelle sue cattedrali e università, nella sua letteratura immortale, nelle sue istituzioni giuridiche e nell’animo stesso del suo popolo, rimane viva un’eredità che ha dato forma a un modo di vivere la libertà, praticare la giustizia e ordinare la vita comune.

Dalle pagine universali del Don Chisciotte, dove Cervantes proclamò che «la libertà […] è uno dei doni più preziosi che i cieli abbiano dato agli uomini» (Don Chisciotte della Mancia, II, 58), fino alla profondità spirituale di santa Teresa d’Avila, e dalla grande tradizione giuridica spagnola fino all’inquietudine metafisica di Unamuno, che ricordava che l’uomo «non si rassegna a morire del tutto» (Del sentimento tragico della vita, I), la Spagna ha saputo guardare all’essere umano come a qualcosa di più di un pezzo dell’ordine sociale, economico o politico: lo ha riconosciuto come creatura aperta alla verità, dotata di libertà e mossa da una sete di eternità che nessuna realtà temporale riesce a estinguere; in una parola, come qualcuno la cui dignità precede ogni utilità e al cui servizio è sottoposta l’azione legislativa.

Per questo, parlando oggi della persona umana, questa memoria conduce naturalmente a Salamanca e al pensiero che vi maturò. La presenza simbolica in quest’aula dei Re Isabella e Ferdinando rimanda a quel momento in cui la Spagna si trovò di fronte a responsabilità storiche di portata universale; pochi anni dopo, Salamanca avrebbe assunto, con singolare lucidità, la riflessione morale e giuridica che quello scenario richiedeva. In quella sede universitaria, cinquecento anni fa, quando si aprivano mondi nuovi e possibilità immense nelle relazioni tra i popoli, alcuni maestri compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità quanto la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere. Bisogna riconoscere che la società e la stessa Chiesa non sempre furono all’altezza delle intuizioni che trovavano eco nella loro stessa tradizione cristiana.

Tuttavia, quell’interrogativo aprì un orizzonte intellettuale e morale che travalicò il suo stesso momento storico. L’intuizione del totus orbis, di una comunità umana più ampia di qualsiasi potere particolare, permetteva di affermare l’esistenza di vincoli giuridici e morali tra i popoli. Dalla Spagna, la riflessione della Scuola di Salamanca —e in particolare di frate Francisco de Vitoria, insieme ad altri domenicani e gesuiti— contribuì a formare una coscienza giuridica e morale capace di ricordare che l’autorità porta sempre con sé una responsabilità e che ogni essere umano deve essere riconosciuto come soggetto di diritti e doveri. Questo anelito continua a parlare anche oggi: che la dignità, la giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, sia a livello nazionale che internazionale.

Questa è una delle grandi eredità della Spagna: aver unito l’azione storica con la lucidità della ragione morale. Quel contributo, nato sulle rive del Tormes, trascende le aule e le biblioteche, ed è arrivato a far parte di una coscienza più ampia, condivisa dalla comunità internazionale che continua a chiedersi come costruire la pace sul riconoscimento della persona e non sull’imposizione della forza. Questo lascito vive anche in queste Cortes, ogni volta che il legislatore si chiede come fare in modo che ciò che è possibile sia giusto, che ciò che è legale sia veramente umano e che la volontà della maggioranza custodisca quei beni che appartengono a tutti e rispetti ciò che nessuna maggioranza può legittimamente violare.

La domanda salmantina continua ad accompagnare il compito di chi serve la vita pubblica. Oggi, i nuovi mondi che si aprono davanti a noi non si disegnano più sulle carte geografiche: si dispiegano nella tecnica, nell’economia, nella biomedicina e nell’universo digitale, dove il potere umano raggiunge ambiti sempre più delicati della vita personale e sociale.

Il progresso offre possibilità ammirevoli, e oggi lo vediamo in modo singolare nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie. Come ho ricordato nella mia recente Enciclica, la tecnologia in sé non è neutrale perché assume il volto di chi la concepisce, la finanzia, la regola e la utilizza (cf. Magnifica humanitas, 9); per questo, di fronte alle trasformazioni del nostro tempo, il nostro discernimento deve concentrarsi su quale posto occupa la persona umana nelle nostre decisioni, e come si pongono oggi, in modo nuovo, la dignità del lavoro, la solidarietà, la politica sociale e il bene comune.

Questo discernimento comincia da un’affermazione primaria: ogni società autenticamente giusta si edifica sul riconoscimento della dignità inviolabile della persona umana. Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o al variare delle maggioranze del momento (cf. Benedetto XVI, Discorso davanti al Parlamento Federale tedesco, 22 settembre 2011). Appartiene a ogni essere umano per il solo fatto di esistere, e per questo deve orientare ogni ordinamento giuridico positivo. La fede cristiana la proclama a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo (cf. ibid.). Quando questa convinzione rimane viva, il diritto diventa tutela di tutti e garanzia contro l’imposizione di interessi e agende particolari.

Su questo fondamento, mi compete pronunciare oggi una parola serena e ferma davanti a chi ha la grave responsabilità di ordinare giuridicamente la convivenza sociale. Questa convivenza può essere minacciata dalla cultura dello scarto, come tante volte ha avvertito Papa Francesco (cf. Discorso all’Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, 27 settembre 2021). In questo senso, se la vita cessa di essere riconosciuta come valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalle cure altrui? La difesa della vita umana non è una questione parziale né un interesse confessionale: è un obiettivo di civiltà. Ogni vita umana deve essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo tramonto naturale, in ogni circostanza della sua esistenza. Quando questa certezza si oscura, i più vulnerabili sono le prime vittime e la legge perde il suo significato più profondo: servire e proteggere ogni persona. Per questo, la grandezza morale di una nazione si manifesta, soprattutto, nella sua capacità di accompagnare, proteggere e amare quelle vite che attraversano maggiore fragilità.

Il bene comune è, in certo modo, «la forma sociale della dignità umana» (cf. Magnifica humanitas, 59). Non consiste nella mera somma di interessi particolari, bensì nell’«insieme delle condizioni della vita sociale che rendono possibile alle associazioni e a ciascuno dei loro membri il conseguimento più pieno e più facile della propria perfezione» (Gaudium et spes, 26). Quando il bene comune cessa di essere orizzonte condiviso, l’azione pubblica corre il rischio di frammentarsi in interessi parziali, incapaci di custodire ciò che appartiene a tutti.

In questo contesto, riveste particolare importanza la famiglia, realtà umana prima e fondamento naturale della comunità. Nella casa si intrecciano le generazioni e si trasmette una memoria viva che dà continuità interiore alla società. Là dove la famiglia è sostenuta, si rafforza anche la stabilità spirituale e sociale delle nazioni. La famiglia sarà sempre la prima scuola di umanità in cui si impara, prima che in qualsiasi altro luogo, la grammatica elementare della convivenza: ricevere la vita, prendersi cura dell’altro, perdonare, servire e appartenere.

Anche le istituzioni educative occupano un posto decisivo in questo compito. In esse, le nuove generazioni possono imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona. Per questo, molti genitori desiderosi che i loro figli imparino a relazionarsi, a pensare con spirito critico e ad acquisire valori solidi, ripongono in esse grandi speranze, come preziose alleate nella loro educazione. Questa collaborazione deve rispettare sempre il «diritto primario e inalienabile» dei genitori di «scegliere il tipo di educazione e di formazione che ricevono i loro figli, in coerenza con le proprie convinzioni morali, culturali e religiose» (cf. Magnifica humanitas, 143; cf. Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, art. 18.4).

L’affermazione della dignità umana non può rimanere astratta quando tante persone sono costrette a lasciare tutto per cercare pace, sicurezza e futuro. Anche il tragico dramma migratorio interpella oggi la coscienza delle nazioni e il fondamento etico dell’ordine internazionale. Numerosi uomini, donne e bambini sono costretti, da circostanze spesso drammatiche, a partire dalle loro comunità e a lasciare alle spalle persone care, storie e legami. Questa realtà travalica qualsiasi lettura puramente demografica o economica: costituisce una questione eminentemente morale e giuridica. Là dove una persona è discriminata per la sua origine nazionale, etnica, religiosa o linguistica, o per la sua condizione economica o sociale, si viola gravemente il principio universale della pari dignità di tutti gli esseri umani.

La situazione dei migranti e dei rifugiati esige una risposta che guardi alle persone, affronti le cause che le obbligano a partire e vada oltre la mera gestione dei flussi. Da qui nasce una duplice esigenza di giustizia sociale: offrire vie sicure e legali, un’accoglienza rispettosa e possibilità reali di integrazione; e promuovere, al tempo stesso, il diritto di rimanere nella propria terra, lavorando affinché nessuno debba abbandonare la propria casa per mancanza di pace, sicurezza o condizioni dignitose di vita, tra cui le disuguaglianze economiche e gli effetti della crisi climatica (cf. Magnifica humanitas, 81).

Negli ultimi anni, le rotte sempre più pericolose hanno evidenziato l’altissimo costo di questa realtà, tante volte nascosta o ignorata. Molte persone continuano a essere preda di trafficanti e contrabbandieri che approfittano della loro disperazione. È necessario rafforzare la prevenzione, il soccorso e l’assistenza alle vittime, specialmente nel quadro di una cooperazione regionale e multilaterale.

Nessuna nazione può affrontare da sola una sfida di questa portata. Per questo, è indispensabile una risposta coordinata, solidale ed efficace, capace di garantire protezione, accoglienza e opportunità reali di integrazione a chi emigra. Quando la risposta istituzionale diventa vicina, giusta e coordinata, le frontiere cessano di essere luoghi di abbandono e possono trasformarsi in spazi di protezione responsabile della dignità umana.

Signorie:

Il mondo attraversa una profonda crisi spirituale e culturale, che si manifesta in molteplici forme di violenza, polarizzazione e reciproca diffidenza. In questo contesto, la pace si presenta come un’aspirazione politica e, ancor più, come una vera esigenza morale. Richiede una parola pubblica che rispetti chi pensa diversamente, istituzioni messe al servizio dell’incontro, una memoria storica che cerchi la verità e la riconciliazione e una vita sociale capace di sostenere l’amicizia civica e il rispetto reciproco nel mezzo del dissenso.

Sul piano internazionale, la pace esige coraggio diplomatico, responsabilità etica e una visione del futuro fondata sul rispetto dell’identità di ogni popolo e sull’obbligo degli Stati di risolvere le loro controversie attraverso le vie pacifiche offerte dal diritto internazionale. Ogni guerra costituisce, in ultima analisi, una dolorosa sconfitta della capacità di negoziare e anche di quella coscienza comune dell’umanità che riconosce vincoli di giustizia tra le nazioni. Le armi possono imporre un silenzio temporaneo; ma non potranno mai edificare una pace autentica e duratura.

Per questo, preoccupa che, in vari luoghi del mondo, e anche in Europa, torni a presentarsi il riarmo come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale. La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di porre la vita dei popoli al di sopra degli interessi che traggono beneficio dalla guerra. Anche lo sviluppo delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale in ambito militare esige una vigilanza etica rigorosa, affinché le decisioni sulla vita e sulla morte non siano mai scaricate su automatismi né sottratte alla responsabilità morale della persona umana (cf. Discorso all’Università «La Sapienza», 14 maggio 2026).

La comunità internazionale è chiamata a riscoprire il valore indispensabile del dialogo come cammino paziente verso accordi giusti e duraturi, fondati sul rispetto dei trattati, sulla trasparenza dell’azione diplomatica e sulla volontà sincera di anteporre la pace al ricorso alla forza. Da qui nascono la fiducia e la speranza.

Come ricorda il motto dell’Unione Europea, In varietate concordia, la vera unità non uniforma, ma coesiona nella diversità, facendo delle culture, delle sensibilità e delle tradizioni un’occasione di reciproco arricchimento.

Allo stesso modo, all’interno delle proprie società è urgente costruire una cultura della reciprocità. La pluralità politica non dovrebbe degenerare in squalifica permanente dell’avversario. In una convivenza matura, anche il conflitto può trasformarsi in cammino verso la pace, quando le differenze si lasciano mitigare dall’ascolto e si ordinano al riconoscimento dei bisogni, delle aspirazioni e delle capacità di tutti.

Ma la pace non è soltanto una realtà politica o istituzionale. Nasce anche nella coscienza, là dove il rancore, l’indifferenza e l’odio cedono spazio alla riconciliazione. Per questo, si instaura e si protegge anche attraverso il linguaggio. Le parole possono aprire strade o chiuderle; possono illuminare la realtà o deformarla fino a rendere impossibile l’incontro. Chi esercita una responsabilità pubblica ha, per questo, un’obbligazione speciale di custodire la parola per «disarmare il linguaggio» (Messaggio per la Quaresima 2026, 13 febbraio 2026). La fermezza non esige disprezzo; il dissenso non comporta umiliazione.

Da questo rispetto dell’altro nasce anche il dovere di custodire lo spazio in cui maturano le sue convinzioni, la sua coscienza e il suo rapporto con Dio. L’attenzione a quell’ambito interiore permette di comprendere meglio una questione decisiva per ogni società veramente democratica: la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, diritto fondamentale che tutela l’ambito più intimo delle persone. La libertà su cui si edifica lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente; e evita che qualcuno debba rinunciare a contribuire alla società in cui vive a causa della sua fede.

Senza confondere il piano giuridico con quello morale, conviene ricordare anche che la libertà ha bisogno di una comprensione piena di sé stessa. Essere liberi non significa soltanto essere liberi da coercizioni o disporre di molte possibilità di scelta; significa poter riconoscere il bene e aderirvi responsabilmente. Per questo, ogni società effettivamente libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico, in modo che la libertà delle persone, delle comunità e delle associazioni non sia indebitamente ristretta (cf. Dignitatis humanae, 1). Da questa prospettiva, la legittima autonomia dell’ordine temporale non deve mai essere interpretata come ostilità verso il fenomeno religioso. La fede non pretende di imporsi mediante privilegi né coercizioni; tuttavia, non può nemmeno essere relegata al silenzio come se fosse irrilevante per la vita pubblica.

In questo contesto, il sigillo sacramentale della confessione riveste un’importanza speciale per la Chiesa cattolica. Si inserisce nell’ambito più ampio della libertà religiosa, che garantisce alle comunità credenti uno spazio proprio di vita, organizzazione e disciplina interna (cf. Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, Atto Finale di Helsinki, 1 agosto 1975, Principio VII). Tutelarlo giuridicamente, come avviene in modo analogo in alcune professioni, significa preservare uno spazio sacro di libertà interiore, dove il credente può aprire la sua anima davanti a Dio senza timore di pressioni esterne, come riconoscono anche le norme internazionali (cf. Corte Penale Internazionale, Regole di Procedura e Prova, Regola 73.3).

Signore e Signori:

Consentitemi di soffermarmi un istante su alcune immagini che adornano questa Camera. In questo Salone delle Sedute, la luce naturale entra dal lucernario che corona la sala. Quella luce che viene dall’alto può ricordare che anche la politica ha bisogno di riconoscere una misura che la precede e la supera.

Anche i dipinti che evocano, nella parte superiore del muro principale, la ricezione del Vangelo e del Decalogo ricordano qualcosa di essenziale. Senza confondere l’ordine politico con quello religioso, quei segni invitano a riconoscere che la libertà moderna è stata preparata anche da una lunga educazione della coscienza, profondamente segnata dalla tradizione cristiana. In quella scuola interiore, i popoli hanno imparato che il diritto deve servire il bene, che la giustizia pone limiti alla forza, che il potere ha bisogno di legittimità, che i poveri appartengono pienamente alla comunità, che lo straniero deve essere accolto secondo la sua dignità e che la vita umana non può mai essere trattata come merce.

Una legge non raggiunge la sua vera grandezza per il solo fatto di essere stata formalmente approvata; la raggiunge quando, oltre a essere valida nella sua forma, può presentarsi davanti alla dignità della persona ed emergere da quell’esame senza vergognarsi.

Vi invito a sollevare lo sguardo: non per allontanarvi dalla realtà, ma per ricordare che ogni decisione delle autorità pubbliche tocca persone di carne e ossa, specialmente chi ha meno forza per farsi ascoltare. Perché l’altezza di vedute consiste precisamente nel guardare con maggiore profondità ciò che è in gioco in ogni decisione pubblica. Per questo, accanto alle risposte tecniche e alle riforme legali, è necessaria anche una rinnovamento morale.

La Spagna può offrire molto in questo cammino. Ha una lingua che unisce continenti; una tradizione culturale, giuridica e spirituale che ha saputo mettere in dialogo fede e ragione, diritto e coscienza, unità e pluralità. Questa esperienza storica ricorda anche il valore della concordia e dello sforzo paziente per costruire una convivenza pacifica e giusta.

Che questa nobile nazione non perda mai la memoria delle sue radici né l’audacia di guardare al futuro. Che la Spagna continui a essere terra di incontro, di cultura, di solidarietà e di speranza. E che la sua vita pubblica sappia unire sempre la fermezza delle convinzioni con la nobiltà del dialogo e la grandezza del servizio.

Che Dio conceda pace a tutte le nazioni della terra, concordia alle famiglie e serenità alle coscienze. E che, sul Regno di Spagna, segnato dall’impronta apostolica di Santiago e dalla presenza materna della Vergine del Pilar, scendano giorni di prosperità, giustizia e pace duratura. Molte grazie.

Aiuta Infovaticana a continuare a informare