All’inizio del XVII secolo, Caravaggio dipinse due splendidi quadri sull’Evangelista Matteo nel momento in cui prende la penna per donare al mondo i suoi ricordi su Gesù. E in entrambi i dipinti emerge una figura soprannaturale, un angelo. In uno, sembra che questo messaggero divino gli sussurri semplicemente all’orecchio «parole arcane che a nessuno è permesso pronunciare» (2 Cor 12,4). Nell’altro, gli prende la mano per guidare direttamente la sua scrittura. Attraverso entrambe le rappresentazioni, il geniale pittore italiano ci mostra due prospettive sulla divina ispirazione delle Sacre Scritture; una teologicamente ammissibile, l’altra errata. La prima cristiana, la seconda maomettana (significativamente, il primo Matteo porta l’aureola, il secondo no).
Quest’ultimo quadro fu rifiutato dai committenti, ma curiosamente non per il frequente errore di eliminare l’intervento dello spirito umano nella redazione del Vangelo, bensì perché l’immagine dell’evangelista, con i piedi sporchi e le gambe nude, parve loro irrispettosa. Purtroppo quel quadro non esiste più, poiché fu distrutto nel 1945 da un bombardamento alleato sul museo di Berlino che lo ospitava, ma ne conserviamo le fotografie. L’altro che dipinse, e che oggi possiamo ammirare al Louvre, ritrae l’antico pubblicano con la penna in mano e gli occhi rivolti al cielo, dove un angelo sembra parlargli. Sebbene nello stesso stile tenebroso del primo, il quadro presenta figure più stilizzate e spiega in modo più adeguato l’ispirazione. L’agiografo alza lo sguardo, e uno spirito (invisibile) illumina e purifica la sua intelligenza, per scrivere «tutto e solo ciò che Dio vuole’. Questo quadro, a differenza del precedente, fu acquistato con entusiasmo da chi lo commissionò al feroce artista italiano, ma solo perché la sua proposta era più rispettosa della figura del pubblicano Matteo, non per la sua rigorosità teologica. In effetti, secondo molti critici, il primo dei dipinti (quello ormai perduto) aveva maggiore forza e merito, sebbene i personaggi, dal punto di vista dell’ispirazione, evocino maggiormente Maometto e il pessimo spirito che gli rivelò il suo Corano.
Ora, che la Bibbia sia l’unico libro al mondo che possiamo definire «divino», è una verità che, a mio giudizio, non si fonda soltanto sul concetto di ispirazione, così come lo hanno sviluppato i teologi. L’ispirazione, certamente, è l’elemento soprannaturale (di fede) e il più importante per avvalorare l’autorità della Scrittura; è ciò che permette definitivamente di conciliare l’autorevolezza di Dio con l’azione dello scrittore umano. A questo proposito sono state date storicamente numerose spiegazioni a questo complicato concetto, ma a mio giudizio è stato san Tommaso a risolvere il problema con maggiore acutezza, con la sua distinzione tra causa principale e causa strumentale, in modo tale che lo Spirito divino riesca, rispettando la libertà e la capacità dell’agiografo, a elevare la sua mente affinché sia in grado di esprimere ciò che Dio vuole comunicarci.
La Costituzione Dogmatica Dei Verbum (1965) del Concilio Vaticano II sulla «Divina Rivelazione», riprendendo la Dei Filius (1870) del Vaticano I, afferma con fermezza, in primo luogo, l’autorevolezza divina, ma last but not least, l’indispensabile cooperazione umana –anche come vera autorevolezza–, il che rappresentò un felice approfondimento della definizione dogmatica del concilio precedente.
(11) «La Santa Madre Chiesa, secondo la fede apostolica, ritiene santi e canonici tutti i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, perché, scritti per autorità dello Spirito Santo, hanno Dio come autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa. Ma nella redazione dei libri sacri, Dio scelse uomini che, usando le proprie facoltà e mezzi, in modo che operando Egli in essi e per mezzo di essi, scrivessero, come veri autori, tutto e solo ciò che Egli voleva»
Ma, come ho detto, senza ricorrere ad argomenti di autorità soprannaturale, possiamo mostrare ragionevolmente fino a che punto, in questo insieme eterogeneo di libri, scritti da numerosi autori di ogni condizione e mestiere (da re e sacerdoti, a braccianti, pastori, pescatori o esattori delle imposte), nel corso di vari secoli fino al I della nostra era –cioè in un’epoca che si definirebbe prescientifica–, si affermavano già verità oggi maggioritariamente accettate dalle diverse modalità del sapere scientifico, senza escludere le scienze empiriche più rigorose. E ciò non dipendeva dal fatto che gli agiografi fossero particolarmente intelligenti o disponessero di sofisticati mezzi tecnici per scrutare la natura delle cose, bensì precisamente dalla loro condizione di agiografi, di destinatari della Parola di Dio, che non può ingannare né essere ingannato. Anzi, come vedremo, se il mondo intellettuale moderno fu in alcuni casi restio ad accettare tali verità, a riconoscergli un marchio scientifico, fu proprio perché suonavano troppo bibliche. Verità, in definitiva, che la Bibbia esprimeva in un linguaggio popolare, persino poetico, ma il cui significato non differisce dalle conclusioni che, in numerose occasioni, si sono raggiunte con la metodologia scientifica. Sebbene il nostro mondo sia sempre più irrazionale e alcuni resuscitino l’assurdità del vecchio averroismo latino (possono esistere verità bibliche e scientifiche contraddittorie tra loro), è pur vero che san Tommaso ci ha già insegnato che la verità è una sola e che scaturisce dalla adaequatio intellectus et rei. E che fede e ragione sono vie distinte ma che convergono nello stesso luogo, e che non possono essere percorsi contraddittori perché Dio è l’origine di ogni Verità.
Sono tre, a mio giudizio, le verità più importanti che la Bibbia anticipò prima della loro verifica da parte della riflessione filosofica o dei procedimenti delle scienze moderne.
L’affermazione di un unico principio fondante; di un Dio unico e assolutamente trascendente
Gli antropologi, con i pochi dati di cui dispongono, discutono oggi l’ipotesi se, alle origini dell’uomo, si adorasse un unico Dio, e se quella semplice pietà degenerò nel politeismo (punto di vista biblico). Varie sono state le risposte a tale problema, ma di ciò che non c’è il minimo dubbio è il fatto che tutte le religioni antiche erano politeiste (e i loro dèi erano legati a forze della natura o a passioni umane), salvo la religione ebraica (Dio unico, trascendente, onnipotente e irrapresentabile). È vero che, pur essendo monoteista, fu sempre tentata dalla visione più popolare dell’enoteismo –molti dèi locali o minori, ma un solo Dio, YHWH–; deviazione duramente condannata dai profeti molto prima dell’esilio babilonese. Già in Dt 32,17, Mosè associa gli dèi stranieri ai demoni, e a partire dall’esilio e nel periodo persiano tale verità si consolida fortemente. Esiste un solo Dio trascendente, non ha immagine, e gli dèi inferiori degli altri popoli sono diavoli, cioè creature create dal Dio unico, e ribelli, solo che costrette loro malgrado a non oltrepassare i limiti imposti dal Creatore –cfr. Gb 1,4 e ss).
D’altra parte, la retta ragione conduce anch’essa al monoteismo, attraverso la via della speculazione filosofica. È molto significativo che i primi filosofi greci, che assunsero la non materialità del primo principio o Archè (cioè i primi che in senso rigoroso fecero metafisica), fossero politeisti per cultura e per cuore. Tuttavia, dal punto di vista razionale puntavano a un’unità suprema con il concetto di Essere (Parmenide), con l’idea di Bene, principio superiore della gerarchia delle idee (Platone), o con l’affermazione del Motore Immobile, al quale, per la sua perfezione e per amore, tendono tutte le creature come causa finale (Aristotele). E qualcosa di molto significativo: il primo principio lega suggestivamente l’elemento metafisico… e quello morale. In altre parole, con la sana ragione i greci sfiorarono i confini dell’unico, trascendente, vero e santo Dio, sebbene non arrivarono ad ammettere il suo ruolo nella creazione dell’universo, che stimavano eterno (come i fisici e gli astronomi fino al XX secolo, detto per inciso). D’altra parte, applicando semplicemente la regola maestra del rasoio di Ockham, (entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem, non moltiplicare gli enti senza necessità), si può giungere alla conclusione che non possono esistere due o più esseri con gli attributi assoluti che il teismo associa a Dio, per cui Questi deve essere necessariamente unico.
Gli ebrei conobbero questa Verità molto prima dei migliori filosofi, ma non per riflessione bensì per rivelazione. Il IO SONO COLUI CHE SONO, che sorgeva da un cespuglio strano che ardeva senza consumarsi, non si manifestò a un sapiente o a un potente, bensì a un povero esule dall’Egitto ai tempi di Seti I o Ramses II; un rifugiato in una tribù nomade del devastante deserto del Sinai, un nessuno. Il nome ebraico originale di Dio, inoltre, ha una tale ricchezza concettuale che evoca in modo dinamico il dominio assoluto di Questi sul futuro, nonché la fedeltà incrollabile al suo popolo –Emet- (per questo alcuni, come fa la Bibbia dell’Orso del 1569, lo hanno tradotto come IO SARÒ COLUI CHE SARÒ). Ma ha anche il significato più rigorosamente metafisico e ontologico dell’ESSERE (la traduzione dei LXX, III secolo a.C.). Ciò che san Tommaso definiva come Puro Atto di Essere, ciò con un potere così infinito da poter far sì che le cose siano o esistano ex nihilo. Il Dio degli ebrei, in questo modo, superò in tutto quello descritto dai filosofi per la semplice ragione che gli ebrei lo ricevettero tal quale È, perché fu loro manifestato pienamente per pura grazia (non per alcun merito, Dt 9,4). I grandi sapienti greci poterono solo avvicinarsi con la loro intelligenza ai margini del mistero dei misteri, e in modo frammentario e imperfetto. Ma almeno lo fecero perché la ragione li conduceva a ciò, alla Verità.
L’universo, composto di materia, energia, spazio e tempo, ha un’origine, non è eterno
Come abbiamo annotato in precedenza, e sebbene sembri sorprendente, fu solo nel corso del XX secolo che i fisici e gli astronomi abbandonarono il paradigma, sostenuto da sempre dagli atei (Lucrezio, De rerum natura), dell’eternità dell’universo (e ciò nonostante gli immensi problemi filosofici che postulare tale eternità comportava). È ben noto –ma conviene ricordarlo– che lo stesso Einstein rifiutava, perché sgradevolmente biblica, l’idea dell’inizio del cosmo; difendeva perciò la stabilità dell’universo, e persino introdusse nelle sue equazioni della relatività generale la cosiddetta «costante cosmologica«, per accordare le sue teorie con quell’idea preconcetta. Ma poiché era un uomo onesto, ammise di essersi sbagliato e rettificò. «Il peggior errore della sua carriera scientifica» dicono che affermò.
Per rendersi conto di tale errore, bastò che negli anni Venti del secolo scorso ci fosse un prete belga (Lemaître), che si basò proprio sulle equazioni di Einstein, e anche un astronomo americano (Hubble), che si limitò a guardare attentamente attraverso il suo telescopio. In questo modo si cambiò il paradigma e si concluse empiricamente che l’universo non solo si espandeva (oggi sappiamo persino con maggiore velocità, grazie alla cosiddetta energia oscura), ma che aveva un inizio, che alcuni considerano assoluto (materia, energia, spazio e tempo). Inizio che in seguito fu denominato Big Bang, e che fu datato intorno a 13,5 miliardi di anni fa, più o meno cento milioni di anni.
Ma questa stessa conclusione scientifica –origine e non eternità– si deduce indizialmente dalle Scritture: Berešit bara Elohim/In principio creò Dio… (Gen 1,1). Sebbene si ammetta maggioritariamente che il verbo ebraico «Bara» implichi una creazione in senso stretto (dal nulla), vi sono anche coloro che mettono in dubbio questa traduzione di questo solenne versetto con cui ha inizio la Bibbia, e presuppongono, con Gn 1,2 (e con Sap 11,17) l’esistenza di materia preesistente, alla quale Dio dà forma e dalla quale fa emergere la vita. Ma anche concedendo questa seconda lettura, bisognerebbe chiarire, in primo luogo, che, se fosse esistita da sempre quella «materia primordiale», sarebbe possibile solo perché fondata sulla volontà del Dio trascendente e onnipotente (cioè del Dio ebraico), il quale sostiene tutto e senza il quale nulla esisterebbe, perché il materiale non è causato da sé stesso. San Tommaso ammetteva, come non contraria alla ragione, l’ipotesi dell’eternità delle cose, ma sempre necessitando dell’azione creatrice-conservatrice di Dio (o come espresse sant’Agostino «omnicreantem et omnitenentem). Mentre nelle teogonie antiche gli dèi emergevano come prodotti secondari del caos eterno e si sottomettevano pazienti al Fato, nella Bibbia Dio onnipotente è anteriore a tutto e governa senza costrizioni esterne, con la forza della sua Parola, quel medesimo caos, al quale apporta luce e ragione per creare il mondo. «Sia fatto«.
E in secondo luogo, e più importante: l’interpretazione di quel versetto iniziale deve tener conto delle regole ermeneutiche fissate nella Dei Verbum, e che sono «il contenuto e l’unità di tutta la Sacra Scrittura, la tradizione viva della Chiesa e l’analogia della fede». E procedendo nella lettura biblica, arriviamo a una delle vette della pedagogia della Rivelazione, dove si conferma precisamente la verità della creatio ex nihilo, affermata dalla bocca di una umile e analfabeta donna, madre di sette figli martirizzati (2 Mac 7,22-28). Così chiude la Bibbia, con questo episodio commovente, la discussione sul principio assoluto del nostro universo, e coincide inoltre con ciò che proclamò il nostro Signore: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai prudenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così ti è piaciuto» (Mt 11,25).
La storia non è ciclica ma lineare e progressiva
E la terza grande Verità che ci offre la Bibbia coincide con il concetto moderno di Storia, la sua linearità. Naturalmente non vogliamo dire che la storia biblica sia stata redatta secondo la metodologia attuale della storiografia scientifica. Ovviamente no; come hanno sottolineato grandi biblisti, il modo di redigere la storia da parte dell’agiografo biblico è molto simile a quello di altri popoli del Vicino Oriente, e anche a quello dei greci, ma con una differenza capitale: la direzione divina.
Primo attore della storia è la Provvidenza di Dio: «IO SONO colui che annuncio ciò che deve venire e i miei piani si compiranno» (Is 46,9). L’uomo, essendo libero, non potrà impedire che si realizzi la Volontà divina, che si riassume nel salvare coloro che si affidano a Lui. Tale direzionalità implica qualcosa di veramente rivoluzionario, ed è la convinzione che l’umanità –non solo gli ebrei– debba raggiungere, per le vie che Dio stabilisca e nei momenti che determina, una meta finale che i profeti intesero come il Giorno di YHWH, dove tutto si sarebbe trasformato. E persino Gerusalemme, la città dei conflitti senza numero né fine, raggiungerà la pace perpetua: «sarà abitata senza turbamenti (…) e le nazioni che attaccarono Gerusalemme saliranno di anno in anno a prostrarsi davanti al Re YHWH degli eserciti, e a celebrare la festa delle capanne» (Zc 14,11 e 16). La stessa visione finalistica e lineare abbiamo noi cristiani, solo che il Giorno del Signore coinciderà con la Seconda Venuta di Cristo e l’attuazione definitiva del suo Regno. La Gerusalemme alla quale accederanno i pagani è metafora dell’apertura del Vangelo ai gentili e della loro salvezza. La storia, pertanto, ha un termine, una fine definitivamente gloriosa. È direzionale.
Perché la storia non è determinata da un fato fatale che la fa girare perpetuamente in modo ciclico, bensì segue un modello lineare, retto dalla mano saggia e benigna di Dio con il solo fine di salvare. La natura circolare (e pessimista) della concezione della storia delle nazioni pagane –il loro auge, decadenza, crollo, nuovo inizio ecc.–, può spiegarsi con la loro visione religiosa di un universo senza principio né fine, eterno, e retto dal destino inesorabile –le sinistre Moire–, agli antipodi della ottimistica visione del mondo biblica. Di fronte a quella visione deprimente, la Bibbia segna un cammino progressivo, misterioso ma aperto, che ha ispirato la moderna storiografia. Gli storici (dal XVI secolo e soprattutto a partire dal XIX, con l’ateo Auguste Comte in testa), credevano che la storia, essendo lineare e progressiva, tendesse a un maggiore perfezionamento dell’umanità, verso un uomo più scientifico, razionale e civile (e naturalmente meno religioso). Ma arrivò il XX secolo –con le sue guerre mondiali, con l’Olocausto, le bombe atomiche, il Gulag o i genocidi esperimenti sociali del comunismo–, e rimase evidente la stupida ingenuità (o qualcosa di peggio) di questi «intellettuali» che credevano che il progresso tecnico avrebbe comportato un maggiore sviluppo morale. Dimenticavano ciò che la Bibbia ci ricorda continuamente: che esiste il peccato originale, che colpisce gli uomini e le loro strutture sociali e storiche; che con la forza della Grazia possiamo vincerlo, e che l’uomo deve lottare senza tregua e con tutte le sue forze per il bene, la giustizia e per il Regno di Cristo, sebbene non siamo che servi inutili e a Lui solo appartenga la Gloria. Con Lui o senza di Lui, la storia avanza sempre, solo che con Lui ci dirigiamo verso il bene e senza di Lui verso il male. E in entrambi i casi sotto il suo dominio e Provvidenza, in modo tale che quanto maggiore disperazione percepiamo, la sua Parola ci assicura:
«IO SONO YHWH, tuo Dio, colui che ti prende per mano e ti dice: non temere, perché Io sono con te» (Is 41,13).
Dopo questa rapida rassegna della sapienza della Bibbia per illuminare tanto i cammini dell’uomo (individuale e storico), quanto i sentieri della filosofia e della teologia naturale (e persino della scienza), si impone una conclusione: non ci troviamo di fronte a un libro qualsiasi, bensì al Libro. Una breve biblioteca che, inoltre, fornisce a chi ama la grande letteratura alcune delle pagine più straordinarie e gratificanti della storia in poesia, dramma o riflessione sapienziale, sebbene questo sia il meno. La Bibbia non ebbe mai la pretesa di cercare, con brillanti tropi letterari, la bellezza per la bellezza (in effetti, alcuni dei suoi testi sono molto aridi), bensì di esporci la cruda verità dell’uomo, la sua rottura con Dio e, nonostante ciò, la benigna volontà di Dio, rivelato come Abbà, di cercarlo e salvare ciò che era perduto (Lc 19,10; 1 Tm 2,4). Non volle dettagliarci il divenire di ogni civiltà o la natura delle cose, bensì focalizzare la realtà personale o collettiva (di ieri, di oggi e di sempre) dallo sguardo dell’unico Dio vero, con una volontà esplicitamente salvifica. Perché questo è ciò che ci annuncia la Bibbia in ogni pagina, in ogni frase, in ogni lettera: Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi ristorerò (Mt 11,28). Ma la Bibbia è anche il libro politicamente scorretto per eccellenza, e in entrambi i Testamenti ci si avverte, senza mai addolcire il racconto, circa la responsabilità che assumiamo nella nostra esistenza e ci si avvisa delle infauste conseguenze del non percorrere o abbandonare quel sentiero che il nostro Creatore ci ha tracciato (Sir 15,17 o Mt 7,13-14). Per tutto ciò, per la sua impronta divina, è logico che abbia anticipato (sebbene non fosse questo il suo fine) ai risultati dei molti sapienti che sono stati al mondo, come ci conferma la personificata Sapienza nel Libro dei Proverbi:
«A voi, o uomini, io grido, e la mia voce ai figli di Adamo.
Imparate, o inesperti, la prudenza, e voi, stolti, imparate la saggezza.
Ascoltate, perché annuncio cose eccellenti, e le mie labbra proferiscono cose rette,
poiché la mia bocca sussurra la Verità, e l’empietà è abominevole alle mie labbra.
Sinceri sono tutti i detti della mia bocca, non c’è in essi cosa distorta né perversa.
Tutti sono retti per l’intelligente, e giusti per coloro che hanno trovato la scienza.
(Pr 8,4-9).
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