«La carità non ammette ritardi»: il messaggio di Leone XIV al centro CEDIA di Cáritas Madrid

«La carità non ammette ritardi»: il messaggio di Leone XIV al centro CEDIA di Cáritas Madrid
El papa León XIV durante su intervención en su visita este sábado al centro CEDIA 24 Horas, de Cáritas Madrid. Foto: EFE

Il primo pomeriggio di Leone XIV a Madrid è stato caratterizzato da diversi incontri con persone in situazione di vulnerabilità. Prima di visitare il centro di informazione e accoglienza CEDIA 24 Horas, gestito da Cáritas Madrid, il Pontefice si è riunito nella Nunziatura Apostolica con un gruppo di persone con disabilità e malati assistiti da organizzazioni caritative cattoliche e dall’arcidiocesi di Madrid. Successivamente, già nel centro sociale, ha ascoltato le testimonianze di persone senza dimora, immigrati e volontari, e ha rivendicato la centralità della carità nella vita della Chiesa.

Incontro con persone malate e con disabilità nella Nunziatura

Prima di recarsi al centro CEDIA 24 Horas, Leone XIV ha tenuto un incontro nella Nunziatura Apostolica di Madrid con circa quaranta persone con disabilità e malati accompagnati da diverse organizzazioni caritative cattoliche e dall’arcidiocesi madrilena.

Il Santo Padre ha rivolto loro parole di saluto e ha condiviso con loro un momento di preghiera. Prima di salutare personalmente ciascuno dei presenti, ha recitato insieme al gruppo il Padre Nostro.

L’incontro ha costituito il primo atto di carattere sociale del pomeriggio ed è servito da preludio alla visita che il Papa avrebbe poi effettuato a una delle principali opere assistenziali di Cáritas Madrid.

Un’accoglienza tra testimonianze e incontri

Al suo arrivo al CEDIA 24 Horas, Leone XIV è stato ricevuto dall’arcivescovo di Madrid, il cardinale José Cobo, e dai responsabili del progetto. Durante la visita ha conosciuto da vicino il funzionamento del centro e i servizi che offre alle persone senza dimora.

Uno degli utenti del centro, di nazionalità peruviana, ha spiegato al Pontefice il lavoro che vi si svolge quotidianamente. Successivamente, il Papa ha visitato alcune delle strutture, ha visto la mensa e ha salutato diversi assistiti prima di dirigersi al cortile dove si è svolto l’incontro principale.

Nelle sue parole di benvenuto, il cardinale Cobo ha presentato il centro come una delle espressioni concrete della presenza della Chiesa nei quartieri più vulnerabili di Madrid. L’arcivescovo ha sottolineato che iniziare la visita papale in questo luogo costituisce un modo per riconoscere la priorità evangelica dei più bisognosi e ha ricordato che «Cristo non solo ci invia ai più bisognosi, ma Egli stesso si fa presente in loro».

Cobo ha inoltre sottolineato che la Chiesa madrilena desidera «alzare lo sguardo» senza staccare i piedi dalla realtà quotidiana di chi soffre l’esclusione, la povertà o la mancanza di opportunità. «Guardare al cielo non ci allontana dalla terra, ma ci insegna ad abitarla con maggiore profondità, più fraternità e più verità», ha affermato.

Dopo le parole di benvenuto e diverse testimonianze —tra cui quelle di una madre, un immigrato e una volontaria—, Leone XIV ha pronunciato un discorso incentrato sulla carità, sull’attenzione ai più vulnerabili e sulla missione della Chiesa.

Di seguito, il discorso integrale di Leone XIV:

Eminenza,
Eccellenze,
cari fratelli e sorelle:

Sono sinceramente molto contento di iniziare qui la mia visita a Madrid. Come ha detto Sua Eminenza, chi è a Madrid, è di Madrid. E quindi anch’io sono tra voi come un madrileno in più: grazie, Madrid, per questo benvenuto. Un benvenuto che mi fa sentire parte di una grande e meravigliosa famiglia in cui, come in tutte le famiglie, avvengono miracoli d’amore. In particolare in questa casa, dove nessuno resta solo.

Qui, la gioia e il dolore di ciascuno sono la gioia e il dolore di tutti e, ascoltandoci reciprocamente, affrontiamo insieme le sfide, senza ignorare la complessità delle situazioni e, al tempo stesso, senza tralasciare le esigenze della carità e della giustizia, «in dialogo con tutti coloro che si preoccupano seriamente dell’uomo e del suo mondo» (Deus caritas est, 27). Così il CEDIA percorre la via del Vangelo, seguendo le orme di Gesù, il Figlio di Dio che si è fatto uomo non solo per guarire le nostre malattie e miserie, ma per farle sue —tranne il peccato—, vivendo come uno di noi nella debolezza e identificandosi con ogni persona che soffre, al punto da dirci: «Ogni volta che lo avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

In questo senso possiamo interpretare le parole che abbiamo appena ascoltato nel canto: «In ogni sogno ti ho cercato, e nessuno è stato vano». Esse sintetizzano molto bene le testimonianze che abbiamo ascoltato e il lavoro che si svolge qui ogni giorno.

Infatti, grazie a un sogno e a una piccola porta aperta —piccola nelle dimensioni, ma immensa nella misericordia, come ha detto Sua Eminenza—, Niurka ha dato ad Ares e Atena la vita, il suo amore di madre, la grazia del Battesimo e la promessa di un futuro felice.

Grazie a un sogno e a quella stessa piccola porta, Khadri ha attraversato il tunnel oscuro della pandemia e un viaggio pieno di incognite. Con l’aiuto di chi gli ha teso la mano, dimostrandogli che lo apprezzavano e credevano in lui, ha trovato un lavoro e, soprattutto, ha recuperato la voglia non solo di andare avanti, ma anche di essere a sua volta di sostegno agli altri, proprio come altri hanno sostenuto lui.

Grazie anche a un sogno e a quella stessa piccola porta, ogni giorno Alicia e gli altri volontari del Proyecto Esperanza aiutano tante donne a recuperare la dignità, l’autonomia, la speranza e il rispetto per il valore sacro della propria persona, e a iniziare una nuova vita.

Anche i simboli che mi avete regalato sono un messaggio per tutti: il nastro con i nomi dei bambini esprime la gioia che ogni nascita porta al mondo; il permesso di soggiorno racconta una storia di sforzo, ma soprattutto di impegno, onestà e accoglienza; i sandali, che ricordano l’incontro di Mosè con Dio sull’Oreb (cf. Es 3,1-6), evocano la “terra sacra” che siamo tenuti a rispettare in ogni esistenza umana.

Per questo vi ringrazio di cuore tutti voi per aver condiviso esperienze dolorose, ma soprattutto piene di luce, che riflettono, come specchi, la carità di Dio.

Le vostre testimonianze ci aprono una finestra su un panorama immenso, popolato da un’infinità di madri come Niurka, di bambini e bambine, di donne e uomini, di volontari e volontarie: tante persone, tanti fratelli e sorelle, tante storie, così numerose che, come dice san Giovanni: «Se si scrivessero una per una, penso che neanche il mondo intero potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 21,25). E il paragone con il Vangelo non è forzato, perché in queste storie continuano le «cose [che] ha fatto Gesù» (ibid.) a cui si riferisce l’Evangelista.

L’Arcivescovo, nel suo intervento, ha evocato il cammino che da Betlemme porta al Paradiso. Madrid è anche famosa per i presepi che la adornano nel periodo natalizio. La loro bellezza, tuttavia, è solo una pallida espressione di una meraviglia ancora più grande e profonda, che oggi troviamo qui. Le luci, le voci e i suoni che durante le feste natalizie ci arrivano al cuore e ci bagnano gli occhi, in realtà li portiamo dentro, con noi e tra noi tutto l’anno, e oggi sono più vivi e accesi che mai in questi spazi, intorno a questo “presepe” semplice e accogliente che, con l’aiuto di Dio, voi continuate a preparare giorno dopo giorno —anzi, letteralmente giorno e notte— per Gesù, presente nelle persone che si affacciano sulla soglia del Centro in cerca di aiuto.

Come motto per questa visita sono state scelte le parole di Gesù ai suoi discepoli: «Alzate lo sguardo» (Gv 4,35).

Sono un invito a contemplare i campi che, maturi, attendono la mietitura, e ci ricordano che la carità non ammette ritardi. Se non si miete quando il grano è maturo, il raccolto si perde, e questa è la nostra responsabilità verso chi è nel bisogno: una responsabilità che consacra ogni incontro con l’altro come un kairós, un momento di grazia unico e irripetibile per amare, che non va perduto né rimandato. L’amore di Cristo ci spinge verso i fratelli (cf. 2 Cor 5,14) e la carità e la sollecitudine con cui rispondiamo ai suoi impulsi sono la prova della nostra fede.

Se ci pensiamo bene, in realtà, «anche i cristiani, in molte occasioni, si lasciano contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o da posizioni politiche ed economiche che portano a ingiuste generalizzazioni e a conclusioni ingannevoli. Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che è sempre necessario tornare a leggere il Vangelo, per non correre il rischio di sostituirlo con la mentalità mondana. Non è possibile dimenticare i poveri se non vogliamo uscire fuori dalla corrente viva della Chiesa che scaturisce dal Vangelo e feconda ogni momento storico» (Dilexi te, 15).

Le parole di Gesù sono anche un invito a coltivare un cuore sensibile alle necessità degli altri (cf. Sal 112,1-9), mantenendo vivo in noi il desiderio del bene che Dio ha posto nella nostra stessa umanità e che la fede libera e rafforza. Il papa Francesco diceva al riguardo: «Davanti al mistero della vita personale e alle sfide della società, chi crede esulta, ha una passione, un sogno da coltivare, un interesse che spinge a impegnarsi in prima persona» (Omelia, Marsiglia, 23 settembre 2023), e metteva in guardia dal pericolo di un «cuore annoiato, freddo, abituato a una vita tranquilla, che si corazza nell’indifferenza e diventa impermeabile, che si indurisce» (ibid.). Un cuore vivo è caldo e palpitante, e dà vita. Un cuore freddo è immobile, non pompa più sangue, e provoca la morte della persona.

Ma vorrei sottolineare un ultimo aspetto dell’invito del Signore: infatti, è anche un richiamo a guardare negli occhi chi soffre e a fare dell’aiuto anzitutto un incontro di fratelli uniti nell’unico abbraccio del Padre. Anche su questo il papa Francesco ha insistito molto. Chiedeva: «Quando fai l’elemosina, guardi negli occhi il mendicante? Gli tocchi la mano per sentire la sua carne?» (Angelus, 27 ottobre 2024) e concludeva: «L’elemosina non è beneficenza. Chi riceve più grazia dall’elemosina è chi la dà, perché si fa guardare negli occhi dal Signore» (ibid.). Chi ama davvero «non si limita a dare qualcosa; ascolta, dialoga, cerca di comprendere la situazione e le sue cause […]. È attento ai bisogni materiali e anche spirituali, alla promozione integrale della persona» (Messaggio per la VII Giornata Mondiale dei Poveri, 13 giugno 2023, 5).

E potremmo concludere guardando a Maria, nella cui carità tutto questo trova compimento: nel suo amore sollecito a Cana (cf. Gv 2,1-11), anelante sulle orme del Figlio (cf. Lc 2,41-49; 8,19-21), vicino e partecipe fino alla fine ai piedi della croce (cf. Gv 19,25-27). A Lei vi affido ciascuno di voi e il vostro lavoro, in questa terra a Lei consacrata, augurando che lo spirito della sua maternità universale animi sempre più il grido della fede. A Lei diciamo: «Insegnaci a vederti sempre Madre, sorgente di misericordia, grembo di perdono, abbraccio di speranza, porta della Gloria» (Preghiera di san Giovanni Paolo II all’Almudena, 15 giugno 1993).

Grazie.

Bene, prima di dare la benedizione, recitiamo la preghiera che Gesù Cristo ci ha insegnato.

Padre Nostro

Benedizione Apostolica

Congratulazioni a tutti, grazie mille per questa testimonianza d’amore.

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