Non ci piace fare da profeti di sventura, né rifugiarci nel comodo «te l’avevamo detto». Ma l’avevamo detto. Che il Governo di Spagna navigasse circondato da scandali di corruzione sempre più gravi era evidente per chiunque avesse un minimo di onestà intellettuale. E che una visita pontificia nel pieno del climax giudiziario sarebbe inevitabilmente finita strumentalizzata politicamente, anche.
Leire Díez, Ábalos, Santos Cerdán, Begoña Gómez, David Azagra. L’ordinanza firmata questo mercoledì dal magistrato Santiago Pedraz descrive il più grande scandalo degli ultimi decenni: una struttura organizzata da Ferraz per «destabilizzare in modo sistematico e continuato» i procedimenti giudiziari che riguardano l’entourage del presidente del Governo. Tutto ciò, presumibilmente, finanziato a carico della cassa B del partito. Non serviva una particolare brillantezza per capire che questo non era proprio il momento più prudente per far sedere un Papa nell’emiciclo del Congresso.
Congratulazioni, quindi, alla Segreteria di Stato vaticana. Congratulazioni alla Conferenza Episcopale Spagnola. E congratulazioni, in modo molto particolare, al cardinale José Cobo, principale promotore di questa liturgia parlamentare. Hanno ottenuto —e non era semplice— che la prima visita di Leone XIV in Spagna resti inevitabilmente associata, nell’immaginario collettivo, a una legislatura assediata dall’UCO e da sospetti di corruzione strutturale.
La diplomazia ecclesiastica, quell’arte millenaria di misurare i tempi, sembra attraversare una fase particolarmente stonata. Perché una cosa è dialogare con il potere politico, obbligo normale della Chiesa, e un’altra molto diversa offrire una fotografia istituzionale di legittimazione proprio quando quel potere attraversa il momento di maggiore deterioramento morale e giudiziario.
Dio scrive diritto con linee storte. Ma conviene non moltiplicargli inutilmente il lavoro.