Il 6 aprile, il padre Omar Sánchez si è azzardato a fare qualcosa che nell’attuale ecosistema vaticano peruviano è diventato temerario: criticare pubblicamente la gestione di mons. Jordi Bertomeu come Commissario Apostolico per il Sodalicio de Vida Cristiana. Ventidue giorni dopo, il 28 aprile, la giornalista (amica personale e portavoce in pectore di Bertomeu) Paola Ugaz pubblicava su Epicentro TV un ampio reportage accusando il sacerdote di abuso sessuale nei confronti di un giovane identificato nel testo come «Rafael», presunta vittima vulnerabile, sulla base di una denuncia firmata nel 2023 e presumibilmente inoltrata alla Congregazione per la Dottrina della Fede.
C’è un unico problema con quel reportage, e si tratta di un problema che non ammette sfumature: la denuncia è falsa, il presunto «Rafael» non esiste, e la persona che le fotografie pixelate intendevano identificare come vittima è uscita allo scoperto per smontare l’intero incartamento in un’intervista pubblica in cui rivela il proprio volto, il nome completo e i due cognomi.
Parla il presunto «Rafael»
Si chiama Nicolás Arosemena Jiménez Pitzer. Ha 36 anni, risiede in Spagna da quasi sei, è responsabile operativo di un gruppo di ristoranti specializzati in cucina senza glutine, si sposerà l’anno prossimo e, secondo quanto ha dichiarato, si aspetta di diventare padre a breve. È alto 1,90 m. Appartiene a una famiglia nota in Perù: figlio di ambasciatore, nipote di un ministro della Giustizia, nipote dell’ex ministro dei Trasporti Luis Chang, discendente diretto di un presidente della Repubblica. Difficilmente il profilo di «persona vulnerabile» che il reportage di Ugaz doveva costruire.
In un’intervista al programma peruviano Gatos por Liebre, Arosemena ha confermato punto per punto l’operazione:
Primo, che è lui, effettivamente, la persona che appare nelle due fotografie con il padre Omar riprodotte con il volto sfocato nel reportage. Una di esse, dice, corrisponde a un momento quotidiano durante la pandemia, quando lui e altri tre volontari dormivano a turno nella sala accanto alla stanza del sacerdote per gestire la logistica sanitaria della casa. L’altra, uno scherzo vestito da accolito accanto a un volontario straniero. Entrambe, fotografie che lui stesso aveva pubblicato sul proprio Instagram personale e che la giornalista, a quanto pare, ha utilizzato senza altro per illustrare un’accusa.
Secondo, che ha vissuto nella Casa de las Bienaventuranzas per diciassette mesi, in modo del tutto volontario, a 29-30 anni, arrivandoci di propria iniziativa dopo aver ascoltato un’omelia del padre Omar mentre risiedeva in un’altra parrocchia. Non è stato ricoverato, non è stato internato, non era in riabilitazione. Era un volontario adulto che si occupava dell’area adulti e delle cucine di quartiere durante la pandemia. Ha tatuato sul corpo il logo dell’Associazione delle Beatitudini e la parola family.
Terzo, che non ha mai, in nessun momento, firmato alcuna denuncia contro il padre Omar. Non l’ha presentata, non l’ha ritirata, né ne ha avuto conoscenza fino a quando un amico di scuola gli ha inviato il link al reportage. La firma che compare sul documento che Paola Ugaz esibisce come prova, dice Arosemena riconoscendola senza esitazione, è quella di sua madre, apposta nel 2023, alle sue spalle, mentre lui risiedeva in Grecia gestendo un proprio ristorante.
Quarto, che Paola Ugaz non si è mai messa in contatto con lui. Mai. Nonostante abbia affermato nel suo reportage che si trattava di un’indagine durata diversi mesi, la giornalista non ha ritenuto necessario verificare con il presunto aggredito se i fatti fossero veri, se volesse esprimersi, o anche solo se fosse ancora vivo. Arosemena dice di non aver mai sentito parlare di Ugaz in vita sua fino a due settimane fa.
«Io non ho mai sporto denuncia. Quella firma non è mia. Non conosco la signorina Ugaz nemmeno in una rissa tra cani. Se non si ritratta, dovrò affrontarla in tribunale», dichiara nell’intervista, annunciando azioni legali per diffamazione.
L’incartamento fantasma e la Dottrina della Fede
Il reportage di Epicentro afferma che la denuncia risulterebbe inoltrata al Dicastero per la Dottrina della Fede. Se questo è vero —e tutto indica che lo sia, perché è il tipo di dettaglio che un reportage militante non inventa per la semplice ragione che la leva canonica è il vero obiettivo dell’operazione—, allora ci troviamo di fronte a qualcosa di considerevole gravità: un fascicolo canonico contro un sacerdote, nella Congregazione competente, sostenuto da una denuncia che la presunta vittima ignora, non ha firmato e ha smontato pubblicamente.
È allora che sorge la domanda: chi ha fatto arrivare quel fascicolo alla Dottrina della Fede? Attraverso quale canale? Chi lo ha presentato come credibile? E che ruolo ha avuto in quel percorso mons. Jordi Bertomeu, la cui vicinanza operativa con Paola Ugaz è pubblica e costante dai tempi del Sodalicio?
La chiave del cassetto
Qui sta la chiave del metodo, senza la quale non si capisce nulla di ciò che sta accadendo negli ultimi mesi. Mons. Bertomeu non fabbrica denunce dal nulla. Ciò che tutto indica che faccia è qualcosa di più sottile e, in termini canonici, considerevolmente più grave: ha accesso al cassetto. All’archivio. Ai fascicoli che dormono nelle curie e nei dicasteri, alle denunce che un tempo furono presentate e ritirate, alle consultazioni pastorali che non divennero mai causa, ai pettegolezzi che qualche cancelliere diligente mise per iscritto cinque, otto o dieci anni fa e che nessuno ha più aperto.
Ogni sacerdote con una lunga vita ministeriale accumula in qualche cassetto ecclesiastico carte suscettibili di essere rilette in chiave distorta. Una conversazione con un adulto che un giorno si trasformò in un reclamo senza seguito. Una denuncia presentata da un familiare in un momento di tensione e archiviata per inconsistenza. Una foto, un messaggio, una visita pastorale fraintesa. Nella stragrande maggioranza dei casi, quelle carte restano dove devono restare: archiviate, inerti, senza diventare causa perché non c’era causa.
Il metodo dispiegato contro il padre Omar (coincidente con diversi casi precedenti) consiste, appunto, nel sapere dove si trovano quelle carte e poterle attivare selettivamente. Quando un avvocato canonista scomodo —pensiamo a Coronado— diventa fastidioso, compare all’improvviso un fascicolo per un incontro con un adulto che dormiva da anni. Quando un sacerdote critico alza la voce, riemerge dal nulla una denuncia materna ritirata tre anni fa. Le carte vengono estratte dal cassetto nel momento preciso, consegnate al canale mediatico affine e pubblicate come se fossero scoperte di un’inchiesta giornalistica che in realtà non è mai esistita.
Questa è la differenza tra la calunnia comune e il camorrismo ecclesiale. Quest’ultimo dispone di un archivio a cui non dovrebbe avere accesso operativo nessuno che non sia giudice nella causa, dispone dei tempi —ventidue giorni tra la critica e la pubblicazione—, e dispone della penna di una giornalista che per anni ha funzionato come suo altoparlante naturale.
Ventidue giorni: la simmetria perfetta
La distanza tra la critica del padre Omar a Bertomeu e la pubblicazione del reportage di Ugaz è di ventidue giorni. Per chi conosce i tempi reali di un’inchiesta giornalistica seria sugli abusi ecclesiastici —contrasto delle fonti, ricerca della presunta vittima, tentativi di contatto con l’accusato, verifica documentale, consulenza giuridica prima della pubblicazione—, ventidue giorni non è il tempo di un’inchiesta. È il tempo di un’attivazione.
Il fascicolo, ricordiamolo, era del 2023. Era rimasto apparentemente tre anni a dormire in qualche cassetto. Finché il padre Omar non ha alzato la voce contro il Commissario Apostolico. Allora il cassetto si è aperto, il documento è uscito e la giornalista che ha agito come interlocutrice mediatica abituale dello stesso Bertomeu per anni ha pubblicato il pezzo.
Il metodo, esposto
Il metodo consta di tre movimenti. Nel primo, si identifica il sacerdote, il religioso, il laico o il mezzo critico nei confronti della gestione del Commissario Apostolico. Nel secondo, si individua nell’archivio una vecchia carta suscettibile di essere riletta come denuncia: un reclamo archiviato, una firma di terzi, una testimonianza reinterpretata, una fotografia ricontestualizzata, una chat fuori contesto. Nel terzo, si pubblica attraverso il canale mediatico affine, senza confronto con il presunto aggredito, senza diritto di replica reale, con la presunzione di gravità canonica come garanzia di impatto. La denuncia, inoltre, scala: dal mezzo alla Congregazione per la Dottrina della Fede, dove basta che il fascicolo esista perché il sacerdote rimanga marchiato per anni.
Il padre Omar ha avuto la fortuna —ed è una fortuna statisticamente eccezionale— che il presunto aggredito sia un adulto di trentasei anni con famiglia influente, residente in Europa, con risorse proprie e con un senso elementare di decenza che lo ha portato a uscire allo scoperto. La maggior parte dei sacerdoti sottoposti a questo metodo non ha questa fortuna. La maggior parte si confronta con presunte vittime introvabili, con fascicoli che non possono verificare, con giornalisti che non rispondono alle repliche e con un sistema canonico che, al dubbio, sospende, trasferisce o sanziona.
InfoVaticana, all’orizzonte
Questo mezzo ha motivi propri per conoscere il metodo. Sappiamo, da informazioni che circolano negli ambienti vicini al Commissario Apostolico, che Bertomeu si è mosso per cercare di indicare nomi propri del consiglio editoriale di InfoVaticana sulle pagine de El País, non esitando a fare qualcosa di così grave come strumentalizzare a tal fine vittime reali del Sodalicio il cui dolore meriterebbe un trattamento infinitamente più rispettoso che servire da munizione da lanciare contro media scomodi. Per il momento, non ha osato scomunicarci. Per il momento.
Ma la logica è la stessa che si è dispiegata contro il padre Omar, contro i sacerdoti e i laici peruviani che hanno osato dissentire dalla gestione del Commissario, e contro chiunque abbia avuto l’audacia di chiedere conto di un processo —quello del Sodalicio— la cui risoluzione ha lasciato domande di fondo senza risposta. La logica è: se ti metti contro Bertomeu, ti costruisce un caso.
Le vittime reali, le grandi perdenti
La cosa più dolorosa di tutto questo è ciò che questo modo di operare fa alle vittime reali di abusi ecclesiastici. Ogni fascicolo fabbricato, ogni denuncia strumentalizzata, ogni reportage militante che crolla al primo confronto con la realtà, svaluta le vittime autentiche. Svaluta tutto il lavoro serio di protezione dei minori che la Chiesa, con difficoltà e con ritardo, ha cercato di costruire negli ultimi vent’anni.
Quando un Commissario Apostolico e la sua giornalista affine fabbricano un caso per neutralizzare un critico, non danneggiano solo il sacerdote accusato. Danno danno a ogni vittima che, domani, arriverà in un ufficio canonico o in una redazione seria con un fascicolo vero e si troverà di fronte allo sguardo stanco di chi ha già visto troppi montaggi.