Diaconesse?

Di: Mons. Alberto José González Chaves

Diaconesse?

Una parola antica per una questione moderna

Ogni tanto tempo riaffiora nella Chiesa una questione che, sebbene presentata come novità, appartiene in realtà all’antichità cristiana: quella delle cosiddette “diaconesse”. Il termine sembra evocare immediatamente un ministero femminile parallelo al diaconato sacramentale degli uomini, come se nei primi secoli fosse esistito una sorta di clero femminile successivamente scomparso. Tuttavia, quando si scende dal dibattito ai documenti, e dalle semplificazioni moderne alla verità della storia, il panorama risulta molto più sfumato, più ricco e anche molto più interessante.

Perché la Chiesa antica conobbe, certamente, donne chiamate diaconesse. Ma altra questione molto diversa è affermare che quelle donne ricevessero il sacramento dell’Ordine in senso proprio o svolgessero funzioni equivalenti a quelle del diacono come la Chiesa lo intende oggi. Ed è lì che la storia, letta serenamente e senza apriorismi ideologici, obbliga a introdurre molte interrogazioni.

Presentarlo in termini femministi – non diminuire la donna né relegarla a un secondo piano – è semplicemente assurdo. Basta percorrere venti secoli di cristianesimo per accorgersi che poche istituzioni hanno dignificato tanto la donna quanto la Chiesa. La Chiesa elevò la donna quando il mondo pagano a malapena la considerava giuridicamente; la circondò di venerazione nella figura incomparabile della Santissima Vergine; riempì la storia di martiri, vergini, dottrici, fondatrici, mistiche e sante la cui influenza spirituale supera quella di molti uomini rivestiti di autorità. Il problema, dunque, non è la dignità, ma la natura di certe funzioni ecclesiali. E la storia ci dice che le antiche diaconesse non furono mai “diaconi donne”.

La goffaggine del nostro tempo goffo è quella di proiettare sulla Chiesa primitiva categorie moderne, letture ideologiche o rivendicazioni contemporanee che finiscono per forzare i testi antichi fino a far loro dire ciò che mai vollero affermare e conducendo a un archeologismo privo di teologia, il che è, secondo Pio XII, una delle cause della rovina della liturgia e, quindi, della fede. Perché la storia può essere maestra di verità, ma anche strumento di confusione quando le si strappa il contesto e la si converte in argomento apologetico per giustificare opzioni previamente decise.

Febe, le vedove e il silenzioso servizio femminile

Fin dai beginnings del cristianesimo appare con chiarezza la presenza attiva e generosa delle donne nella vita della Chiesa. I Vangeli ricordano con emozione quelle donne che seguivano Cristo dalla Galilea e “lo servivano con i loro beni” (Lc 8, 3). San Paolo, da parte sua, menziona continuamente nomi femminili legati all’apostolato nascente: Prisca, Maria, Trifena, Trifosa, la madre di Rufo… figure discrete ma decisive, che sostengono materialmente le comunità, ospitano i missionari, curano i poveri e partecipano intensamente alla vita cristiana. Tra quei nomi spicca quello di Febe, che l’Apostolo presenta come “nostra sorella, che è al servizio della Chiesa di Cencrea” (Rm 16, 1). Doveva essere una donna agiata, poiché lo stesso Paolo aggiunge che “ha aiutato molti e anche me stesso” (Rm 16, 2). Per secoli quell’espressione fu interpretata come riferimento a una diaconessa. Ma il termine greco diákonos possedeva allora un’ampliezza semantica molto maggiore di quella successiva: significava semplicemente servo, collaboratore, aiutante. Lo stesso Paolo lo applica a Cristo, a se stesso, ai predicatori del Vangelo e persino alle autorità civili. Nulla obbliga, dunque, a concludere che Febe ricevesse un grado sacramentale.

Ancora di più, le stesse lettere paoline mostrano una chiara preoccupazione per evitare che certe donne assumessero funzioni dottrinali o liturgiche proprie dei ministri ordinati: Paolo insiste che non spetta loro insegnare autorevolmente nell’assemblea né esercitare funzioni di presidenza, e avverte inoltre contro il pericolo delle chiacchiere, dell’ozio spirituale e del lasciarsi sedurre da dottrine errate (cf. 1 Tm 2, 12; 5, 13-15). La Chiesa nascente distingueva già con nitidezza tra il servizio ecclesiale —ampissimo e prezioso— e il ministero apostolico propriamente detto.

Nello stesso tempo iniziano ad apparire gruppi di vedove e di vergini consacrate. Constituiscono una sorta di stato ecclesiale intermedio: donne dedite alla preghiera, al digiuno, all’assistenza caritativa e a determinate mansioni comunitarie. San Ignazio di Antiochia le menziona con venerazione sotto il nome comune di vedove; San Policarpo le chiama bellamente “altare di Dio”, perché vivono delle offerte della comunità e consumano la loro esistenza nell’intercessione. È in quel contesto che inizierà a delinearsi lentamente la figura delle diaconesse.

Le “ministre” di Bitinia e la nascita di un’istituzione ausiliaria

Uno dei testimonianze più antiche appare nella celebre lettera di Plinio il Giovane all’imperatore Traiano, intorno all’anno 112. Il governatore di Bitinia, tentando di comprendere la natura del cristianesimo, scrive che giudicò necessario interrogare sotto tortura due schiave “che erano chiamate ministre” (quae ministrae dicebantur). Probabilmente si trattava di due “diaconesse” cristiane. Tuttavia, questo dato risulta molto rivelatore proprio per ciò che non dice. Non appaiono come sacerdotesse, né come dirigenti liturgiche, né come titolari di autorità dottrinale, ma come ausiliarie della comunità.

Di fatto, le antiche norme ecclesiastiche esigono normalmente che le “diaconesse” siano donne mature, vedove o vergini, slegate già da obblighi familiari importanti. Secondo la Didascalia Apostolorum del III secolo, le vedove e le “diaconesse” formano gruppi distinti: le prime sono specialmente dedite alla preghiera e al digiuno; le seconde collaborano in certi servizi pratici dipendenti dal vescovo. Ma lo stesso testo proibisce loro espressamente di predicare o battezzare, in ciò si avverte qualcosa di fondamentale: la Chiesa antica volle servirsi ampiamente del genio femminile, ma tracciando al tempo stesso limiti molto precisi riguardo alle funzioni liturgiche e dottrinali riservate al ministero ordinato.

Il pudore battesimale e il vero origine delle “diaconesse”

La spiegazione storica dell’istituzione è, in fondo, abbastanza semplice. Nei primi secoli, il battesimo degli adulti si realizzava normalmente per immersione e comportava una serie di unzioni corporali. Il senso del pudore rendeva inopportuno che tali riti fossero realizados direttamente da chierici maschi quando si trattava di donne. Sorse allora la necessità pratica di collaboratrici femminili che aiutassero nella preparazione delle catecumene e assistessero materialmente durante il battesimo. Lì appare – e non smettiamo di usare le virgolette! – la “diaconessa”. Ovvero, l’“aiutante femminile”. La sua missione era ausiliaria e era legata quasi esclusivamente alle donne: preparazione catechetica elementare, assistenza – solo assistenza – nel battesimo femminile, visita alle malate, custodia di spazi riservati alle donne nelle chiese e determinate mansioni caritative o disciplinari che sarebbero risultate improprie per un uomo, questi sì veramente diácono.

Le fonti sono chiare: le Costituzioni Apostoliche, per esempio, affermano che le “diaconesse” aiutano i presbiteri “quando si battezza una donna, per ragione del decoro e dell’onestà” (propter decorum et honestatem). A loro corrispondeva l’unzione preliminare delle catecumene e l’assistenza durante l’abluzione battesimale. Nelle Gallie, alcuni testi attribuiscono loro anche l’istruzione elementare di donne rozze o ignoranti su come rispondere nel battesimo e come vivere dopo cristianamente. Nulla si dice di presidenza liturgica, predicazione ufficiale o potestà sacramentale. Di fatto, le stesse fonti insistono precisamente sul contrario.

Una benedizione non è un’ordinazione sacramentale

La confusione moderna nasce molte volte dal linguaggio liturgico utilizzato in Oriente. In certi testi antichi le diaconesse ricevono un’imposizione delle mani e sono incorporate mediante cerimonie molto solenni. Le Costituzioni Apostoliche descrivono persino una preghiera del vescovo che chiede a Dio di effondere il suo Spirito sull’eletta per renderla degna del suo servizio. Alcuni riti bizantini posteriori al VII secolo arrivarono a utilizzare elementi esteriori simili a quelli del diaconato maschile, come l’imposizione di una stola o la consegna simbolica di un calice vuoto, che la diaconessa collocava poi sull’altare. Se potrebbe sembrare che si trattasse di vere ordinazioni sacramentali, la stessa tradizione antica nega espressamente quell’interpretazione.

San Epifanio, uno dei grandi Padri orientali del IV secolo, afferma con assoluta chiarezza che tale servizio “non fu istituito per funzioni sacerdotali né per ministero simile” (Panarion, III, 2). La Traditio Apostolica romana distingue ugualmente tra le vedove e il clero ordinato, spiegando che l’ordinazione è riservata a coloro che esercitano un servizio liturgico propriamente sacerdotale: “La vedova non riceve imposizione di mani, perché non offre l’oblazione né svolge funzione liturgica”. La differenza è capitale.

Nell’antichità esistevano molte benedizioni costitutive: per vergini, abbadesse, re, imperatori, lettori, monaci… Alcune includevano imposizione di mani senza essere per ciò sacramenti dell’Ordine. La Chiesa non interpretò mai automaticamente ogni cheirotonía antica come ordinazione sacramentale in senso stretto.

Le “diaconesse” erano benedette e istituite per un servizio concreto; non incorporate al sacramento dell’Ordine sacro. E precisamente per questo non svolsero mai funzioni essenziali del diaconato: proclamazione ufficiale del Vangelo nella liturgia, predicazione omiletica autorizzata, presidenza sacramentale o ministero liturgico propriamente clericale. La tentazione contemporanea consiste nel confondere somiglianza rituale con identità sacramentale. Forse è un eccesso di fiducia

Tra espansione orientale e sobrietà occidentale

Con il passare del tempo, alcune chiese siriache —soprattutto nestoriane e giacobite— permisero abusi o ampliamenti impropri di queste funzioni. In certi luoghi le diaconesse arrivarono a leggere testi sacri nell’assemblea o a distribuire eccezionalmente la comunione in monasteri femminili. Ma precisamente quegli esempi mostrano che si trattava di pratiche locali, suppletorie e discusse, non di una coscienza universale di ministero sacramentale femminile.

Mentre alcune regioni orientali tendevano a certa esuberanza cerimoniale, l’Occidente rimase molto più sobrio e prudente.

La ragione era molto semplice: scomparso il battesimo massiccio degli adulti, la funzione pratica delle “diaconesse” restava praticamente vuota. Molte finirono per legarsi alla vita religiosa. Il nome subsistette talvolta come titolo onorifico di certe abbadesse o di monache incaricate di leggere durante l’ufficio divino, ma l’“istituzione” officiosa andò scomparendo. E questo dato storico ha enorme importanza, perché se le “diaconesse” fossero appartenute veramente al sacramento dell’Ordine, la Chiesa non avrebbe mai potuto semplicemente lasciar estinguere quel presunto grado sacramentale. Come non sono scomparse le ordini minori e il suddiaconato, vivi nel Pontificale Romanum, nonostante le disposizioni, così difficili da capire, di Paolo VI. Può scomparire una funzione disciplinare; non una struttura sacramentale costitutiva della Chiesa.

Per questo risultano particolarmente eloquenti le decisioni conciliari occidentali. Il concilio di Orange, nel V secolo, affermava tajantemente: “Le diaconesse non devono essere ordinate” (Diaconissae omnino non ordinandae). E il concilio di Orleans proibì poco dopo di mantenere l’istituzione: un’altra prova storica che la Chiesa non considerò mai quelle funzioni come parte del sacramento dell’Ordine.

Davvero la donna influenza di più clericalizzandosi?

Era significativo il livello morale che la Chiesa esigeva dalle “diaconesse”. Le Costituzioni Apostoliche prescrivevano: “Sia eletta una vergine pura; e, se non è vergine, almeno vedova di un solo marito”. Il concilio di Calcedonia arrivò a scomunicare quelle che attentassero alla castità, e la legislazione di Giustiniano contemplava persino severissime pene civili contro chi screditasse quello stato. Tutto ciò dimostra il grande rispetto che la Chiesa provava verso queste donne. Ma precisamente perché le venerava, curava anche di definire attentamente i loro limiti e natura: non erano “chierici femminili”, ma donne consacrate a determinati servizi ecclesiali.

C’è, inoltre, una paradosso profondamente rivelatore: mentre le diaconesse andavano scomparendo, l’influenza femminile nella Chiesa aumentava straordinariamente. Surgono le grandi abbadesse medievali, le fondatrici, le maestre spirituali, le sante riformatrici, le mistiche, le dottrici della Chiesa: donne che esercitarono un’autorità morale, spirituale e culturale immensa. Santa Scolastica, Santa Chiara d’Assisi, Santa Ildegarda, Santa Caterina da Siena, Santa Teresa di Gesù o Santa Teresa di Lisieux hanno modellato la spiritualità cristiana molto più profondamente di una moltitudine di chierici.

Forse il problema contemporaneo consiste nell’aver ridotto il concetto di importanza ecclesiale a quello di potere clericale. La Chiesa non ha mai insegnato che la santità dipenda dall’accesso a funzioni gerarchiche: la storia femminile del cristianesimo costituisce la prova più abbagliante di ciò. Ma esiste il rischio che certi approcci sinodali attuali trasmettano l’idea che la donna abbia bisogno di clericalizzarsi per essere pienamente riconosciuta nella Chiesa. E questo, lungi dall’nobiliare la sua missione, impoverirebbe precisamente ciò che costituisce la sua originalità spirituale più feconda.

Oggi le antiche diaconesse non sono scomparse: hanno cambiato volto. Ogni donna, consacrata o laica, che cura malati e anziani, insegna bambini, evangelizza terre di missione, accompagna moribondi o sostiene silenziosamente la vita di una parrocchia, prolunga, in qualche modo, quello spirito di servizio femminile dei primi secoli.

Dalle religiose ospedaliere e docenti alle contemplative che sostengono il mondo con la preghiera; dalla catechista sconosciuta di un villaggio africano alla badante cristiana che veglia di notte accanto a un malato terminale e alla madre abnegata che educa i suoi figli nella fede cattolica, la Chiesa continua a contemplare lo stesso miracolo di amore nascosto. Non portano stola diaconale, ma portano sulle spalle qualcosa di più pesante e più bello: la carità quotidiana. Lì risiede la vera continuità storica delle antiche “diaconesse”: non in una rivendicazione liturgica o clericale, ma in quella silenziosa maternità spirituale che ha sostenuto la Chiesa dai tempi apostolici fino a oggi. Per questo la questione delle “diaconesse” è mal posta: perché non ogni servizio ecclesiale ha bisogno di tradursi in categoria clericale, né ogni dignità esige omologazione funzionale né la ricchezza femminile della Chiesa si misura dalla sua prossimità esterna all’altare.

In un’epoca ossessionata dal potere e dai riconoscimenti visibili, converrebbe ricordare che il cristianesimo iniziò precisamente quando una Donna di Nazareth cambiò la storia universale senza predicare, occupare cariche o rivestirsi di dignità liturgiche. Bastò il suo fiat di Corredentora (Lc 1, 38).

P. S.: Un amico, padre di famiglia, mi scrive questo, che incorporo:

“Molto buono. Gli è mancato un esempio esegetico che è visivo: se ai servi (δῐᾱ́κονοι) delle nozze di Caná non si considera diaconi, non c’è nessuna base perché il mero nome διάκονον di Febe lo significhi”.

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