La bellezza del diaconato a Ottobeuren: Dodici voci giovani per il Vangelo di Gesù Cristo

Di: Mons. Alberto José González Chaves

La bellezza del diaconato a Ottobeuren: Dodici voci giovani per il Vangelo di Gesù Cristo
La Chiesa non è primariamente un’istituzione che si organizza, ma un mistero che si trasmette; non una macchina che funziona, ma una vita che si dona. Ecclesia de Eucharistia vivit: da ciò che riceve e trasmette.
Il passato 2 maggio, festa di Nostra Signora, Patrona della Baviera – Maria duce! – nella maestosa Abbazia benedettina di Ottobeuren, in Baviera, all’Ora della Misericordia il tempo sembrò dilatarsi e il cielo lasciò intravedere, attraverso una finestra di eternità, la carezza sponsale di Gesù Cristo alla sua Chiesa.
Dodici giovani della Fraternità Sacerdotale di San Pietro —tre spagnoli, un messicano, un portoghese, quattro francesi, un austriaco, un tedesco, un inglese— ricevettero il sacro ordine del diaconato.
Tutto era pienezza: la luce limpida della Baviera, i campi verdi che circondano l’abbazia come un manto umile e fertile, il silenzio pieno di storia di quelle mura, l’arrivo delle famiglie venute da lontano —padri con lacrime trattenute, madri con la loro miscela di gioia orgogliosa e offerta sacrificata, fratelli che, forse lontani da Dio, guardano con stupore e ammirazione—, la presenza di più di un centinaio di seminaristi, allineati come una promessa viva di continuità, e la folla raccolta di fedeli arrivati da mille luoghi, uniti da una stessa fede che non ha bisogno di traduzione perché la accomuna l’eleganza immarcescibile del latino, la sobria virile e immortale del gregoriano, l’imponenza della polifonia, l’abbraccio robusto delle note dell’organo che rimbalzano nelle volte.
Nella Messa Pontificale ad thronum —la più solenne possibile—, con le sue calighe, le sue manichette, il suo triplice ornamento significante la pienezza del sacerdozio, la figura affettuosa e felice dell’arcivescovo emerito di Vaduz, monsignor Wolfgang Haas, trasudava una sacralità serena, quasi trasparente, come se in quell’uomo – ¡ojalá viva almeno un secolo in più! – il passare degli anni non pesasse, ma, nonostante le corporee, elevasse. Il suo modo di celebrare, senza fretta, senza enfasi, senza protagonismo, lasciava vedere qualcosa che oggi manca tanto: la coscienza di toccare il santo. Non invadeva né dominava il rito; si lasciava portare da esso: Sacerdos magnus, qui in diebus suis placuit Deo (cf. Sir 44,16).
Avevo l’impressione —non estetica, ma teologale— che la pietra stessa fosse in atto di confessione. Perché a Ottobeuren tutto ascende, tutto canta, tutto proclama che Dio è degno di essere amato con la pienezza della forma: Domine, dilexi decorem domus tuæ! (Ps 25, 8). Nel tempio, maestoso, con una bellezza che non era ornamento ma epifania, la Chiesa, madre e maestra, tornava a fare ciò che ha fatto dagli Apostoli: generare ministri per il mistero.
A Ottobeuren, la bellezza era il linguaggio di una teologia visibile. Perché il barocco, ¡e lo è tanto quello bavarese!, non distrae dal mistero: lo rende patente, elevando senza violentare. Ad te levavi oculos meos (Ps 122,1). E in quel contesto, il diaconato appariva in tutta la sua verità: il servizio come elevazione, l’umiltà come forma di gloria, l’obbedienza come cammino di quella libertà con cui quei dodici giovani pronunciarono il loro sì: Ecce venio ut faciam voluntatem tuam (Heb 10,9).

La soglia sacra della Parola 

La liturgia tradizionale, che non parla mai invano, sitúa l’ordinazione del diacono in un momento di un’eloquenza silenziosa: dopo l’Epistola e prima del Vangelo. Non è una rubrica; è una teologia: il diacono nasce sulla soglia della Parola.
Quando il vescovo, seduto, ordina di chiamare i candidati —Accedant qui ordinandi sunt ad Diaconatum—, sta aprendo una trasmissione. La Chiesa li riceve, li esamina, li presenta: Postulat Sancta Mater Ecclesia ut hos praesentes ad onus Diaconatus ordinetis. Allora, uomini tra gli uomini, quei dodici giovani, intrecciando nei loro occhi emozione e raccoglimento, facevano un passo avanti – adsum! – per essere introdotti in una regione dove la vita non apparterrà più del tutto a loro, dove l’esistenza resta espropriata dolcemente da un disegno più alto.
E appena ordinati, ricevevano il dono: Accipe potestatem legendi Evangelium in Ecclesia Dei, tam pro vivis quam pro defunctis. Non gli si consegnava un libro, ma una Voce: la tremenda responsabilità di essere, non padroni della Parola, ma servi di essa, non domesticandola: lasciandosi trafiggere dal suo filo. Non enim nosmetipsos praedicamus, sed Iesum Christum Dominum (2 Cor 4,5). Erano, da quel momento, uomini la cui gola non apparteneva più del tutto a loro: l’avevano appena donata al Verbo.
Per questo, appena ordinati, uno dei neodiáconi cantò il Vangelo. Quando la sua voce si elevava —giovane, ferma e al tempo stesso un po’ tremante— tutta la Chiesa tornava a gridare come Paolo con freschezza antica, la stessa Parola di sempre: Vae mihi si non evangelizavero! (1 Cor 9,16). Quando il giovane portoghese, già vestito da diacono, intonò il Vangelo, ebbi l’impressione che tutta la cerimonia trovasse il suo senso in quell’istante. Per quello erano ordinati: affinché Cristo continui a parlare e la Sua Parola continui ad ardere. Affinché la Chiesa continui a essere ciò che è: una Voce che non è sua. Perché, Verbum Dei non est alligatum (2 Tim 2,9).

Configurati con Cristo Servo

Ecco il mistero di un’identità silenziosa: il diaconato non è un’anticamera psicologica del sacerdozio. È sacramento. Anche carattere, sebbene si chiami peregramente, «incoattivo». È configurazione reale con Cristo nella sua dimensione redentrice Servo. Filius hominis non venit ministrari, sed ministrare (Mt 20,28).
C’è in quest’identità una nobiltà nascosta, quasi segreta, ma di una forza immensa. Il diacono non consacra, ma sta accanto al Sacrificio; non assolve, ma prepara la via della grazia, come i sentieri agresti che, festonati di spighe alte e danzanti, non presiedono in pienezza, come una presenza umile e necessaria, conducono all’audace esplosione barocca di Ottobeuren.
È l’ordine levitico. Ad ministerium altaris assumuntur. Come la tribù eletta per custodire il santuario, il diacono resta situato davanti al mistero con un’attitudine di vigilanza sacra. Qui bene ministraverint, gradum sibi bonum acquirunt (1 Tim 3,13). Sed mundi estote qui fertis vasa Domini (Is 52,11). ¿È esortazione morale o conseguenza di un cambiamento ontologico? Colui che è stato toccato dalla mano del vescovo, colui che ha ricevuto lo Spirito nella preghiera consacratoria, non può più vivere come se non portasse in sé qualcosa dell’altare. Habemus thesaurum istum in vasis fictilibus (2 Cor 4,7). E quel tesoro, paradossalmente, brilla di più quanto più si nasconde nell’umiltà del servizio.

Imposizione della mano: Dio prende possesso 

C’è un momento nell’ordinazione in cui tutto si concentra, si raccoglie e si densifica: l’imposizione della mano del vescovo super caput uniuscuiusque ordinandi… In quel silenzio che non rompe il respiro trattenuto dell’assemblea, perché lo densifica la preghiera interiore di tante anime, Dio prende possesso quieto e pacifico, amoroso e sereno, trasformativo. Senza spettacolarità, senza evidenza esteriore, ma con efficacia assoluta. La Chiesa ha sempre saputo che lì accade qualcosa che l’uomo non può produrre: la comunicazione dello Spirito, la configurazione sacramentale, il sigillo. E la preghiera che accompagna quel gesto lo chiede con parole che attraversano i secoli: Emitte in eos, quaesumus, Domine, Spiritum Sanctum, quo in opus ministerii fideliter exsequendum, septiformis gratiae tuae munere roborentur.
Dopo, la stola incrociata sul petto, la dalmatica, proteggendo e solemnizzando. La Chiesa, saggia, prima imprime, poi mostra e riveste. Induat te Dominus vestimento salutis (cf. Is 61,10).

Vocazione e missione: ¡bravo Haas! 

Nella sua omelia, breve, Mons. Wolfgang Haas disse ai nuovi diaconi che si orientavano a una vocazione ecclesiale e a una missione ecclesiastica. Due parole, antidoti di pericolosi e riduttivi istituzionalismi. Essendo una famiglia rispettata e amata da tutti i presenti, non parlò l’ordinante della Fraternità di San Pietro, ma di una realtà ben più ampia, più antica e più giovane, qual è la Chiesa, nei suoi due livelli: mistero – vocazione ecclesiale- e istituzione – missione ecclesiastica-. Vocazione: ciò che è ricevuto; missione: ciò che è donato. Perché la vocazione ecclesiale che trasforma precede alla missione ecclesiastica che invia.
Il diacono non si appartiene; è stato chiamato: Non vos me elegistis, sed ego elegi vos (Jn 15,16). Proprio per questo è inviato: Sicut misit me Pater, et ego mitto vos (Jn 20,21). La Chiesa non gli concede uno spazio; gli affida un servizio. Non gli otorga un rango; gli consegna un compito.
In quei dodici giovani —guardati con orgoglio discreto dalle loro famiglie, sostenuti dalla preghiera di tanti, accompagnati da altri cento seminaristi, intrepida promessa di Chiesa— quella missione acquista una tonalità particolare: custodire il fuoco sacro della liturgia, non come chi conserva una reliquia, ma come chi mantiene vivo il focolare della luce.

Custodi del fuoco sacro

La liturgia è un’eredità viva, un falò crepitante di cui il diacono è guardiano. Ignem veni mittere in terram (Lc 12,49). Egli non inventa il fuoco; non lo possiede né lo trasforma a suo piacimento: lo riceve, lo custodisce e lo trasmette: O Timothee, depositum custodi (1 Tim 6,20).
In un’epoca dispersa, dove tutto sembra negoziabile e rivisibile, la figura del diacono è una chiamata alla fedeltà concreta, umile, perseverante; quella che non fa rumore, ma sostiene l’edificio, come le colonne silenziose di Ottobeuren. Esto fidelis usque ad mortem (Ap 2,10). E quella fedeltà non indurisce né raffredda: scalda la casa solariega, come il fuoco del camino.

La dolcezza del calice: miele per la croce

C’è, all’interno del rito, un gesto piccolo, quasi segreto, che passa inosservato a chi non sa guardare, ma che contiene una delle metafore più delicate di tutta l’ordinazione. Dopo aver comunicato il Corpo di Cristo, in ginocchio e in bocca, i nuovi diaconi bevono da un calice in cui si è mescolato vino con alcune gocce di miele. Vedendoli – dal mio posto privilegiato- compiere sulla credenza tale abluzione amorosa, uno dopo l’altro, pensai che la Chiesa, così madre, dava loro da sorbire anticipatamente il mistero intero della loro vita.
Il vino: il sangue, il sacrificio, la donazione, l’asprezza della croce, la realtà di un’esistenza che non sarà più comoda né autoreferenziale, ma versata. Calicem salutaris accipiam (Ps 115, 13). Il calice del Signore: gloria e passione, che inebria e ferisce, eleva e purifica. Il miele: dolcezza segreta di Cristo, soavità del suo Cuore, consolazione nascosta che solo Lui sa dare a coloro che gli appartengono. Quam dulcia faucibus meis eloquia tua! (Ps 118,103). È la tenerezza di Dio che non sopprime la croce, ma la abita; e, senza esiliare l’amarezza, la trasfigura dall’interno.
In quella miscela di vino e miele volli vedere racchiuso tutto il programma di una vita diaconale: amarezza e dolcezza, Calvario e Tabor, solitudine e consolazione, spoglio e gioia. Il Cuore eucaristico di Gesù diceva loro, nel silenzio del rito: “Bere il mio calice —potestis bibere calicem quem ego bibiturus sum? (Mt 20,22)—, ma non lo berrete soli. Io stesso lo dolcificherò dall’interno con la mia presenza”.
Era una scena di immensa tenerezza teologica: il diacono, che vivrà asprezze e lotte interiori, riceveva una promessa divina: la croce non sarà amara: sarà percorsa dalla dolcezza di Cristo; il servizio non sarà arido se lo impregna la carità; la donazione non sarà sterile, la feconderà la grazia.
E così, mentre purificava il calice, sembrava che ogni diacono purificasse anche la propria vita futura, imparando già che tutto in lui dovrà passare per quel mistero: lasciarsi svuotare, riempire e trasformare; essere vaso, fuoco, offerta.
Io, a Ottobeuren, chiesi alla Patrona Bavariæ, dulcis Virgo Maria, che dolcifichi Ella sempre tutti i dispiaceri che appaiono nelle vite di quei dodici valorosi. 

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