Il papa Leone XIV ha presieduto questo domingo nella basilica di San Pietro la Messa con ordinazioni presbiterali, in cui diversi diaconi hanno ricevuto il sacramento dell’Ordine, in un momento particolarmente significativo per la Chiesa segnato dalla scarsità di vocazioni in Europa. Nella sua omelia, il Pontefice ha delineato un profilo chiaro del sacerdote: un uomo di comunione, senza paura di fronte alla realtà, chiamato a mantenere “aperta la porta” della Chiesa e a essere —nelle sue stesse parole— “canale e non filtro” nella trasmissione della fede.
Pubblichiamo qui di seguito l’omelia completa di Leone XIV:
Cari fratelli e sorelle:
Con questo saluto mi rivolgo, in particolare, a coloro che sono stati appena presentati e che riceveranno l’ordinazione presbiterale; anche ai loro familiari, ai sacerdoti di Roma —molti dei quali ricordano la loro ordinazione in questa quarta domenica di Pasqua— e a tutti i qui presenti.
¡Questo è un domingo pieno di vita! Anche se la morte ci circonda, la promessa di Gesù si sta già compiendo: «Io sono venuto perché le pecore abbiano vita, e la abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Nella disponibilità dei giovani che la Chiesa oggi chiede di ordinare presbiteri constatiamo molta generosità e entusiasmo. Riunendoci, così numerosi e diversi, intorno all’unico Maestro, avvertiamo una forza che ci rinnova. È lo Spirito Santo, che unisce persone e vocazioni nella libertà, in modo che nessuno viva più per se stesso. La domenica —ogni domenica— ci chiama a uscire dal “sepolcro” dell’isolamento e della chiusura per incontrarci nel giardino della comunione, di cui il Risorto è il custode.
Il servizio del sacerdote, al quale la chiamata di questi fratelli ci invita a riflettere, è un ministero di comunione. Infatti, la “vita in abbondanza” arriva a noi nell’incontro personalissimo con la persona del Figlio, ma immediatamente apre i nostri occhi a un popolo di fratelli e sorelle che già sperimentano, o che ancora stanno cercando, il «potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Questo è un primo segreto nella vita del sacerdote. Cari ordinandi, quanto più profonda è la vostra unione con Cristo, più radicale è la vostra appartenenza all’umanità comune. Non c’è opposizione, né competizione tra il cielo e la terra; in Gesù si uniscono per sempre. Questo mistero vivo e dinamico impegna il cuore a un amore indissolubile; lo impegna e lo riempie. Certamente, come l’amore degli sposi, anche l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio deve essere curato e rinnovato sempre, perché ogni affetto vero matura e diventa fecondo con il tempo. Siete chiamati a un modo di amare specifico, delicato e difficile e, ancora di più, a un modo di lasciarvi amare nella libertà. Un modo che potrà fare di voi, non solo buoni sacerdoti, ma anche cittadini onesti, disponibili, costruttori di pace e di amicizia sociale.
A questo riguardo, nel Vangelo che abbiamo appena proclamato (Gv 10,1-10) sorprende il riferimento di Gesù a figure e a gesti di aggressione: tra lui e coloro che ama irrompono estranei, ladri e briganti che eccedono i limiti; non vengono, dice Gesù, «se non per rubare, uccidere e distruggere» (v. 10) e, soprattutto, hanno una voce diversa dalla sua, irriconoscibile (cfr. v. 5). C’è un grande realismo nelle parole del Signore: conosce la crudeltà del mondo in cui cammina con noi. Con le sue parole evoca forme di aggressione fisica, ma soprattutto spirituale. Tuttavia, questo non lo dissuade dal dare la vita. La denuncia non diventa rinuncia, il pericolo non porta alla fuga. Questo è un secondo segreto del sacerdote: la realtà non deve spaventarci. Colui che ci chiama è il Signore della vita. Che il ministero che vi è affidato, cari fratelli, comunichi la pace di colui che, anche in mezzo ai pericoli, sa perché si sente sicuro.
Oggi il bisogno di sicurezza rende gli animi aggressivi, rinchiude le comunità in se stesse, istiga a cercare nemici e capri espiatori. Spesso c’è paura intorno a noi e forse anche dentro di noi. Che la vostra sicurezza non risieda nel ruolo che svolgete, ma nella vita, morte e risurrezione di Gesù, nella storia della salvezza in cui partecipate con il vostro popolo. È una salvezza che già opera nel tanto bene che si fa silenziosamente, tra persone di buona volontà, nelle parrocchie e negli ambienti a cui vi renderete vicini, come compagni di viaggio. Ciò che annunciate e celebrate vi proteggerà anche in situazioni e in tempi difficili.
Le comunità a cui sarete inviati sono luoghi dove il Risorto è già presente, dove molti lo hanno già seguito in modo esemplare. Riconoscerete le sue piaghe, distinguerete la sua voce, troverete coloro che ve lo indicheranno. Sono comunità che aiuteranno anche voi a essere santi. E voi aiutatele a camminare unite sulle orme di Gesù, il Buon Pastore, perché siano luoghi —giardini— della vita che rinasce e si comunica. Spesso, ciò che manca alle persone è un luogo dove sperimentare che insieme è meglio, che insieme è bello, che è possibile vivere insieme. Facilitare l’incontro, aiutare a riunirsi con coloro che altrimenti non si conosceranno mai e avvicinare i contrari è intimamente unito alla celebrazione dell’Eucaristia e della Riconciliazione. Riunire è, sempre e di nuovo, stabilire la Chiesa.
È significativa un’immagine nel Vangelo con cui Gesù, in un certo momento, inizia a parlare di se stesso. Si stava descrivendo come il “pastore”, ma sembra che coloro che lo ascoltano non lo capiscano; allora, cambia la metafora: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore» (Gv 10,7). A Gerusalemme c’era una porta che si chiamava proprio così, “la porta delle pecore”, vicino alla piscina di Betsaida. Da lì entravano nel tempio le pecore e gli agnelli, prima di essere immersi nell’acqua e poi destinati ai sacrifici. È spontaneo pensare al Battesimo.
«Io sono la porta», dice Gesù. Il Giubileo ci ha mostrato come questa immagine continui a parlare al cuore di milioni di persone. Per secoli la porta —spesso un autentico portale— ha invitato a varcare la soglia della Chiesa. In alcuni casi, il fonte battesimale si costruiva all’esterno, come l’antica piscina probatica, sotto i cui portici «giaceva una moltitudine di infermi, ciechi, zoppi e paralitici» (Gv 5,3). Cari ordinandi, sentitevi parte di questa umanità che soffre e che attende la vita in abbondanza. Iniziando altri nella fede, ravviverete la vostra stessa fede. Insieme con gli altri battezzati, varcarete ogni giorno la soglia del Mistero, quella soglia che ha il volto e il nome di Gesù. Non nascondete mai questa porta santa, non la chiudete, non siate un ostacolo per chi vuole entrare. «Voi non entrate, e a quelli che vogliono entrare lo impedite» (Lc 11,52): è il rimprovero amaro di Gesù a coloro che hanno nascosto la chiave di un passaggio che doveva essere accessibile a tutti.
Oggi più che mai, specialmente quando i numeri sembrano segnare una distanza tra le persone e la Chiesa, ¡mantenete la porta aperta! Lasciate entrare e siate pronti a uscire. È un altro segreto per le vostre vite: voi siete un canale, non un filtro. Molti credono di sapere già cosa c’è dietro quella soglia. Portano con sé ricordi, forse di un passato lontano; spesso c’è qualcosa di vivo che non si è spento e che li attrae; ma altre volte c’è qualcosa di più, che ancora sanguina e provoca rifiuto. Il Signore lo sa e aspetta. Siate riflesso della sua pazienza e della sua tenerezza. ¡Voi siete di tutti e per tutti! Che questo sia il profilo fondamentale della vostra missione: mantenere libero il soglia e indicarlo, senza bisogno di molte parole.
D’altra parte, Gesù insiste e precisa: «Io sono la porta. Chi entra attraverso di me sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9). Egli non soffoca la nostra libertà. Ci sono affiliazioni che soffocano, compagnie dove è facile entrare e quasi impossibile uscire. Non così la Chiesa del Signore, non così la compagnia dei suoi discepoli. Chi è salvato, dice Gesù, “entra, esce e trova il suo pascolo”. Tutti cerchiamo protezione, riposo e cura: la porta della Chiesa è aperta. Non per disinteressarci della vita; la vita non si esaurisce nella parrocchia, nell’associazione, nel movimento né nel gruppo. Chi è salvato “esce e trova il suo pascolo”.
Cari fratelli, uscite e incontratevi con la cultura, con la gente, con la vita. Ammirate ciò che Dio fa crescere senza che noi l’abbiamo seminato. Coloro per cui sarete sacerdoti —fedeli laici e famiglie, giovani e anziani, bambini e malati— abitano prati che voi dovete conoscere. A volte vi sembrerà di non avere le mappe; ma le possiede il Buon Pastore, di cui dovete ascoltare la voce, così familiare. ¡Quante persone oggi si sentono perdute! A molti sembra che non possano più orientarsi. Non c’è allora testimonianza più bella di quella di chi confida: «Egli mi fa riposare in pascoli erbosi, mi conduce ad acque tranquille e rinfranca l’anima mia; mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome» (Sal 23,2-3). Il suo nome è Gesù, “Dio salva”. Voi ne siete testimoni. «La tua bontà e il tuo favore mi saranno compagna tutti i giorni della mia vita» (v. 6). Fratelli, sorelle, cari giovani: ¡sia così!