In occasione dell’anniversario dell’elezione di Joseph Ratzinger come Benedetto XVI, un 19 aprile di 21 anni fa, ripubblichiamo il seguente articolo (10.08.2025) di una Cattolica ex Perplessa.
Un grande amico sacerdote mi raccomandò alcuni anni fa il libro del Dr. Peter Kwasniewski “Resurgimiento en medio de la crisis: sagrada liturgia, Misa tradicional y renovación en la Iglesia”. Il mio amico sacerdote sapeva che il mio ritorno alla Chiesa Cattolica anni prima era andato di pari passo con papa Benedetto XVI,基本上 per la sua difesa della verità, la sua profondità teologica e la sua denuncia della deriva dell’Occidente.
Sapeva anche che io non solo non capivo bene cosa significasse Summorum Pontificum, ma non stavo dando alla liturgia la considerazione centrale che possiede, e che avrei letto il libro di Kwasniewski perché mi interessa la storia della Chiesa e perché la prima cosa che si può leggere nell’opera è la dedica a S.S: il Papa Emerito Benedetto XVI, “per averci insegnato, con la sua parola e il suo esempio, lo spirito della liturgia, e per aver promosso il recupero del nostro patrimonio ereditario”.
La lettura di quest’opera è stata uno dei momenti importanti nel mio cammino verso la Tradizione della Chiesa, sia dottrinale che liturgica, per la scoperta che ha rappresentato. Di Benedetto XVI, dice Peter K (come lo chiama la mia amica NSF per semplificare, a causa del suo cognome impronunciabile) che Joseph Ratzinger ha partecipato vigorosamente al Concilio Vaticano II e che, “sebbene inizialmente le sue simpatie si inclinassero verso il settore liberale, in seguito ha deplorato il modo in cui gli insegnamenti del Concilio sono stati manipolati e distorti dallo spirito, antinomia, di un Concilio ‘virtuale’ o ‘mediatico’. E ha chiesto, a ragione, come avrebbe fatto qualsiasi cattolico, che il Concilio fosse letto secondo una ‘ermeneutica della continuità’ con tutto ciò che è accaduto prima di esso e con le chiarificazioni fatte successivamente. In accordo con il ruolo essenzialmente protettivo – continua Kwasniewski – proprio dell’ufficio papale, Benedetto XVI ha cercato di rettificare alcune, o molte, delle cose fatte male nelle ultime decadi”.
Da allora, ho seguito da vicino Peter K e ho imparato molto da lui sulla Tradizione liturgica. Inclusi il suo cammino personale – è un uomo che non ha ancora compiuto i cinquanta anni – mentre ha continuato a ricercare, e che si riflette in un libro successivo, “El rito romano de ayer y del futuro. El regreso a la liturgia latina tradicional tras setenta años de exilio”, pubblicato nel 2023. Il nucleo di quest’opera è una serie di conferenze e articoli scritti intorno al cinquantesimo anniversario della promulgazione e entrata in vigore del Novus Ordo Missae nel 1969. Cioè, è un’opera ruminata per quattro anni, in cui l’autore non cessa di indagare sulla liturgia. In questo momento, l’autore sembra aver raggiunto, dopo anni di studio, una visione sfumata di ciò che esprimeva nell’opera precedente menzionata, che era stata pubblicata nel 2014. In quest’opera seconda, più recente, Peter K vuole “dimostrare che, di fatto, esiste un solo rito romano, e che questo non è il Novus Ordo; o, detto in altro modo, che il Novus Ordo non fa parte del rito romano, ma è un altro rito completamente diverso”. Considerando che il Novus Ordo Missae costituisce una rottura con gli elementi fondamentali di tutte le liturgie di origine apostolica e che, di conseguenza, viola la solenne obbligo della Chiesa di ricevere, tesaurizzare, conservare e trasmettere i frutti dello sviluppo liturgico”.
Su questa questione, da un lato, spiega Kwasniewski che non sta apportando novità: già Klaus Gamber ha posto che il nuovo rito non poteva essere chiamato “ritus romanus”, ma doveva essere chiamato “ritus modernus”. E molti altri hanno posto il tema allo stesso modo, come Michael Davies, Bryan Houghton, Roger-Thomas Calmel, Raymond Dulac e Anthony Cekada, tra gli altri. Nella stessa linea sarebbe andato il Breve Examen Crítico del Ordo Missae dei cardinali Bacci e Ottaviani. E torna allora a parlare di Joseph Ratzinger con le seguenti parole: “Joseph Ratzinger ha scelto, diplomaticamente, una forma diversa di esprimersi, ma molte delle cose che ha scritto prima di diventare papa si avvicinano moltissimo alla formula di Gamber”.
Completa questa affermazione con una nota a piè di pagina in cui possiamo leggere quanto segue: “Sono stati gli scritti di Ratzinger quelli che per la prima volta mi hanno fatto meravigliarmi davanti al mistero della liturgia e hanno risvegliato in me il desiderio di comprendere cosa le è accaduto nella nostra epoca, così come lo zelo per recuperare ciò che si è perso. Ratzinger mi ha iniziato nel cammino che è cominciato con ‘le vere intenzioni del Vaticano II’, è proseguito con la Riforma della Riforma, si è fermato brevemente in quella del ‘mutuo arricchimento’ delle ‘due forme’ e, finalmente, è girato verso un tradizionalismo senza attenuanti (o restaurazionismo, se si preferisce). A proposito, in quest’ultima tappa del cammino, ho lasciato indietro Ratzinger, che sembra essersi fermato alla terza tappa. Ma non smetterò mai di ringraziarlo per aver acceso nella mia anima un tremendo entusiasmo, e per avermi accompagnato nel cammino con le sue magnifiche intuizioni”.
Cioè, e qui sta il quid della questione: Kwasniewski spiega il suo cammino personale in quattro fasi: 1) le “vere intenzioni” del Concilio Vaticano II, 2) la riforma della Riforma, 3) il mutuo arricchimento delle due forme e 4) il giro verso un tradizionalismo senza attenuanti (o restaurazionismo). Sarebbe questa quarta fase del cammino quella che, come dice l’autore, lo ha separato da Benedetto, perché il papa si era fermato alla fase tre; e ciò che Benedetto XVI considerava due forme (ordinaria ed straordinaria) di celebrare un medesimo rito, Kwasniewski lo considera due riti distinti: uno, il novus ordo, in rottura con tutta la Tradizione del precedente, il vetus ordo o Messa di sempre.
Il caso è che Joseph Ratzinger, come teologo e come papa, è stato un personaggio scomodo per quasi tutti: per i progressisti in primo luogo, che si sono strappati le vesti quando è stato nominato papa (“il giorno più triste della mia vita”, ha detto il vescovo Casaldáliga), perché era un “conservatore” che avrebbe seguito la linea del suo predecessore; come per i tradizionalisti, che lo considerano un modernista senza attenuanti e uno dei grandi responsabili di ciò che è accaduto nel Concilio Vaticano II. Riguardo ai conservatori, non so bene come abbiano considerato il papato di Benedetto. Credo che abbiano celebrato la continuità con Giovanni Paolo II e la sua difesa dei principi non negoziabili; ma nella questione liturgica, sembra che la maggioranza degli istituti e movimenti conservatori abbia deciso di schierarsi da parte, ignorare o direttamente non obbedire a Summorum Pontificum; perché in alcuni di essi si è proibita la celebrazione pubblica della Messa Tradizionale. L’obbedienza a prova di bomba dei conservatori al papa ha incontrato qui il tema tabù per eccellenza: la Messa vetus ordo. Di questo sarà interessante parlare un altro giorno.
Ho la sensazione che si tratti di un tema che necessiterebbe di una maggiore ricerca, dato che il contributo di Ratzinger / Benedetto XVI alla riabilitazione della Messa tradizionale non si trova di solito tra i lavori del gran numero di studiosi della vita e dell’opera del papa tedesco. Così vorrei fare un contributo molto umile, rivedendo brevemente da dove veniva Ratzinger e la sua evoluzione unicamente nella questione liturgica e la sua considerazione sul Concilio Vaticano II, concentrandomi oggi su un’opera molto conosciuta, “Informe sobre la fe”, apparsa nel 1985; e continuare la prossima settimana con la stessa idea di lasciarlo parlare da solo, attraverso la sua autobiografia, “Mi vida”, pubblicata nel 1997 e che copre dal suo anno di nascita (1927) fino alla sua nomina come arcivescovo di Monaco e Frisinga (1977); e salvando citazioni in opere che ha prologato o a cui ha contribuito in vari modi e che sono molto meno conosciute di questi due libri.
Ricordiamo, come diceva Peter K, che Joseph Ratzinger aveva partecipato al Concilio Vaticano II quando aveva solamente 35 anni come perito del Cardinale Josef Frings di Colonia, Germania, ed era considerato uno dei teologi progressisti. Vedremo cosa dice lui stesso su quegli eventi. E come è arrivato, quarantadue anni dopo la conclusione del Vaticano II, a emanare un motu proprio che gli ha guadagnato ancora più nemici di quelli che già aveva, in cui liberalizzava la celebrazione della Messa tradizionale, affermando che non era mai stata proibita e che non potrebbe mai essere proibita, e che è sicuramente il principale lascito del suo pontificato. Con il passare degli anni, dopo la fine del Concilio, Ratzinger, amico personale di von Balthasar, de Lubac, si dice discepolo di Rahner, era stato accusato dall’infame Hans Küng di essere qualcosa come un traditore della causa progressista. Ratzinger, dal canto suo, ha sempre affermato che non era lui ad essere cambiato, ma gli altri. Ma in un video del canale “Conoce, ama y vive tu fe”, di Luis Román, il P. Charles Murr, in conversazione con Mons. Isidro Puente, faceva una affermazione molto interessante: che Joseph Ratzinger aveva vissuto una conversione dal progressismo nel essere nominato nel 1977 vescovo di Monaco e passando da vivere in una bolla intellettuale a vivere la realtà di una diocesi.
Per me, che so poco di teologia e poco anche di liturgia (vi ho già detto che ho studiato Scienze Religiose nell’ISCREB di Barcellona), ma che sono tornata alla Chiesa Cattolica leggendo Joseph Ratzinger e, soprattutto, dopo la sua elezione come successore di Pietro nel 2005, Benedetto XVI è stato soprattutto un uomo di profonda fede e un uomo onesto, che effettivamente ha vissuto un’evoluzione nel suo pensiero su ciò che è accaduto nel Concilio Vaticano II e la successiva riforma liturgica e che non ha dubitato di esprimerlo con parole molto chiare.
Nel celebre libro-intervista di Vittorio Messori al cardinale Joseph Ratzinger “Informe sobre la fe”, apparso nell’anno 1985 e che ha suscitato tanto scalpore nel progressismo ecclesiale, si trattano entrambi i temi: il Concilio Vaticano II e la liturgia. Venti anni dopo la chiusura del Concilio, Ratzinger difendeva la sua posizione che il Vaticano II “era nella più stretta continuità sia con il Vaticano I che con il Concilio di Trento” e che era sostenuto dalla stessa autorità, il papa e il collegio dei vescovi in comunione con lui. Per il teologo tedesco, “non sono il Vaticano II e i suoi documenti ciò che è problematico”, ma le interpretazioni dei documenti, che hanno portato a molti abusi nel periodo postconciliare. Ratzinger affermava già allora come “nonostante la ricerca dell’unità, si era arrivati a un dissenso che – in parole di Paolo VI – era passato dall’auto-critica all’auto-distruzione”. E diceva anche che “una vera riforma della Chiesa presuppone un rifiuto inequivocabile delle vie errate le cui conseguenze catastrofiche erano già incontestabili” negli anni 1980. L’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede manteneva in quel momento ciò che ha continuato ad affermare fino alla fine della sua vita: che “difendere la vera tradizione della Chiesa oggi significa difendere il Concilio Vaticano II (…), poiché esiste una continuità che non permette né un ritorno al passato né un volo in avanti. Per Ratzinger, non si può parlare di una Chiesa “pre-conciliare” e una “post-conciliare”, poiché non ci sarebbe rottura, ma continuità.
Sulla riforma della liturgia che è seguita al Concilio, il Cardinale Ratzinger affermava con fermezza come non si tratta di una questione periferica nella Chiesa, ma che la liturgia è il centro stesso della Chiesa, e che diverse concezioni sulla liturgia implicano diverse concezioni sulla Chiesa, Dio e l’uomo. E ricordava come già nel 1975 aveva scritto sulla degradazione liturgica, la sua banalizzazione e la mancanza di qualità artistica nella musica, ornamenti e architettura. Afferma il cardinale che molti di coloro che a metà degli anni 1970 si erano mostrati contrari alle sue parole, dieci anni dopo erano totalmente d’accordo con lui. Nel momento in cui si è realizzata l’intervista che avrebbe dato come risultato l’“Informe sobre la fe” era passato poco tempo dalla pubblicazione della decisione di san Giovanni Paolo II, firmata il 3 ottobre 1984, sull’“indulto” che permetteva ai sacerdoti di celebrare la Messa secondo il messale del 1962. L’indulto implicava che coloro che lo ricevevano accettavano il Messale di Paolo VI e celebravano in templi nominati dai vescovi diocesani, e non in parrocchie. In quel momento, Ratzinger vedeva l’indulto come un “pluralismo legittimo” e non come una “restaurazione” a una Chiesa preconciliare, concetto che negava.
Al di là di essere d’accordo con lui o no riguardo alla continuità o rottura che ha comportato il Concilio Vaticano II, le parole di Ratzinger sulla liturgia sono così luminose che meritano di essere citate letteralmente: il cardinale affermava che “ciò che necessitava di essere scoperto in un modo completamente nuovo era il carattere dato, non arbitrario, costante e incrollabile del culto liturgico (…). La liturgia non è uno spettacolo che richiede produttori brillanti e attori talentuosi. La vita della liturgia non consiste in gradevoli sorprese e idee attraenti, ma in ripetizioni solenni. Non può essere espressione di ciò che è transitorio, perché esprime il Mistero del sacro. Molte persone hanno detto che la liturgia deve essere ‘fatta’ dalla comunità intera se deve appartenere loro. Tale atteggiamento ha portato a misurare il ‘successo’ della liturgia dal suo effetto e dal livello di intrattenimento. Questo è perdere di vista ciò che è distintivo della liturgia, che non viene da ciò che noi facciamo ma dal fatto che qualcosa sta accadendo lì che tutti noi insieme non possiamo ‘fare’. Nella liturgia c’è un potere, un’energia in azione che nemmeno la Chiesa può generare: ciò che manifesta è il Totalmente Altro, venendo a noi attraverso la comunità (che è quindi non sovrana ma serva, puramente strumentale). La liturgia, per i cattolici, è la casa comune, la fonte della loro identità. E un’altra ragione per cui deve essere ‘data’ e ‘costante’ è che, attraverso il rituale, manifesta la santità di Dio. La rivolta contro ciò che è stato descritto come ‘l’antica rigidità rubricista’ ha convertito la liturgia in un insieme di pezze in stile ‘fai da te’ e l’ha trivializzata, adattandola alla nostra mediocrità. Per questo non si può abbandonare la solennità nella celebrazione liturgica, perché ‘nella solennità del culto, la Chiesa esprime la gloria di Dio, la gioia della fede, la vittoria della verità e la luce sull’errore e sull’oscurità’”.
Ratzinger si lamenta della paurosa povertà che accompagna l’abbandono della bellezza nei templi e nella liturgia e si sostituisce con l’utilitarismo. “L’esperienza ha dimostrato – afferma – che il rifugio nell’intelligibilità per tutti preso come unico criterio, non converte la liturgia in qualcosa che si capisca di più, ma la impoverisce. ‘Liturgia semplice’ non significa liturgia povera o a buon mercato: esiste la semplicità del banale e la semplicità che viene dalla ricchezza spirituale, culturale e storica”. Il cambiamento nella liturgia implica inoltre praticamente un cambiamento antropologico. Per il cardinale, la bellezza umanizza e, quindi, “se la Chiesa deve continuare a trasformare e umanizzare il mondo, non può prescindere dalla bellezza nella liturgia, quella bellezza in così intima relazione con lo splendore della Risurrezione.
Solamente leggendo queste parole dette da Joseph Ratzinger quarant’anni fa e osservando la traiettoria della Chiesa Cattolica dopo il Concilio Vaticano II, sembra un miracolo che Ratzinger, che è passato dall’essere considerato un progressista a essere visto come un radicale reazionario, sia stato eletto Papa nel conclave del 2005.