Quando la Verità è nemica del potere

Editoriale del Centro Cattolico Multimediale

Quando la Verità è nemica del potere

Il 20 giugno, Giornata Internazionale del Rifugiato, Reporter senza Frontiere ha lanciato un allarme che dovrebbe scuotere ogni coscienza democratica. Il numero di Paesi colpiti dall’esilio forzato dei giornalisti è raddoppiato in soli cinque anni: da 19 nel 2021 a 40 nel 2025. Più di 1.468 professionisti provenienti da oltre 60 Paesi hanno chiesto sostegno all’organizzazione dopo essere fuggiti da minacce, arresti o morte. Questa cifra non è un dato puramente statistico; rappresenta famiglie distrutte, voci zittite e un colpo diretto al diritto all’informazione di milioni di persone.

Il Rapporto sulla Classificazione Mondiale della Libertà di Stampa 2026 di Reporter Senza Frontiere conferma ciò che molti Paesi stanno ora subendo: la libertà di stampa nel mondo è scesa al livello più basso degli ultimi 25 anni. Il punteggio medio globale è il peggiore mai registrato da quando esiste l’indice. Dei 180 Paesi analizzati, più della metà (52,2 %) si trova in una situazione “difficile” o “molto grave”, rispetto al 13,7 % del 2002. Meno dell’1 % della popolazione mondiale vive oggi in nazioni dove la stampa gode di un contesto “buono”. Il regresso è strutturale: l’indicatore legale è peggiorato in oltre il 60 % dei Paesi valutati. Guerre, autoritarismi, crimine organizzato e impunità delineano una mappa del terrore per chi esercita il giornalismo.

In America il deterioramento è particolarmente allarmante. Il continente ha perso in media 14 punti nell’indice. Gli Stati Uniti sono scesi di sette posizioni (64º posto). Paesi come l’Ecuador sono crollati di 31 posti (125º), il Perù è calato di 14 (144º), l’Argentina ha perso 11 posizioni (98º) e El Salvador continua la sua caduta libera. La violenza del crimine organizzato, unita a discorsi ostili provenienti dal potere politico e a pressioni economiche, sta trasformando vaste zone della regione in territori ad alto rischio. Solo nei primi mesi del 2026, almeno sei giornalisti sono stati assassinati in Messico, Colombia e Guatemala, secondo i dati raccolti da Reporter Senza Frontiere.

Il Messico merita un’attenzione speciale e urgente. Sebbene occupi il 122º posto nella classifica globale di RSF, l’organizzazione Artículo 19 documenta una realtà agghiacciante: 177 giornalisti e comunicatori sono stati assassinati nel Paese dal 2000 in possibile relazione con la loro attività informativa. Veracruz rimane lo Stato più letale, con 33 casi. I mandati di Calderón, Peña Nieto e López Obrador hanno registrato ciascuno circa 47-48 omicidi. Nel governo attuale si contano già almeno 10 casi, l’ultimo dei quali quello di Luis Ángel López Valdés, ucciso l’11 giugno 2026 a Veracruz. L’impunità resta la norma. Il Messico continua a essere uno dei Paesi più pericolosi al mondo per esercitare il giornalismo, dove la professione può costare la vita.

Dietro le cifre si nasconde una strategia deliberata di molti poteri, pubblici e privati, per controllare il racconto, criminalizzare la critica e trasformare l’informazione in propaganda. Quando il giornalismo indipendente viene sostituito dall’esilio, dal carcere o dalla morte, lo spazio pubblico si impoverisce, la corruzione prolifera e i cittadini restano in balia delle versioni ufficiali o delle reti di disinformazione.

In Messico questa dinamica assume tinte particolarmente preoccupanti. Si considera “giornalismo vero” solo quello compiacente con il regime o che riproduce acriticamente la sua narrazione. Il giornalismo che controlla il potere, che documenta abusi, che mette in discussione le politiche pubbliche o che dà voce a chi il discorso ufficiale ignora, viene sistematicamente indicato come sospetto, nemico o addirittura “avversario della trasformazione”. Questa logica perversa non solo erode la libertà di espressione, ma mina le fondamenta stesse di qualsiasi democrazia che pretenda di definirsi tale.

Come avverte Papa Leone XIV nel numero 134 della sua enciclica Magnifica Humanitas, «il disinteresse per la verità conduce lenta ma inesorabilmente verso il totalitarismo, per il quale, come scrisse la filosofa Hannah Arendt, i sudditi ideali non sono tanto coloro che sono ideologicamente convinti, quanto le persone per le quali non esiste più la distinzione tra fatto e finzione (cioè la realtà dell’esperienza) e tra vero e falso (cioè le norme del pensiero)».

Quando un governo o un sistema politico decide che la verità è ciò che conviene al potere e che tutto il resto è sospetto o fake news, sta preparando il terreno per qualcosa di molto più grave di una semplice crisi di credibilità mediatica. Sta attentando alla dignità della persona umana e alla possibilità stessa di una convivenza democratica.

Proteggere i giornalisti non è un favore corporativo né una concessione politica. È un obbligo elementare di ogni Stato che si pretenda democratico e un requisito indispensabile per la salute della repubblica. Mentre il mondo assiste al più grande regresso della libertà di stampa in un quarto di secolo, il Messico e la regione non possono permettersi di continuare a normalizzare l’omicidio, l’esilio e la stigmatizzazione di chi svolge la missione di informare. La verità, come ricorda il Santo Padre, non è un bene negoziabile. È il fondamento senza il quale ogni democrazia finisce per diventare finzione e, quando è nemica del potere, può essere anche molto pericolosa.

 

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