Pbro José Juan Sánchez Jácome / ACN.- Si ama e ammira Gesù non solo per ciò che ha fatto, ma per ciò che può fare per noi in questo momento. Non si tratta semplicemente di ammirarlo, ma di imitarlo. Gesù non è un amuleto che ci dia fortuna e protezione; non è un personaggio della storia rimasto nel passato; non è semplicemente un grande pensatore che abbia lasciato idee e pensieri per la posterità. Gesù va amato, ammirato, imitato e seguito in modo molto concreto.
Per questo, non è possibile vivere la fede senza porsi spesso queste domande: Chi è Gesù per me? Che influenza reale ha il Signore nella mia vita? La fede in Lui mi offre uno sguardo nuovo sulla vita? Fino a che punto mi attengo ai valori cristiani? Come influisce il Vangelo sulle mie decisioni?
Non si tratta di puro romanticismo o sentimentalismo. Non si tratta di amare Gesù nelle immagini o nei film, o nelle celebrazioni, e non seguirlo nella vita quotidiana. Si tratta che ciascuno esamini la propria posizione davanti a Gesù, che ognuno scopra fino a che punto arriva il nostro amore e la nostra fedeltà a Gesù nei fatti di ogni giorno.
La fede è relazione, riconoscimento e confessione. Pietro, nel Vangelo di oggi, offre una risposta che non è una definizione razionale, ma una professione di fede; è la risposta di un uomo che aveva scoperto di non sapere tutto, di non poter fare tutto. Pietro arrivò a scoprire che i suoi criteri erano relativi, che non possedeva la verità e anelava la salvezza, cioè la vita vera. Pietro riconosce che Gesù è il compimento di tutte le speranze degli uomini.
Riconoscere e confessare che Gesù è il Signore non è cosa da poco; è una delle decisioni fondamentali che l’uomo può prendere nella sua vita e, quindi, tale proclamazione deve trasformare radicalmente l’intera vita di chi la fa. Se dico come Pietro che Gesù è il messia, il salvatore, il figlio del Dio vivente, sto manifestando che con Gesù ho scoperto il senso completo di questa vita, anche quando passa attraverso il dolore, la malattia e la sofferenza. Se credo e amo Gesù, devo verificarlo e dimostrarlo con la mia vita concreta, con le decisioni che prendo, con la direzione che do alla mia vita, e non solo quando mi faccio il segno della croce, quando vado in Chiesa o quando tutto mi sorride nella vita.
Non si può dire che Gesù è il mio Signore, che Egli è il mio Dio, se poi vivo sottomesso a qualsiasi altro dominio come quello del denaro, del piacere, del potere, del libertinaggio, dell’ambizione, dell’egoismo, ecc.
Per questo, bisogna dare continuità alla nostra esperienza di incontro con Gesù. Come l’amore umano non è semplicemente l’«innamoramento», la fede non è solo sentimento, fascino o ammirazione per Gesù Cristo. Teniamo presente che se non coltiviamo la relazione con Gesù, la nostra fede si spegne o si raffredda.
Pertanto, dalla confessione di fede dobbiamo passare alla confessione d’amore. Arrivare a dire con tutto il cuore non solo: “Tu sei il Cristo, credo in Te, Signore”, ma anche: “Ti amo, Signore”. Il domenicano Daniele Aucone spiegava così questo aspetto:
“La vita cristiana non è un freddo intellettualismo né un sentimentalismo sterile, ma un’esistenza riconciliata chiamata a coniugare mente e cuore, professione di fede e confessione d’amore”.
Proclamiamo la fede nei momenti felici della vita, nelle celebrazioni solenni della liturgia e nelle tappe che attraversiamo nel nostro processo di crescita spirituale. Ma bisogna sostenere ciò che professiamo solennemente, quando stiamo passando attraverso scoraggiamenti e tribolazioni, come diceva padre Pio:
“La più bella professione di fede è quella che esce dalle tue labbra nell’oscurità, nel sacrificio, nel dolore, nello sforzo supremo di cercare decisamente il bene; è quella che, come un lampo, dissipa le tenebre della tua anima; è quella che, nel balenare della tempesta, ti solleva e ti conduce a Dio”.
San Giovanni Bosco lo spiega anche in modo molto toccante: “Mettiamo la nostra fiducia in Dio e andiamo avanti. Sii con Dio come l’uccellino che continua a cantare, anche se trema il ramo, perché sa di avere le ali”.
San Giovanni Crisostomo si riferisce a questo stesso aspetto: “Dio non si accontenta della fede interiore; chiede la confessione esteriore e pubblica, e ci muove così a una fiducia e a un amore più grandi”.
Ci motivi l’esempio dei martiri e della Santissima Vergine Maria per manifestare la nostra fede quando siamo in mezzo alla tribolazione e quando realizziamo la nostra vita nella società, perché se Cristo è morto per noi in pubblico, non possiamo relegarlo alla nostra vita privata.
Non cessa di provocarmi la professione di fede del grande teologo gesuita francese Henri de Lubac. Così vorrei rimanere sempre nella fede ed esprimere il mio amore e la mia ammirazione per Cristo Gesù:
“Sono figlio di questo secolo, figlio dell’incredulità e dei dubbi, e lo sarò fino al giorno della mia morte. Ma la mia sete di fede mi ha sempre procurato una terribile tortura. Qualche volta Dio mi invia momenti di calma totale, e in quei momenti ho formulato il mio credo personale: che nessuno è più bello, profondo, comprensivo, ragionevole, virile e perfetto di Cristo. Ma inoltre -e lo dico con un amore entusiasta- non può esserci nulla di meglio. Anzi: se qualcuno mi provasse che Cristo non è la verità, e se si provasse che la verità è fuori da Cristo, preferirei rimanere con Cristo piuttosto che con la verità”.