Qualche giorno fa, ho ricevuto questo interessante articolo: «Quando il bastone pastorale si trasforma in frusta» (pubblicato il 16 giugno 2025 su ataquealpoder.es). Si tratta di una critica dura, sarcastica e necessaria contro ciò che l’autore considera una “pratica diffusa e strutturale” nella Chiesa: il maltrattamento silenzioso, metodico e pietosamente giustificato dei sacerdoti da parte dei loro vescovi. Si presenta sotto l’apparenza di “discernimento canonico”, “accompagnamento pastorale” o “cura integrale del presbitero”, ma produce conseguenze profondamente distruttive.
La denuncia è rivolta contro l’arcivescovo di Oviedo, che ha inviato un messaggio al padre “Lito”, Manuel García Velasco. Durante una malattia, l’arcivescovo incoraggiava fraternamente il presbitero nella sua sofferenza; tuttavia, tra le righe, lo invitava a ritirarsi, a lasciare la sua casa e a rinunciare al ministero. L’autore lo presenta come esempio della “pastorale digitale” che sostituisce il dialogo faccia a faccia con un messaggio sul cellulare che spinge all’irrilevanza ecclesiale.
L’autore di questo racconto avverte che i preti che pensano, parlano, mettono in discussione o hanno sensibilità sociale e teologica vengono etichettati come “problematici”. Al contrario, gli obbedienti senza criterio, sottomessi e che ripetono l’argomentario ufficiale sono considerati “pastori esemplari”. Non si valuta la vocazione né il carisma, ma l’obbedienza, idealmente tinta di paura.
L’articolo non chiarisce cosa sia successo al padre Lito, ma l’opinione singolare denuncia l’enorme distanza tra il discorso della misericordia e della sinodalità e la pratica reale del potere nelle diocesi e arcidiocesi particolari, usando esempi concreti e un linguaggio deliberatamente provocatorio per sottolineare ciò che considera un tradimento del senso originario del ministero episcopale. In sintesi, la metafora del bastone pastorale trasformato in frusta.
L’articolo completo può essere letto di seguito come è stato pubblicato su ataquealpoder.es
Nella Chiesa, dove si predica l’amore fraterno, il perdono, la misericordia e l’accompagnamento pastorale, esiste una pratica molto diffusa, sebbene accuratamente camuffata da “discernimento canonico”: il maltrattamento silenzioso, metodico e pietosamente giustificato dei sacerdoti da parte dei loro vescovi. In molti casi, si tratta di una violenza sottile ma devastante, esercitata dall’alto con guanti bianchi e sorrisi episcopali, ma con conseguenze profondamente distruttive.
Meritano una menzione speciale quei vescovi che provengono da ordini religiosi, presumibilmente addestrati alla vita comunitaria, all’obbedienza condivisa e all’ascolto dello Spirito. Che strano che, una volta rivestiti della mitra e del bastone pastorale, sembri che si dimentichino di tutto questo. Il carisma scompare, l’umiltà svanisce e rimane solo l’autorità… ben intesa come strumento di controllo.
Questi vescovi, formati alla liturgia del silenzio conventuale, arrivano in diocesi come chi atterra in una colonia africana del XIX secolo: non capiscono la lingua, non conoscono la cultura, ma hanno ordini da eseguire e strutture da imporre. Si circondano di fedeli cortigiani, elaborano decreti con un linguaggio edulcorato e misericordioso, e dispiegano tutta la loro capacità di “accompagnamento” con una frase lapidaria: “dopo un profondo discernimento pastorale, si è ritenuto opportuno prescindere dai suoi servizi”.
Così si “accompagna” oggi molti preti: con trasferimenti forzati, lettere senza firma, telefonate fredde, pensionamenti prematuri o semplicemente con il più assoluto silenzio amministrativo.
Il caso di Rafael Palomino è ormai paradigmatico. Sacerdote impegnato, con una solida traiettoria pastorale, pensiero proprio e sensibilità critica, è diventato scomodo per fare ciò che dovrebbe essere normale: pensare ad alta voce, mettere in discussione l’ovvio, esprimere in coscienza ciò che molti tacciono per paura. La risposta del suo vescovo? Non è stato il dialogo, ma l’allontanamento fulmineo. Questo sì, con tono misericordioso, forma impeccabile e pietà istituzionale. Né una macchia, né un rumore, né una parola di troppo. Solo una conclusione chiara: meglio fuori che dentro.
Ma l’ironia esplode con l’episodio del “cura Lito”, Manuel García Velasco, a cui il suo arcivescovo, Jesús Sanz Montes, ha inviato un WhatsApp durante la malattia per trasmettergli il suo “incoraggiamento fraterno”. E sì, è stato fraterno: perché lo stesso messaggio includeva, tra le righe, l’invito a ritirarsi, a lasciare la sua casa e a rinunciare al ministero. Che attenzione! Non si può negare che la pastorale digitale sia in auge. In mancanza di una conversazione faccia a faccia, basta un messaggio sul cellulare per “accompagnare” un sacerdote nel suo passaggio all’irrilevanza ecclesiale. Tutto con affetto, naturalmente. Perché in questa Chiesa, l’abbandono si gestisce anche con le emoji.
Tutto questo, naturalmente, viene fatto invocando il nome di Cristo, la comunione ecclesiale e la “cura integrale del presbitero”. Che sarcasmo così raffinato: la cura consiste nel lasciarlo senza parrocchia, senza comunità, senza spazio, e con un po’ di fortuna, con una modesta pensione. Ma questo sì: senza mai perdere il tono paternalistico che avvolge tutto. Perché nella Chiesa, anche il disprezzo viene avvolto nel cellofan liturgico.
I preti che pensano, che parlano, che mettono in discussione, che hanno sensibilità sociale o teologica, sono visti come “problematici”. Al contrario, gli obbedienti senza criterio, i sottomessi senza anima, quelli che ripetono l’argomentario ufficiale con voce monocorde, quelli sì sono “pastori esemplari”. Non serve avere vocazione, basta avere obbedienza e, se possibile, un po’ di paura.
Il problema non è aneddotico, è strutturale. Non è che ci sia un vescovo distratto o autoritario: è che esiste un sistema che protegge il potere e abbandona le persone. Le diocesi diventano piccoli feudi dove il vescovo agisce come un signore medievale, circondato da una corte di vicari, delegati e segretari che blindano la sua figura e impediscono qualsiasi critica. E se qualche sacerdote, ingenuamente, spera nel dialogo, troverà solo sportelli chiusi, frasi da manuale e decisioni già prese.
Nel frattempo, i fedeli osservano con sconcerto lo spettacolo. Si chiedono perché scompaiano preti che ammiravano, perché si chiudano parrocchie vive, perché si zittiscano voci che davano speranza. E la risposta non arriva mai, perché in questa Chiesa si parla molto di sinodalità, ma se ne pratica poca. Si predica l’ascolto, ma si esegue il silenzio. Si proclama la fraternità, ma si applica la punizione.
La Chiesa che punisce i propri preti con guanto bianco sta scavando la propria tomba. Non per persecuzione esterna, né per secolarizzazione, né per cospirazioni ideologiche. Ma perché ha trasformato il bastone pastorale, simbolo di guida e cura, in una frusta sofisticata con cui marcare il territorio e schiacciare chi dissente.
E come colofone teologico-pastorale, conviene ricordare che il bastone episcopale, simbolo del pastore che guida, è stato progettato per proteggere le pecore, non per colpirle. Ma in certi uffici, se ne è reinterpretata la funzione: non è più uno strumento di pastorale, ma una verga di correzione istituzionale. Se qualche pecora si smarrisce, non la si cerca: la si sanziona. Se parla, la si zittisce. Se si ammala, le si ringrazia via WhatsApp. E se muore, le si dedica una breve nota sul sito web diocesano. Che bel ministero quello di colpire in nome del Buon Pastore! Ironie dello Spirito.