Che al momento della morte Dio sia glorificato e il prossimo edificato

Che al momento della morte Dio sia glorificato e il prossimo edificato

Pbro. José Juan Sánchez Jácome / ACN.- Ci sono morti tragiche, ci sono morti inaspettate, ci sono morti che interrogano e fanno molto male. Ci sono morti prevedibili, che in qualche modo si stanno già aspettando. Ci sono morti meno appariscenti, ma ugualmente dolorose. Ci sono morti che arrivano fino all’anima e ci sono morti che non ci lasciano indifferenti, anche se non si tratta di persone davvero vicine.

Ci sono occasioni in cui qualcuno muore in modo sereno, senza tanti sussulti e dolori, praticamente come in un sogno. In quel momento ci consola sapere che quelle persone non abbiano sofferto tanto, ma ugualmente ci fa male la morte perché ogni morte è dolorosa e lascia dietro di sé confusione, solitudine, frustrazione e un profondo senso di orfanezza. Sospiriamo per una morte così, meno dolorosa e quasi come un sogno, è ciò che manifestiamo quando osiamo affrontare questo argomento scomodo.

Anche se ci sono morti meno dolorose, tuttavia la morte di una persona cara genera, in sé stessa, un’esperienza di sofferenza, confusione, vuoto e frustrazione. Per quanta fede abbiamo, non smetterà di farci male e arriverà persino a scuotere le fondamenta della nostra vita credente.

Un sacerdote, grande scrittore, Henri Nouwen per l’esattezza, raccontava come visse la morte di sua madre. Quando gli avvisarono che sua madre stava morendo, non esitò a partire immediatamente per stare accanto a lei negli ultimi momenti della sua vita e assisterla, come sacerdote, con l’estrema unzione e il viatico per la vita eterna.

Durante il viaggio verso casa, Henri Nouwen immaginava che sua madre avrebbe avuto una morte tranquilla, serena e senza dolore. Si aspettava per sua madre una specie di morte idilliaca, poiché aveva condotto una vita retta, attaccata a Dio e alla Chiesa; aveva vissuto in modo tale da seguire Cristo in tutto.

Secondo le sue categorie religiose, pensava che una vita così meritasse una morte tranquilla. Era sicuro della bontà e della santità di sua madre. Tuttavia, arrivando accanto a sua madre morente, si sentì rabbrividire nel rendersi conto che stava soffrendo molto, che stava morendo non come lui si era immaginato e che spiritualmente si vedevano le tracce del combattimento.

Fu allora che, dopo aver attraversato un momento di oscurità, protesta e turbamento nella fede – come ci succede quando vediamo la sofferenza dei malati e dei morenti –, all’improvviso gli venne l’illuminazione nel riconoscere che una vita come quella di sua madre, donata alla sua fede e che seguiva incondizionatamente il Signore, era la migliore risposta per calmare le inquietudini della sua anima e soprattutto per capire ciò che stava accadendo: il tremore del corpo, la sofferenza spirituale, l’inquietudine interiore che affrontava sua madre, prima di partire da questo mondo.

Infatti, arrivò a scoprire che sua madre stava morendo come Gesù, che tanto amò e seguì lungo tutta la sua vita. Se sua madre visse come Gesù, perché non avrebbe dovuto morire come lui. Sua madre aveva chiesto a Gesù di permetterle di vivere come lui visse e di morire come lui morì. Apparentemente, la sua preghiera fu ascoltata. Morì come Gesù che sudò sangue e sperimentò l’abbandono negli ultimi momenti della sua vita.

La maggior parte di noi chiede che, quando arriverà il momento, abbiamo una morte tranquilla, che non si prolunghi né si instauri il dolore e che quel momento non generi una sofferenza maggiore né per noi né per i nostri familiari. Non vorremmo creare tanti fastidi, arriviamo a dire. Solo coloro che arrivano ad innamorarsi di Gesù e seguono incondizionatamente i suoi passi, osano anche chiedergli la grazia di essere fedeli fino all’ultimo momento, anche in mezzo alla sofferenza che accompagna la morte.

Quindi, di fronte alla morte di una persona cara che sperimenta in quell’ultimo momento, a livello spirituale, l’abbandono e l’oscurità della fede, la domanda non è: perché le succede questo se è stata una buona cristiana? Perché deve soffrire una persona che è stata buona per tutta la vita? È il momento per essere salvati e sostenuti dal Signore che è passato prima di noi attraverso la sofferenza e la morte.

Così possiamo affrontare la morte dei nostri cari e quella di tante persone: senza scandalizzarci, senza interrogare Dio, senza lasciarci sorprendere dal nemico che in quel momento di maggiore indifesa spirituale si avvicina per insinuarci che Dio non è con noi.

Vorrei ora riferirmi alla tragica morte di P. Patricio Sánchez Molinari, sacerdote redentorista dell’Ecuador, che morì celebrando la santa messa nella sua parrocchia del Perpetuo Soccorso di Guayaquil, quando gli cadde addosso il crocifisso che si staccò dall’abside del presbiterio.

Come succede in questo tipo di morti tragiche dove il tentatore approfitta per avvelenare e confondere, non sono mancate purtroppo interpretazioni che suggeriscono un castigo divino, sporcando il volto misericordioso di Dio, e mostrando la durezza di cuore di fronte al dolore di tante persone che soffrono veramente di fronte a tragedie come questa. Alcuni si aggrappano persino a questa tragedia per fare propaganda meschina dei loro gruppi religiosi, squalificando la fede cattolica.

Come la madre di Henri Nouwen, P. Patricio Sánchez Molinari era un sacerdote dal cuore umile e dalla fede profonda, come sottolineano i suoi superiori. Il giorno prima aveva celebrato il suo anniversario sacerdotale. Le parole che pronunciò nell’ultima messa si inquadrano come una specie di testamento spirituale:

“Tutti noi che siamo qui un giorno moriremo… La vita non è solo lavoro, denaro e preoccupazioni. Bisogna dare tempo a Dio e a coloro che amiamo”.

Così come molte persone desiderano morire senza dolore e in modo sereno, ci sono sacerdoti di fede profonda e incrollabile che chiedono la grazia di morire celebrando la santa messa, scoprendola come il momento di maggiore unione con Cristo Gesù dove viviamo il cielo sulla terra. Di fronte a un pericolo, se ci troviamo sull’altare, dove correre se siamo sicuri accanto al Signore che nel sacrificio della messa continua a offrirsi per noi.

Il santo curato Brochero, sacerdote argentino, indicava: “Mi congratulerei se Dio mi toglie da questo pianeta seduto, confessando e predicando il Vangelo”. P. Patricio, come buon sacerdote, morì sull’altare dove tanti sacerdoti desiderano essere raccolti dal Signore. Si desidera seguire il Signore e partecipare alla sua luce e alla sua croce, alla sua risurrezione e alla sua passione per noi.

Di fronte alla speculazione e alla tentazione, soprattutto quando accade una morte tragica, è il momento di continuare a confidare nel Signore e di abbandonarci ai suoi divini disegni. Forse il momento della nostra morte è il momento in cui siamo chiamati a vivere pienamente la fede: la fiducia incondizionata nel Signore.

Diceva il cardinale Carlo Maria Martini: “Mi sono pacificato con il pensiero di dover morire quando ho capito che senza la morte non arriveremo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Infatti, in ogni scelta impegnativa abbiamo sempre uscite di emergenza. Invece, la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio”. Abbiamo visto come tanti fratelli, nonostante le sofferenze, hanno lottato fino alla fine e hanno vissuto il momento della loro morte ringraziando e glorificando Dio, come indica Sant’Ignazio di Loyola: “Come in tutta la vita, così anche nella morte, e molto di più, ciascuno deve (…) sforzarsi e cercare che Dio nostro Signore sia in essa glorificato e servito, e i prossimi edificati, almeno dall’esempio della sua pazienza e fortezza, con fede viva, speranza e amore dei beni eterni”.

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