Tra Trump e Leone, il Papa alla Sapienza, il cardinale Willem Ejik distrugge il gruppo sinodale 9, i lavanda del Vaticano, il negoziatore Zuppi, gli Angeli, Messa per Cuba, Vesco e la fraternità, il monasterio ambrosiano, l’aborto per posta, una chiesa o una ONG?

Tra Trump e Leone, il Papa alla Sapienza, il cardinale Willem Ejik distrugge il gruppo sinodale 9, i lavanda del Vaticano, il negoziatore Zuppi, gli Angeli, Messa per Cuba, Vesco e la fraternità, il monasterio ambrosiano, l’aborto per posta, una chiesa o una ONG?

Leone XIV nella sua omelia: «Il suo impegno come diplomatico, e ancor più come Pastore della Chiesa, ha portato questo nostro fratello a lavorare per molti anni, con pazienza e abnegazione, per riunire in armonia i popoli che l’obbedienza gli aveva affidato, affrontando anche gli ostacoli e le sfide che un rappresentante pontificio è chiamato ad affrontare per il bene di tutti». Il Papa ha ricordato che il Cardinale Tscherrig «ha servito generosamente» il Signore «per tutta la sua vita, più della metà della quale ha dedicato al servizio della Sede Apostolica in varie Rappresentanze Pontificie e nella Segreteria di Stato». «Ha contribuito, con un lavoro spesso discreto ma non per questo meno diligente ed esigente, proprio del ministero che esercitava, alla crescita di quel Regno in cui non esiste più il mare del caos e, al suo posto, risplende la nuova Gerusalemme, edificata sul fondamento degli apostoli, illuminata dalla luce dell’Agnello e arricchita dai meriti dei santi». «Il nostro mondo ha urgente bisogno di messaggeri che lo aiutino a ritrovare la fiducia, e la buona testimonianza di coloro che Dio ha scelto come suoi ministri può sostenerci nel rispondere a questa chiamata», ha concluso il Papa.

Sulla visita di Leone XIV alla Sapienza.

Tra i presenti, ad applaudire, c’era Giorgio Parisi: premio Nobel per la Fisica ed emblema di una certa ideologia che è perdurata a lungo nelle aule universitarie italiane; un mondo, come sappiamo, governato in gran parte dal favoritismo, dalle cricche e dal nepotismo. Parisi, nel 2008, è stato uno dei firmatari della lettera indirizzata al rettore dell’Università La Sapienza per chiedere che Joseph Ratzinger non fosse ricevuto all’inaugurazione dell’anno accademico. In un’intervista in cui riprende la lettera del 2008 in cui consigliava al rettore dell’Università Sapienza di non ricevere Benedetto XVI, spiega oggi che la differenza con l’attuale Leone XIV risiede interamente nel contesto: «Così come non si invita il Presidente della Repubblica a inaugurare un Anno Santo, non si invita un Papa a inaugurare un anno accademico».

Un’osservazione elegante ed efficace che non resiste a un’analisi seria. Il problema non sarebbe stato invitare Benedetto XVI personalmente, ma averlo invitato specificamente per l’inaugurazione dell’anno accademico. Il professore di teologia a Bonn, Münster, Tubinga e Ratisbona, vicerettore a Ratisbona e una delle figure intellettuali europee più importanti del XX secolo, con una vasta bibliografia, non era degno. È stato trattato come se fosse semplicemente un’autorità religiosa estranea al mondo universitario: è una mistificazione.

Nel famoso discorso di Ratzinger si inizia con una domanda classica: che cos’è l’università? Risponde, attraverso Socrate e il dialogo con Eutifrone, che la sua origine risiede nel desiderio umano di conoscere la verità: lo stesso desiderio che ha sfidato i cristiani nei primi secoli, abbracciando l’inquietudine socratica invece di respingerla. Da lì, reinterpreta la struttura delle quattro facoltà medievali (medicina, diritto, filosofia e teologia) come una sintesi del rapporto tra teoria e pratica, tra conoscenza e bene.

E come si fonda la legittimità di un ordine democratico? E qui cita Habermas, riconoscendo il suo merito nell’argomentare che i processi democratici non possono ridursi a una lotta per maggioranze aritmetiche, ma devono caratterizzarsi come un «processo di argomentazione sensibile alla verità». Non sapremo mai che idea di università abbiano in testa questi professori, quelli che, di fronte a un testo di questo calibro, hanno avuto l’acume intellettuale di firmare una lettera per evitare di ascoltarlo. Sembra che Benedetto XVI fosse pericoloso, Leone XIV sembra controllato.

Il documento sinodale Scandaloso? Sì. Sorprendente? In realtà no.

Phil Lawler su Catholic Culture. L’orientamento omosessuale è un “dono di Dio”. L’“inno gay”, la canzone pop “Dancing Queen”, eseguita da un gruppo invitato durante l’udienza pubblica settimanale del Papa. Quello che è accaduto a Roma la scorsa settimana è lo stesso che succede da anni: l’attuale amministrazione del Vaticano ha espresso discretamente il suo sostegno all’agenda omosessuale, e nessuno li ha fermati.

L’episodio di “Dancing Queen”, che è il meno grave e il più facile da spiegare. Qualcuno —probabilmente un funzionario di basso rango nella burocrazia vaticana— ha autorizzato la band a suonare quella canzone mercoledì scorso. È stato un cenno deliberato alla lobby gay? Forse sì, forse no. Il Gruppo di Studio n. 9 aveva ricevuto l’incarico di valutare questioni «controverse», ma ha preferito definirle questioni «emergenti», spiegando che il Concilio Vaticano II aveva avviato un «cambio di paradigma» nella comprensione della dottrina della Chiesa. Il rapporto includeva testimonianze di cattolici che chiedevano cambiamenti nella dottrina della Chiesa, in particolare quella di un americano che si identificava come coppia felice in un “matrimonio” tra persone dello stesso sesso e proclamava: “La mia sessualità non è una perversione, un disturbo né una croce; è un dono di Dio”.

Il rapporto del gruppo di studio è proprio questo: un rapporto, privo di autorità magisteriale e il materiale più provocatorio è apparso nelle appendici. Il documento non può essere interpretato come un cambiamento nella dottrina della Chiesa, ma sarebbe ingenuo pretendere che la pubblicazione di questo documento vaticano non abbia alcun impatto sulla percezione pubblica della dottrina della Chiesa.

Chi è stato responsabile di questo rapporto? Il giornalista Edward Pentin, in un articolo pubblicato sul National Catholic Register, sottolinea che diversi membri del Gruppo di Studio n. 9 avevano già messo in discussione gli insegnamenti della Chiesa su questioni morali controverse (o «emergenti»). Il cardinale Gerhard Müller ha accusato gli autori del rapporto di «non negare apertamente le verità rivelate, ma metterle da parte e, accanto a esse, costruire il proprio spazio per un cristianesimo comodo e mondano». Purtroppo, l’uso delle relazioni lavorative del Vaticano per promuovere la dissidenza rispetto agli insegnamenti della Chiesa, in particolare sul tema dell’omosessualità, è diventato una pratica ricorrente nei sinodi. Lo scandalo McCarrick —e il netto rifiuto del Vaticano di consentire un’indagine approfondita sull’ascesa del prelato caduto in disgrazia— ha messo in luce l’influenza della “mafia lavanda” a Roma. Questa influenza è altrettanto evidente nei persistenti tentativi di evidenziare i diritti degli omosessuali alla vigilia di ogni riunione del Sinodo dei Vescovi. È chiaro che ci sono diversi chierici, comodamente sistemati nella burocrazia vaticana, che lavorano dall’interno per modificare gli insegnamenti e le pratiche pastorali della Chiesa. «Questa sovversione distruttiva, sponsorizzata dal Vaticano, deve finire ora».

Le manipolazioni sinodali.

Se c’è una cosa che caratterizza alcuni padri sinodali è l’audacia e la mancanza di vergogna. Un altro dato che lo conferma, se mai ce ne fosse bisogno, è che la sorella Josée Ngalula, teologa congolese e unica rappresentante africana del Gruppo di Studio del Sinodo 9, ha rivelato di non aver contribuito alla parte del rapporto finale del gruppo che suggeriva falsamente che le relazioni omosessuali potrebbero non essere peccaminose. La sorella Josée, la prima donna africana a far parte della Commissione Teologica Internazionale ha dichiarato di non aver partecipato alla stesura delle sezioni del rapporto sulle persone omosessuali perché non è un tema pastorale importante nella sua comunità. Ha contribuito alle sezioni del testo sulla non violenza attiva. “Lascio che coloro per i quali questo sia un tema ‘importante’ ne discutano tra loro”. La mancata partecipazione della sorella Josée al testo del rapporto del Sinodo sull’omosessualità è notevole perché ha una storia di denunce dell’ideologia LGBT.

Il cardinale Willem Eijk demolisce il documento sinodale arcobaleno.

Il cardinale Willem Eijk è l’arcivescovo di Utrecht, Paesi Bassi. Medico di professione, è membro dell’Accademia Pontificia per la Vita dal 2004. È autore del libro « Il vincolo dell’amore: l’insegnamento cattolico sul matrimonio e l’etica sessuale», pubblicato nel 2025 da Emmaus Academic. Senza dubbio un esperto e molto chiaro: “Il rapporto pubblicato recentemente dal Gruppo di Studio del Sinodo 9 rappresenta una preoccupante deviazione dall’insegnamento morale coerente della Chiesa Cattolica. Sebbene gli autori affermino di non avere «l’esperienza o, soprattutto, l’autorizzazione ecclesiastica necessaria» per affrontare in modo definitivo questioni morali specifiche, la metodologia e il quadro del rapporto minano sistematicamente la capacità della Chiesa di proclamare e applicare la sua dottrina morale. Questo non è semplicemente una carenza tecnica, ma una contraddizione fondamentale dell’insegnamento cattolico che richiede una risposta decisa”.

La preoccupazione più immediata risiede nel trattamento che il rapporto riserva alle relazioni tra persone dello stesso sesso. Il documento presenta testimonianze di persone con attrazione omosessuale senza fornire il quadro morale della Chiesa per comprendere queste esperienze. Il rapporto afferma che un testimone «testimonia la scoperta che il peccato, alla radice, non consiste nella relazione di coppia (dello stesso sesso), ma nella mancanza di fede in un Dio che desidera la nostra pienezza». Gli autori del rapporto riproducono questa affermazione senza correzione né chiarimento.

Il ragionamento di questo testimone è fondamentalmente errato. Gli atti omosessuali sono intrinsecamente malvagi; questa è una dottrina cattolica consolidata. Un cristiano credente che partecipa a tali atti certamente vacilla nella fede, nella misura in cui non si fida della grazia di Dio, che gli permette di evitare il peccato. Ma questo non significa che il peccato risieda principalmente nella mancanza di fede e non nell’atto stesso, come suggerisce il testimone. L’omissione degli autori nel non chiarire questo punto crea un’ambiguità pericolosa.

Una seconda testimonianza risulta ancora più problematica. Questo testimone ha cercato aiuto inizialmente in Courage International, l’apostolato cattolico che insegna alle persone con attrazione per persone dello stesso sesso a vivere secondo la dottrina della Chiesa sulla castità. Il rapporto presenta Courage in modo negativo, suggerendo che «separa la fede dalla sessualità» e affermando falsamente che offre terapia di conversione. Il testimone trova infine rifugio in comunità cristiane e con sacerdoti che accolgono «persone rifiutate per appartenenza alla comunità LGBT». La chiara implicazione è che questo secondo testimone, che vive in una relazione omosessuale, lo fa con il sostegno e l’approvazione di questi sacerdoti e comunità. Dando maggiore rilevanza a queste testimonianze senza alcun commento dottrinale, il rapporto normalizza di fatto le relazioni omosessuali nel contesto ecclesiastico. Questo rappresenta un chiaro tentativo di indebolire la proclamazione dell’insegnamento morale cattolico.

Il problema di fondo risiede nel quadro metodologico del rapporto. Gli autori subordinano tutto alla descrizione di un «processo sinodale» centrato sulle pratiche e sulle esperienze delle persone. Rifiutano esplicitamente quello che definiscono «proclamare in forma astratta e applicare deduttivamente principi stabiliti in modo immutabile e rigido». Invece, sostengono di mantenere una «tensione feconda tra quanto stabilito nella dottrina e nella pratica pastorale della Chiesa e le pratiche della vita quotidiana». Questo linguaggio suona pastorale e centrato su Cristo, ma nasconde una deviazione radicale dalla teologia morale cattolica. Gli autori invocano l’affermazione di Gesù che «il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato» per suggerire che le norme morali non possono essere assolute, ma devono esistere eccezioni basate sulle circostanze e sulle esperienze individuali. Questo costituisce un’interpretazione fondamentalmente errata delle Scritture.

Il rapporto genera un’ambiguità deliberata proprio su questo punto. Gli autori scrivono che «la verità universale dell’umano, nella sua espressione storica, non può essere determinata una volta per tutte, ma si trova nelle forme concrete delle diverse culture, in un dialogo costante». Suggeriscono che raggiungere la conoscenza morale richiede un processo sinodale a lungo termine di ascolto interculturale e di esperienze diverse. Questo è semplicemente falso. Le intenzioni con cui Dio ha creato la persona umana nel contesto del matrimonio e della sessualità sono verità universali, stabilite una volta per tutte, che gli esseri umani possono conoscere spontaneamente attraverso la legge morale naturale, e che si trovano nella Sacra Scrittura.

Papa Giovanni Paolo II ha respinto energicamente questo approccio in Veritatis Splendor: «Su questa base, si cerca di legittimare le cosiddette soluzioni “pastorali” contrarie all’insegnamento del Magistero e di giustificare un’ermeneutica “creativa” secondo la quale la coscienza morale non è obbligata in alcun modo, in tutti i casi, da un precetto negativo in particolare». I fedeli possono essere certi che diversi cardinali e vescovi renderanno note le loro obiezioni al Magistero Romano. L’insegnamento della Chiesa non è oscuro né soggetto a revisione attraverso processi sinodali. È la verità che ci libera.

Zuppi tra Mosca e Kiev.

Mostra sugli angeli.

I Musei Capitolini dedicano una mostra «Angeli. Messaggeri, Guardiani e Viaggiatori. Creature Sublimi dall’Antichità alla Contemporanea». È nata con uno scopo commemorativo, un anno dopo la morte di Papa Francesco, ma ha optato per un rigoroso analisi storico-artistica. Il riferimento a «creature sublimi» rimanda alla Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino, dove rifletté su questi esseri alati con la loro doppia identità, definendoli come creature certamente più vicine a Dio che all’uomo, ma comunque «create». Provenienti da una forza soprannaturale che opera in un regno terreno: gli angeli sono sempre stati figure affascinanti nella storia dell’arte.

La mostra confronta la statuaria antica con la pittura barocca e le espressioni del XX secolo. Inizia con la dolcezza quasi infantile di un Eros dormiente del II secolo d.C., poiché è da lì, dalla statuaria antica, che nasce tutta l’arte paleocristiana, con il motivo dell’angelo così presente nei monumenti funerari, sentinelle del passaggio all’altra vita. Nel Basso Medioevo, l’angelo era principalmente un’“Annunciazione”: un Hermes/Mercurio con aureola, un’iconografia che perdurò durante il Rinascimento e i secoli successivi. Viene esposto, come simbolo del suo raffinamento, l’Angelo dell’Annunciazione del XVIII secolo di Carlo Dolci, prestato dalla Galleria degli Uffizi.

La mostra si concentra, sia in qualità che in quantità, su opere del XVII secolo: il capolavoro più importante è senza dubbio lo straordinario Angelo Custode (c. 1620) dell’artista romano Giovanni Antonio Galli, noto come Spadarino. Impressionante l’Angelo Custode di Pietro da Cortona, un prestito dal Palazzo Barberini. I cosiddetti “angeli viaggiatori” che sorvolano la Santa Casa di Loreto. Una mostra da non perdere, senza dubbio, per il tema e per la qualità delle opere esposte.

Messa per “la pace e lo sviluppo sociale a Cuba”.

Sembrano molto devoti i comunisti cubani, temiamo che temano situazioni complicate e sembra che si ricordino di Santa Barbara quando tuona, e tuona e non smette. Messa speciale per “la pace e lo sviluppo sociale a Cuba” nella chiesa di San Ignazio di Loyola, presieduta dal cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale del Vaticano. Questa Messa è sponsorizzata dall’Ambasciata di Cuba presso la Santa Sede, vedremo cose più grandi. La crisi cubana è stata uno dei temi trattati dal segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, durante la sua visita in Vaticano, i cubani lo sanno, forse non sanno tutto ciò che si sa in Vaticano, e che pensano di sapere. Se già vediamo i comunisti in fase devota è come pensare che qualcosa di grosso li colpisca.

Il cardinale Vesco a Torino.

Quest’uomo deve annoiarsi molto ed è strano trovarlo nella sua sede: «Non voglio che mi chiamino padre: il mio titolo più bello è fratello». È alla Fiera Internazionale del Libro di Torino per parlare del significato della fraternità nella Chiesa e nella società contemporanea: «La fraternità è gente coraggiosa». Per Vesco, la Chiesa è chiamata a coltivare relazioni meno marcate dal modello patriarcale e più basate sulla reciprocità. «Anch’io ho bisogno che qualcuno si prenda cura di me», ha spiegato, sottolineando che l’autorità cristiana nasce non dal potere, ma dalle relazioni. L’arcivescovo di Algeri ha descritto la sinodalità come «una Chiesa sempre più formata da fratelli e sorelle», capace di testimoniare il Vangelo anche nella fragilità e nell’ascolto reciproco. «Quando si è con i cristiani, ci si dovrebbe sentire veramente come un fratello o una sorella». Il dibattito ha parlato anche del valore del dialogo interreligioso, praticato quotidianamente dalla Chiesa in Algeria. Vesco ha ricordato il Documento sulla Fratellanza Umana, firmato ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, come un segnale concreto della possibilità di «fare il bene insieme» tra cristiani e musulmani. «Mettere in dubbio se i musulmani possano sperimentare pienamente la democrazia significa fare il gioco degli estremisti».

Il monastero Ambrosiano.

Di monastero sembra avere ben poco e di cattolico solo l’origine dei molti soldi che costerà. Commissionato dalla Diocesi di Milano, è futurista nella forma e atemporale nel contenuto, una fede pensata per gli atei. La Diocesi di Milano ha deciso di costruire un monastero nel quartiere di Minde, vicino all’antico recinto dell’Expo. Si chiamerà Monastero Ambrosiano, ma dimenticatevi di atmosfere contemplative e trascendentali. Il progetto assomiglia a un centro commerciale con un trampolino da sci sul tetto. Il futuro monastero, che ospiterà una comunità permanente, possibilmente religiosa, occuperà 2.700 metri quadrati, di cui 1.100 saranno dedicati a spazi aperti. È prevista una chiesa triangolare che avrà anche fini culturali, una chiesa polivalente.

Non è chiaro se il progetto sarà finanziato interamente dalla Diocesi. È un spazio per tutti dove il Dio, cattolico, sarà anche musulmano, ebreo e un personaggio fittizio per gli atei. Così spiega la Diocesi il progetto: l’obiettivo è creare «uno spazio per la spiritualità, il dibattito e la riflessione, per favorire il dialogo tra religioni, culture e saperi nel XXI secolo». Ci sarà una Biblioteca delle Religioni, un Chiostro delle Religioni e un Giardino delle Religioni. In questo giardino, in linea con la tendenza ecologica più attuale, ogni religione monoteista sarà rappresentata da una pianta, tutto molto pensato da teologi botanici e designer ecologici.

L’arcivescovo di Milano, Mario Delpini, in uscita spiega bene il significato dove “confluiscono la conoscenza, la ricerca, il talento, gli affari, l’intrattenimento, la natura e la vita, l’Italia e il mondo. Nel cuore della città dell’innovazione, sorge la domanda sul significato di tutto ciò, la ragione dell’impegno e dell’investimento”. Con i soldi dei cattolici, ancora una volta, offriamo un luogo su un piatto d’argento ad atei e rappresentanti di altre religioni per catechizzare i poveri cattolici secondo le loro convinzioni. Un luogo con l’intento di costruire una religione universale —desiderata solo da persone come Soros e alcuni cattolici, certamente non da ebrei e musulmani— dove si eliminano le differenze e tutti si raggruppano sotto la parola “Dio”, una parola ora presumibilmente spogliata di ogni identità e concepita per essere vaga e onnicomprensiva, attraente per tutti i palati.

Il crimine dell’aborto per posta.

Le pillole abortive hanno causato una nuova delusione al movimento pro-vita statunitense. Ieri, giovedì 14 maggio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ratificato ancora una volta la norma introdotta dall’amministrazione Biden che permette l’invio per posta di mifepristone, una delle due sostanze utilizzate per l’aborto medico, senza il requisito minimo di una visita di persona. La sospensione del divieto era stata richiesta in un appello d’emergenza presentato il 2 maggio da Danco Laboratories e GenBioPro, due aziende produttrici di mifepristone.

La decisione della maggioranza della Corte Suprema è stata oggetto di dissenso da parte dei giudici Samuel Alito e Clarence Thomas. Quest’ultimo ha sostenuto il ragionamento della Louisiana, “l’invio per posta di mifepristone per uso abortivo costituisce un reato. La Legge Comstock vieta l’uso della posta per inviare qualsiasi medicinale destinato a indurre l’aborto”. Thomas ha sottolineato che questa violazione della legge, attraverso l’invio di mifepristone, provoca quasi mille aborti al mese in Louisiana, eludendo le leggi pro-vita dello Stato. Lo stesso giudice, in termini forti, ha evidenziato l’assurdità di accettare l’appello dei produttori di mifepristone: “Gli appellanti non hanno diritto alla sospensione di un ordine giudiziario avverso basato sui profitti persi derivanti dalla loro attività criminale.

Altri Stati, come la Louisiana, hanno reso illegale l’aborto salvo in circostanze limitate. […] Ma gli sforzi della Louisiana sono stati ostacolati da alcuni fornitori di assistenza sanitaria, organizzazioni private e Stati che detestano leggi come quella della Louisiana e cercano di minare la sua applicazione. La Louisiana, come altri Stati governati dai repubblicani con leggi più attente al diritto alla vita del nascituro, vede quindi compromessa la sua sovranità.

I 100 giorni di Hicks.

Intervista esclusiva con The Good Newsroom, l’arcivescovo Ronald A. Hicks descrive i suoi primi 100 giorni di ministero pastorale nell’Arcidiocesi di New York e condivide le esperienze che hanno segnato l’inizio di questa nuova fase. Durante la conversazione, parla della sua esperienza come arcivescovo fino a questo momento, comprese le persone che ha incontrato e le istituzioni arcidiocesane che ha visitato. L’arcivescovo Hicks riflette anche sui prossimi 100 giorni e sul futuro.

E anche a New York, per celebrare il 50° anniversario della sua ordinazione sacerdotale e il 25° anniversario della sua ordinazione episcopale, il cardinale Timothy Dolan ha chiesto al suo successore, l’arcivescovo Ronald Hicks, di pronunciare l’omelia. Le panche della cattedrale di San Patrizio si sono riempite di vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, e migliaia di laici per commemorare questa occasione.

Barron intervista un omosessuale sposato.

Il vescovo Robert Barron ha ricevuto nel suo podcast, pubblicato giovedì, Dave Rubin, un omosessuale “sposato” e padre tramite maternità surrogata. Non ha messo in discussione né affrontato in alcun modo l’omosessualità di Rubin, il suo presunto “matrimonio” né la sua paternità con il suo partner durante una conversazione di un’ora. Il fatto che il vescovo non abbia affrontato in modo sostanziale le convinzioni e lo stile di vita di Rubin durante un dibattito pubblico è significativo, poiché, secondo la dottrina della Chiesa Cattolica, costituiscono ostacoli alla sua salvezza. Entrambi hanno indicato che prevedono di mantenere una conversazione di follow-up con “molti altri argomenti da trattare”, ma non hanno specificato una data. Barron è stato duramente criticato per aver dato voce a Rubin, dato il suo stile di vita radicalmente anticattolico e anticristiano, che include l’acquisto di bambini da madri surrogate. Alcuni commentatori hanno chiesto se Barron avesse denunciato i gravi peccati di Rubin. “Lo hai rimproverato per la sua sodomia e il traffico di minori?

C’è uno scisma vicino nella Fraternità.

Una chiesa o un’ONG?

Oggi abbiamo un esempio, uno in più, che ci viene dalla diocesi di Genova, sicuramente i nostri lettori ne conoscono molti altri. L’attività caritativa della diocesi si è ridotta a mera ideologia, non è che non si stia facendo nulla, ma ciò che si fa è per ideologia. Caritas, Sant’Egidio, centri d’ascolto e altre denominazioni hanno perso sempre più di vista la ragione per cui aiutiamo il nostro prossimo, che è Gesù, e perché crediamo nelle sue parole. Il mondo di Caritas e del volontariato è sempre più burocratico. Accedere a un rifugio o a una mensa sociale implica addentrarsi in un labirinto di colloqui, aspettative e evasioni. Si tratta semplicemente di essere mandati da un luogo all’altro, spesso senza arrivare al nocciolo della questione. È un mondo in mano a lavoratori con un’ideologia molto marcata. Bandiere arcobaleno e palestinesi sventolano nei loro uffici e locali, e nelle ultime elezioni comunali molti lavoratori (retribuiti) di Caritas sono stati candidati del Partito Democratico e dei Verdi, di sinistra. È un mondo altamente politicizzato, quindi se non sei nella loro lista di amici, non riceverai aiuto. Molte attività sono affidate a cooperative dubbie, spesso con personale insensibile, che si sente più come un ambiente di ONG che come la comunità dei discepoli di Cristo. La radice di questa profonda crisi risiede nella perdita di identità. Molti nella Chiesa non sanno più chi sono. Vivono di slogan e simboli presi in prestito: femminismo, inclusione, aggregazione, bandiere arcobaleno, il divario di genere, una chiesa che ascolta, una chiesa che esce incontro agli altri. Manca sempre un piccolo dettaglio: Nostro Signore Gesù Cristo.

“…chiedete e riceverete, perché la vostra gioia sia piena”.

Buona lettura.

SSPX risponde: ‘Scomunicati? Ma da chi? Da coloro che si inginocchiano davanti a Pachamama?’

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La “mafia lavanda” del Vaticano colpisce ancora

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Dialogo: card. Vesco, “la Chiesa sia una comunità di fratelli”

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Lettera da Genova / Così la Chiesa è diventata un’ONG di sinistra

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Pillole abortive per posta, nuova triste conferma dalla Corte Suprema

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