È già venerdì, e Papa Leone XIV è decollato questa mattina verso Montevideo. Nei Sacri Palazzi si trattiene il fiato, non c’è dubbio che il Papa abbia un buon aspetto e che in questi giorni abbia assolto con ammirevole dedizione tutti i suoi impegni senza alcuna alterazione. Non c’è dubbio sull’interesse con cui Papa Leone ha preparato questo viaggio di «ritorno» al suo amato Perù, senza dimenticare la visita all’Argentina che Papa Francesco non volle mai visitare. La prima tappa in Uruguay segna l’inizio di una maratona che metterà alla prova la resistenza di Papa Leone. In questi giorni saremo molto attenti a quanto accade a Roma, le assenze si sfruttano per «fare pulizia» e questa è prolungata. Orienteremo la nostra Specola verso i media dei Paesi visitati e verso ciò che potrà accadere. Tratteniamo il fiato e intensifichiamo la preghiera. Cercheremo ancora per un giorno di riassumere e presentare ciò che vediamo; di ieri restano tre nomine, un centenario cinese e un cardinale che parla delle elezioni americane.
La partenza
È decollato da Fiumicino alle 07:05, cinque minuti dopo quanto previsto dal programma, su un Airbus A330 di ITA battezzato «Daniele de Rossi». Arriva a Montevideo alle 16:30 locali, tredici ore e mezza di volo, e alle 17:30 ha la cerimonia di benvenuto in Plaza Independencia. Dodici giorni, tre Paesi, quattordici tappe, fino al 17 novembre. Prima di partire ha inviato il consueto telegramma a Mattarella. Non è stata pubblicata la lista della delegazione che viaggia con lui né quella dei giornalisti accreditati sul volo papale. Di quest’ultima si registra solo l’apertura delle iscrizioni del 21 settembre, con scadenza il 29.
I vescovi ungheresi e il nunzio in Ungheria
Il bollettino di ieri riporta una sola udienza e tre nomine, e due di queste voci si incastrano tra loro senza che nessuno lo abbia segnalato. L’udienza: i vescovi d’Ungheria, in visita ad limina, e non c’è nessun altro nell’elenco. La nomina, lo stesso giorno: Franco Coppola, nunzio apostolico in Ungheria. Coppola è arcivescovo titolare di Vinda e proveniva dal Belgio e dal Lussemburgo, dove era dal novembre 2021. Budapest era vacante da quasi sei mesi: il suo predecessore, Michael Banach, è partito il 14 maggio verso l’Argentina e ha preso possesso a Buenos Aires a luglio. La catena viene da più lontano: Adamczyk lasciò l’Argentina per Tirana a gennaio, Banach coprì l’Argentina a maggio e Coppola copre ora l’Ungheria. Chi resta ora senza nunzio è Bruxelles. La nota che ha circolato è di due frasi e basta: né la sede titolare, né il predecessore, né i sei mesi di vacanza.
Due ex nunzi all’Evangelizzazione e due sottosegretari per Smerilli
Quattro membri del Dicastero per l’Evangelizzazione, e li nomina per la sezione della prima evangelizzazione, quella del cardinale Tagle. Sono i cardinali Mario Zenari e Christophe Pierre, e i vescovi Ambrogio Spreafico, emerito di Frosinone-Veroli-Ferentino e di Anagni-Alatri, e Maurizio Malvestiti, di Lodi. Zenari e Pierre sono proprio i due nunzi usciti quest’anno al compimento dell’età, dalla Siria a febbraio e dagli Stati Uniti a marzo.
E ci sono due nuovi sottosegretari nel Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale: il gesuita Avelino Chicoma Bundo Chico, angolano di Lobito, finora capo ufficio della stessa casa, e la cilena Claudia Leal Luna, docente dell’Istituto Giovanni Paolo II, consulente del Dicastero per la Dottrina della Fede e membro della Commissione Teologica Internazionale. I due posti erano vacanti dal 1° settembre, quando Baggio e Barlaš sono saliti a pro-prefetto e segretario. Il dicastero è rimasto due mesi senza alcun sottosegretario, e con questo si chiude la riorganizzazione iniziata il 30 giugno. Un dettaglio che quasi tutti tralasciano: la pro-prefettura del cardinale Baggio ha incarico speciale per il Centro di Alta Formazione Laudato si’.
Il centenario dei sei vescovi cinesi
Il 28 ottobre 1926 Pio XI consacrò in San Pietro i primi sei vescovi cinesi dell’epoca contemporanea. Il centenario è stato celebrato ieri alla Pontificia Università Urbaniana. Tutto ciò che riguarda la Cina si guarda con la lente d’ingrandimento e ancor di più se il Papa ha inviato un videomessaggio. Ha ricordato che quei sei «vennero da Shanghai a Roma», ha chiesto fedeltà a una Chiesa «la cui unità non è uniformità, ma comunione nella diversità», e ha lasciato la frase che quasi tutti hanno raccolto: «nessun pastore nella Chiesa può attribuirsi da solo la missione». Ha citato la lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi del 2007, il videomessaggio di Francesco del 2024, la Maximum illud e il Concilio di Shanghai del 1924. Molto significativo ciò che non ha nominato, esaminato termine per termine: l’Accordo provvisorio, i vescovi clandestini, l’Associazione Patriottica e la sinicizzazione.
Di quanto detto lì, il più sostanzioso è stato l’intervento del vescovo di Pechino, Giuseppe Li Shan: che «la sinicizzazione del cattolicesimo non intende costruire un cattolicesimo diverso», e che l’osservanza delle leggi dello Stato «non deve considerarsi un’imposizione esterna». Un dettaglio di nomenclatura con la sua grazia: Parolin lo chiama arcivescovo di Pechino, che è ciò che è canonicamente corretto. Il cardinale Chow ha parlato di inculturazione e ha chiesto di «trovare un terzo spazio». Di Ding Zuyao, vescovo di Haimen, si registra la presenza, nessuna parola.
Un pezzo del SIR che ha circolato parecchio mette in titolo, tra virgolette e in un testo il cui gancio è il videomessaggio papale, la frase «molte sono le voci e i volti dei popoli; uno solo è il Corpo di Cristo». Non è del Papa: è di Parolin, e non appare nel testo pontificio.
L’Accordo con la Cina è stato prorogato tre volte, non due
Parolin ha parlato dell’Accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, ma non al congresso, dove lo menziona solo di sfuggita: lo ha fatto fuori, a domande dei giornalisti. «La linea è stata quella, non ci sono stati cambiamenti», «le nomine dei vescovi si fanno secondo le disposizioni dell’Accordo e il Papa ha dato il suo assenso», e, rispondendo all’imperfezione che aveva segnalato Gallagher, «tutti gli accordi sono imperfetti, anche quello con la Cina»; continuiamo «cercando di perfezionare ciò che è imperfetto». La glossa del mezzo aggiunge che l’Accordo è stato prorogato due volte, e lo ripete il SIR. Sono tre. Firmato il 22 settembre 2018, è stato prorogato il 22 ottobre 2020 per due anni; il 22 ottobre 2022, altri due, e il comunicato di allora dice espressamente che era il secondo; e il 22 ottobre 2024, per un quadriennio. È in vigore fino a ottobre 2028 e il testo resta non pubblicato.
Parolin dopo le urne USA
Mercoledì abbiamo annotato che delle elezioni americane non si era detto nulla a Roma. Ora si è detto, e anche ai margini del congresso dell’Urbaniana. «Speriamo che ci sia capacità di collaborare», «speriamo che prevalgano la ragione e il buon senso», e cercheremo «modi vivendi» per il bene del Paese. Interrogato se il risultato cambierà l’approccio alla guerra in Ucraina, «è difficile dire cosa accadrà o cosa cambierà; speriamo».
Non ha nominato Trump. Né immigrazione, né dazi. Ciò che ha fatto il titolare di Vatican News è stato unire due risposte distinte in una sola formula, «speriamo nella collaborazione e nella pace», quando la pace l’ha detta a proposito dell’Ucraina; il SIR mantiene l’Ucraina in un pezzo a parte, ma in cambio descrive il risultato nella propria glossa come «netta vittoria dei democratici», che è del redattore e non del cardinale. Le due cronache, quella di Vatican News e quella del SIR, meritano di essere lette insieme.
Del voto cattolico circola il dato di uno spostamento dal 59 per cento del 2024 a un pareggio. Il pezzo del SIR che lo diffonde, firmato da Riccardo Benotti, è onesto nel corpo e va letto per intero: il 59 per cento esce da un sondaggio all’uscita dei seggi e Pew dava 43-55 per la stessa elezione; il presunto pareggio è un 50-49 alla Camera, che non è lo stesso del voto presidenziale; e «pareggio» è parola del redattore.
Una Giornata del Malato senza messaggio
Il comunicato del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale annuncia il tema della XXXV Giornata Mondiale del Malato, che si celebrerà l’11 febbraio 2027: «Lo calarono con la barella davanti a Gesù», da Luca 5, con il sottotitolo «il ruolo della comunità nella cura di ogni persona». Il messaggio non esiste ancora: su vatican.va l’ultimo pubblicato è quello della XXXIV Giornata, firmato a gennaio. Il comunicato di ieri non contiene una sola parola attribuita a Leone XIV, e la formula che gli si sta mettendo in bocca è il sottotitolo redatto dal dicastero.
La messa per i cardinali e i vescovi defunti
Ieri alle nove del mattino, all’altare della Cattedra, il Papa ha presieduto la messa per i cardinali e i vescovi morti durante l’anno. L’omelia è pubblicata per intero, cosa che non sempre accade, e verte su Maccabei 12 e san Paolo: «se, come sottolinea la Scrittura, non ci fosse risurrezione, sarebbe vano pregare per i defunti». Non ha nominato nessuno dei defunti e ha visitato le tombe dei suoi predecessori nelle cripte di San Pietro. Quella di Papa Francesco, essendo a Santa Maria Maggiore, non ha avuto visita papale in questi giorni nonostante sia il suo immediato predecessore e inizi oggi un viaggio che lo porterà in Argentina.
L’elefante di Gallagher
Nell’intervista di Elisabetta Piqué che ha chiesto a Gallagher su La Nación se ci saranno molti riferimenti a Francesco durante il viaggio, la risposta: «come si dice forse nei discorsi politici, papa Francesco sarà l’elefante nella stanza. Sarà sempre presente perché è stato uno dei rappresentanti più importanti del suo Paese». Del resto, poco. Ha sostenuto il multilateralismo e ha ammesso che gli organismi internazionali hanno bisogno di riforma, al punto da concedere che le decisioni degli Stati Uniti e dell’Argentina «servano infine perché ci siano riforme». Sul rischio di politicizzazione, «c’è sempre rischio, da tutte le parti, in tutti i Paesi, in tutti i viaggi». Non ha nominato Milei, né il Venezuela, né il debito, né gli abusi, né la Cina. E sulla salute del Papa ha detto solo che è «completamente in condizioni».
Lugano, quattro anni senza vescovo
Viviamo momenti in cui abbiamo molte diocesi in attesa di vescovo, non è una situazione ideale. È vero che dato il livello dei possibili nominati sono in molti a pensare che sia meglio stare senza mitra. Oggi abbiamo un caso clamoroso: la diocesi svizzera di Lugano è senza vescovo da quando il 10 ottobre 2022 fu accettata la rinuncia di Valerio Lazzeri, che allora aveva cinquantanove anni e dei cui motivi non si dice nulla. La governa come amministratore apostolico Alain de Raemy, vescovo ausiliare di Losanna, Ginevra e Friburgo, e il nunzio Martin Krebs ha confermato per lettera nell’ottobre 2023 che continuerà «fino a nuova decisione della Santa Sede».
Finanche il Governo del cantone del Ticino ha protestato, a basso livello, con una lettera breve del 14 ottobre che è la risposta a un privato, l’avvocato Franco Gianoni, nella quale il Consiglio di Stato esprime il desiderio che la vacanza non si prolunghi. Non ha chiesto nulla a Berna. Il dettaglio giuridico è una convenzione del 1968 tra il Consiglio Federale svizzero e la Santa Sede il cui articolo primo richiederebbe di eleggere il vescovo di Lugano tra sacerdoti di cittadinanza ticinese. Se è così, ecco la spiegazione di quattro anni. Dalla Santa Sede, nessuna risposta pubblica a nulla di tutto ciò.
Zelensky lavora con il Vaticano
Askanews riporta che Zelensky ha detto ieri, dopo essersi incontrato con il primo ministro di Andorra, che «stiamo lavorando intensamente con il Vaticano, con i Paesi del Medio Oriente e con i nostri altri partner», e che sono tornati a casa 2.790 minori su più di ventimila. L’agenzia non precisa se sia stata un’intervista, una conferenza stampa o un discorso.
Quelle cifre sono di Kiev e solo di Kiev. Non esiste cifra della Santa Sede. Il canale è quello del cardinale Zuppi, che a settembre ha compiuto la sua terza missione a Mosca con mandato ricevuto da Francesco e confermato da Leone XIV, e che lo formula così: «ho ricevuto l’incarico di sostenere gli sforzi delle parti per affrontare le questioni relative ai bambini». Le altre cifre che circolano conviene darne con il loro proprietario: Mosca contesta i ventimila adducendo duplicati; l’ambasciata russa presso la Santa Sede parla di settecentomila minori arrivati in Russia da febbraio 2022 e nega che ci sia deportazione; la commissione d’inchiesta dell’ONU ha milletrecento casi verificati; e Nello Scavo ha pubblicato su Avvenire che attraverso il canale vaticano sono stati consegnati dossier con circa milletrecento nomi.
La citazione che Vesco non ha detto
Non ci è particolarmente simpatico ma l’informazione è l’informazione e conviene essere onesti sempre. Circola da due settimane una polemica sul cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri, a cui si attribuisce di aver detto che la Chiesa non è per convertire. Il vescovo Robert Barron gli ha replicato in due messaggi pubblici e la questione è diventata materia di blog.
L’originale è un’intervista al portale belga CathoBel del 23 ottobre, in francese. Primo problema: le traduzioni italiane che circolano non coincidono tra loro. Secondo problema, ed è quello buono: CathoBel ha pubblicato una replica sostenendo che la prima citazione è stata estrapolata dal contesto, perché Vesco parlava della Chiesa in Algeria, e che la seconda citazione non era nell’intervista, ma proveniva dal riassunto introduttivo di un giornalista in un altro mezzo. Una discussione transatlantica tra un cardinale e un vescovo costruita sulla parafrasi di un redattore. Non è che il contenuto del testo sia particolarmente esemplare, lo stesso Vesco ha risposto su Facebook che i fedeli delle tre religioni monoteiste «hanno cose molto più importanti da fare che cercare di convertirsi reciprocamente». Può essere criticabile, senza dubbio lo è, ma non per ciò che si sta dicendo.
Concludendo la giornata
Di Bob Dylan, Spadaro ha parlato in prima persona sul proprio profilo: «oggi ho accompagnato Bob Dylan da Papa Leone insieme ad Andrea Monda». Accompagnare non è organizzare, e resta senza constare chi abbia organizzato l’incontro.
Pietro Orlandi è imputato per diffamazione aggravata a mezzo stampa e deve comparire davanti al giudice istruttore di Frosinone, in imputazione forzosa decisa dopo che la stessa procura aveva chiesto l’archiviazione. È fase preliminare e non c’è processo né nulla di definitivo. La parte che merita di essere detta è un’altra: il querelante, il blogger Mario Barbato, è collaboratore abituale del mezzo che pubblica le cronache di quel procedimento, con più di duecento articoli firmati, compresi quelli del caso Orlandi stesso.
Il vangelo di oggi è la parabola dell’amministratore astuto, e per una giornata di frasi messe in bocca ad altri serve il suo epilogo. È novembre e continuiamo a pregare per le anime dei nostri defunti. Seguiamo con interesse e preghiamo questi giorni perché tutto in America vada secondo quanto previsto e abbiamo un buon viaggio apostolico.
«I figli di questo mondo sono più astuti verso i loro simili dei figli della luce».