Otto giorni dopo l’operazione, tutti nei sacri palazzi trattengono il respiro: in questo caso tutti intuiamo che la mancanza di notizie non è una buona notizia; se fossero buone, verrebbero date con entusiasmo. Il Papa ha telefonato ieri a Zelensky: è la seconda chiamata a un capo di Stato in guerra in tre giorni, dopo quella a Putin di venerdì, e entrambe ruotano sulla stessa città assediata. Domani, inoltre, ci sarà l’udienza generale in piazza e non andrà a Castel Gandolfo: resta nel Palazzo Apostolico. Delle tre cose, due hanno un documento e una no. E quella che non lo ha è quella che tutti i giornali hanno dato per confermata.
Ha telefonato a Zelensky e la tregua l’aveva chiesta a Putin
Il comunicato della Sala Stampa, B0822 e doc. [01529-IT.01], contiene quattro frasi e va letto con attenzione, perché non dice ciò che si sta raccontando. Nella nostra traduzione dall’italiano, che è l’originale e di cui non esiste una versione spagnola ufficiale:
«Oggi il Santo Padre Leone XIV ha intrattenuto una conversazione telefonica con S.E. il Signor Volodymyr Zelensky, Presidente dell’Ucraina. Nel corso della conversazione, il Santo Padre ha ricordato la grave situazione nella città di Oleshky, nella regione di Kherson, riferendosi alla richiesta di una tregua umanitaria già presentata al Presidente della Federazione Russa. Il Santo Padre ha auspicato che la collaborazione di entrambe le parti possa consentire l’arrivo di aiuti alimentari e sanitari e l’evacuazione volontaria e sicura della popolazione civile. Il Santo Padre ha ribadito, infine, l’impegno della Santa Sede a favore del dialogo e della pace.»
La richiesta di tregua è rivolta a Mosca, non a Kiev. A Zelensky non chiede nulla: gli ricorda la situazione di Oleshky rimandando a quanto aveva già chiesto a Putin e, subito dopo, auspica —il verbo italiano è auspicare— che la collaborazione delle due parti permetta l’ingresso degli aiuti e l’uscita dei civili. Non sono due telefonate simmetriche. È una richiesta e il suo seguito.
C’è inoltre una parola nuova. Il comunicato del 16 diceva «una tregua», senza altro. Quello del 19 la qualifica retroattivamente come «tregua umanitaria», che è assai più preciso e assai meno di quanto alcuni titoli avevano inteso venerdì. Non menziona prigionieri di guerra, né bambini deportati, né dice chi abbia preso l’iniziativa della telefonata.
Ciò che aggiunge Kiev e che il Vaticano non dice
La Presidenza dell’Ucraina ha pubblicato la propria nota alle 22:14, più di quattro ore dopo quella vaticana, e si ripete lo schema del Cremlino: né «tregua» né «evacuazione» compaiono nel testo ucraino. Kiev parla della «catastrofe umanitaria a Oleshky temporaneamente occupata», dice che sta «preparando soluzioni», informa il Papa degli attacchi russi e gli ringrazia «tutti i suoi sforzi per raggiungere una pace dignitosa». Kherson non viene nominato. Gli aiuti alimentari e sanitari, nemmeno. Il vocabolario umanitario è esclusivamente vaticano, come venerdì.
Ma questa volta l’asimmetria si inverte in un punto, ed è il dato del giorno: Zelensky afferma che «Sua Santità mi ha informato di contatti con la parte russa su questa questione». È la cosa più simile a un canale documentato che esista, e non lo dice la Santa Sede: lo dice Kiev. Il comunicato vaticano non menziona alcun contatto.
L’unica parola sullo stadio la mette l’Ucraina
E nella stessa nota c’è qualcosa da annotare per ciò che significa. Augurando al Papa una buona guarigione, la Presidenza ucraina descrive l’operazione come l’asportazione di «an early-stage lung growth», una formazione polmonare in stadio iniziale. È un politico che parafrasa in una nota di cortesia: non è parte medica, non è fonte clinica e non è vaticano. Ma è più di quanto abbia detto la Santa Sede. Lo abbiamo verificato di nuovo: l’ultimo documento medico è del 17 ottobre, sono le due comunicazioni ai giornalisti di quel giorno, e l’indice di quel canale si chiude lì: niente del 18, niente del 19, niente del 20. Otto giorni dopo la lobectomia non è stato pubblicato alcun referto istologico, né stadiazione, né piano di trattamento. L’unica parola sullo stadio in tutto il fascicolo l’ha messa la presidenza di un Paese in guerra, di passaggio, in inglese.
«Il Vaticano media»: lo dice uno, e senza fonte
Conviene tagliare qui oggi, prima che si radichi. Domani, firma di Davide Maria De Luca, scrive «il suo intervento per mediare con Putin» come fatto compiuto, e non cita documento, carica né fonte; più sotto, nello stesso testo, abbassa il tono a «ribadita la disponibilità della Santa Sede a favorire il dialogo», che è un’altra cosa. L’incoerenza è dell’articolo.
Gli altri sono più prudenti e uno sfiora il limite. ANSA, firma di Laurence Figà-Talamanca, non usa la parola mediazione e cita correttamente il comunicato, ma attribuisce una causalità: l’apertura su Oleshky avviene «grazie alle pressioni del Papa». Il dato concreto che utilizza —negoziato avanzato tra Kiev e Mosca per evacuare circa seimila civili— è di Dmytro Lubinets, commissario parlamentare ucraino per i diritti umani, e lui non lo collega alla Santa Sede.
Quello che dicono i due comunicati, quello di venerdì e quello di ieri, è «impegno della Santa Sede a favore del dialogo e della pace». In nessuno dei due si offre come mediatrice né si attribuisce un ruolo negoziale. Tra questo e «il Vaticano media» c’è un salto che nessun documento autorizza. Vatican News, tra l’altro, attribuisce a Parolin che la telefonata a Putin è stata iniziativa del Papa, e non dice nulla di equivalente per quella a Zelensky.
C’è l’udienza domani, e non c’è documento
Questa è la cosa che non ha documento. L’abbiamo cercata in tre posti: il Bollettino del 19 porta due voci e nessuna è un avviso di udienza, quello del 20 non esisteva ancora, e «Comunicazioni ai giornalisti» si chiude il 17 ottobre. La nota della Prefettura del 12, che annullava «tutte le udienze fino a martedì 20 ottobre», non è stata sostituita da nessun’altra. Il mercoledì cade proprio il giorno successivo al limite, quindi formalmente non c’è nulla da revocare; non c’è nemmeno nulla che lo confermi.
Ciò che c’è è un briefing orale, e i tre media che lo riportano gli danno tre ambiti diversi. AgenSIR scrive che l’udienza si terrà «come di consueto, in piazza San Pietro» e che «lo fa sapere la Sala Stampa». Avvenire, firma di Giacomo Gambassi, dice che la Sala Stampa «annuncia ufficialmente» che il Papa terrà l’udienza. E ANSA lo attribuisce nel corpo a «fonti vaticane», lasciando la Sala Stampa per il sottotitolo. Lo stesso briefing, dalla bocca delle stesse persone, trasformato in tre cose che non sono equivalenti.
Castel Gandolfo: oggi no, o mai
La citazione più precisa è quella che dà Avvenire della Sala Stampa: «rimane nel Palazzo Apostolico, dove continua il recupero e la ripresa». Ma c’è una sfumatura che nessuno ha rispettato. AgenSIR e ANSA scrivono «oggi non va»; Avvenire ed EWTN lo danno come rinuncia al soggiorno. Un «oggi no» e un «non andrà» non sono la stessa cosa, e il comunicato non esiste per deciderlo.
E manca l’altra metà: nessuno può dire chi abbia annunciato che sarebbe andato. AgenSIR precisa espressamente che non identifica la fonte di quell’annuncio precedente. Quindi la notizia «il Papa rinuncia a Castel Gandolfo» si regge su un piano che non risulta che nessuno abbia reso pubblico.
E Assisi resta senza annuncio
L’incontro della Comunità di Sant’Egidio per i quarant’anni della giornata del 1986 si chiude il 27 ottobre, e la partecipazione del Papa resta senza avviso ufficiale: Avvenire dice che la Sala Stampa lo dirà «a breve» e Il Messaggero lo dava ieri per incerto. È esattamente ciò che ANSA precisò il giorno 17. Vatican News lo diede per certo il 6 ottobre, prima dell’operazione: «a chiudere l’atto di quest’anno sarà il Papa Leone XIV», e «il Papa sarà ad Assisi l’ultimo giorno». Ma chi lo diceva era Marco Impagliazzo che presentava l’edizione, e il vescovo di Assisi, Felice Accrocca, dichiarandosi «molto contento del ritorno del Santo Padre». Non c’era Bollettino né comunicato dietro, e continua a non esserci. Che lo pubblichi un media vaticano non lo trasforma in annuncio della Santa Sede.
Ventiquattro nomi per la Commissione Teologica Internazionale
L’altro atto di ieri. Il Bollettino B0821, doc. [01528-IT.01], sotto la voce «Rinunce e nomine», nomina ventiquattro membri della Commissione Teologica Internazionale. E conviene precisare cosa pubblica e cosa no: pubblica i ventiquattro incarichi e nessun rinnovo. I sei mandati rinnovati e il totale di trenta membri li danno Vatican News e Silere non possum, non il Bollettino. Sono due piani e più di un media li sta fondendo.
I dati: undicesimo quinquennio, 2026-2031; otto donne, cinque delle quali laiche, rispetto a cinque nel quinquennio precedente; tredici europei, cinque sudamericani, quattro asiatici, quattro africani, tre nordamericani e un australiano. La Commissione fu creata da Paolo VI nel 1969 e i suoi statuti sono il motu proprio Tredecim anni iam di Giovanni Paolo II, del 6 agosto 1982: l’articolo 1 le affida lo studio dei «problemi dottrinali di grande importanza» e l’assistenza al magistero, l’articolo 2 la pone sotto la presidenza del cardinale prefetto della Dottrina della Fede —oggi Víctor Manuel Fernández— e l’articolo 4 fissa il tetto di trenta membri e i mandati di cinque anni rinnovabili. Segretario generale, monsignor Piero Coda.
Tre dei nominati, e tre documenti
Circola da ieri sera un pezzo che definisce «eretici notori» tre di loro. L’aggettivo non lo useremo, perché abbiamo verificato una per una le loro otto attribuzioni e c’è una riscritta, un’altra che non esiste e due che sono di un altro autore. Ma il fondo esiste, e si può scrivere meglio.
Sara Parvis, della School of Divinity di Edimburgo, scrisse nel 2020, su Teología y Vida —la rivista della Facoltà di Teologia dell’Università Cattolica del Cile, non un bollettino militante—, che «solo si permette di arrivare vescovi a quegli uomini di cui consta che credono esplicitamente che le donne non possano essere ordinate», e che «Papa Francesco continua a parlare abitualmente, in termini teologici, di “la donna”: non esiste una “donna” generica come soggetto teologico o morale distinto: ci sono solo donne». Di fronte: Ordinatio sacerdotalis, di Giovanni Paolo II, 22 maggio 1994, dichiara che la Chiesa «non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale» e che ciò «deve essere mantenuto in modo definitivo»; e il Responsum di Ratzinger del 28 ottobre 1995 aggiunge che quella dottrina «è stata proposta infallibilmente dal magistero ordinario e universale».
Tiago de Fraga Gomes, della Pontificia Università Cattolica di Rio Grande do Sul, sostiene in un articolo di gennaio su Fronteiras, scritto con Vanessa Mirapalheta Oliveira, che «nessuna religione storica è assoluta» e che «la singolarità di Gesù di Nazaret non può essere assolutizzata fino al punto di escludere le altre religioni». Di fronte: Dominus Iesus, della Congregazione per la Dottrina della Fede, 6 agosto 2000, firmata da Ratzinger e Bertone, che dichiara contrario alla fede cattolica «considerare la Chiesa come una via di salvezza accanto a quelle costituite dalle altre religioni».
Claudia Leal Luna, del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II, disse in un’intervista del 17 marzo 2021, due giorni dopo la pubblicazione del Responsum sulle benedizioni, che «alla morale sessuale della tradizione cristiana mancano alcuni passi» e che l’antropologia di quella dichiarazione era «un po’ tassidermica», perché distingue tra benedire la persona e benedire le sue relazioni. Di fronte: il Responsum del 22 febbraio 2021, firmato da Ladaria, risponde «negativamente» alla domanda se la Chiesa possa benedire unioni dello stesso sesso, e Fiducia supplicans, del 18 dicembre 2023, lo cita cinque volte senza abrogarlo. E il dato che nessuno ha dato e che ribalta la questione: Leal Luna è consultore del Dicastero per la Dottrina della Fede dal 23 settembre 2024, per Bollettino. Da due anni consiglia il dicastero, nominata dallo stesso prefetto che presiede la Commissione, e nessuno disse nulla allora.
«La cortigianeria papale ha fatto il suo tempo»
Messainlatino pubblica, con prefazione di Luigi Casalini, un’analisi ceduta da Luis Badilla, che è qualcuno da presentare: cileno, arrivato in Italia nel 1973, decenni in Radio Vaticana, e fondatore e direttore per quattordici anni de Il Sismografo, l’aggregatore di stampa religiosa in cinque lingue nato dentro il Vaticano come supporto alla Sala Stampa e che lui chiuse il 17 dicembre 2023. La sua tesi di ora è che la Sala Stampa ha fatto questi giorni «un’informazione irreprensibile», che «ora c’è una sola fonte, quella ufficiale», e che con Francesco il percorso fu «più complesso e frammentario». Chiude: «comprendere il pontificato attuale esige, prima di tutto, la coscienza che la cortigianeria papale ha fatto il suo tempo».
Non nomina alcun cortigiano, e conviene dirlo perché il titolo invita a cercarlo: allude in modo generico alla stampa adulatrice e a «alcuni alti prelati della Curia romana». Lo raccogliamo per chi lo firma e perché il suo verdetto sull’informazione ufficiale di questa settimana è esattamente il contrario del nostro. Lasciamo i due insieme e che il lettore scelga: l’udienza di domani non ha avviso scritto, i bollettini quotidiani sono stati sospesi il 16 e il referto istologico non è stato pubblicato otto giorni dopo. Questo è ciò che c’è nei canali.
E c’è dentro una citazione di Parolin che non assomiglia per niente al Parolin che da quattro giorni riceve. Detta a margine di un congresso su Giovanni Paolo I: «siamo fiduciosi e naturalmente lo accompagniamo tutti con la nostra preghiera e con il nostro affetto», «tutti ci ha impressionato la serenità» e «speriamo, come lui ha detto, che siamo proprio all’inizio di questa difficoltà». L’ultima è un’eco della «fase molto iniziale» che disse lo stesso Papa il giorno 11.
«Caro Parolin, lei non può sostituire il Santo Padre»
Questo è il titolo reale della colonna di Mario Giordano su La Verità, una lettera aperta di opinione, non una cronaca. Ed è il miglior esempio di ciò che veniamo dicendo su questo fascicolo: mette tra virgolette di Parolin una sola parola, «rimodulare», non dà data né luogo, e non raccoglie la clausola che lui mise nello stesso intervento, che non si possono fare previsioni di alcun tipo. Fatto nuovo verificabile: nessuno.
Ciò che ha sono due affermazioni senza alcuna fonte —che Parolin era in testa nelle votazioni del conclave fino all’ultimo momento e che lo danneggiò una bufala sulla sua salute— e tre frasi che verranno citate: «l’unica cosa che va rimodulata, al massimo, sono le sue espressioni»; «non si può mettere un Papa sotto tutela, al massimo si mette sotto tutela un Segretario di Stato»; e il vecchio detto, «al conclave chi entra Papa, esce cardinale».
Chi cerchi il dato medico dello stesso giornale, è in un altro pezzo: la cronaca di Giuliano Guzzo del giorno 18, dove l’oncologo Francesco Cognetti, docente all’Università UniCamillus di Roma, calcolava —in discorso indiretto e parlando intorno al giorno 15— che «già entro una settimana potrebbero anche essere in condizioni di togliere la riserva sul viaggio in Sudamerica».
Il dossier di Fides, intitolato almeno interessante
La Nuova Bussola dedica un pezzo, firma di Anna Bono, al dossier statistico di Fides che abbiamo dato sabato, e lo intitola «Cattolici in aumento in tutti i continenti. Boom in Africa». Il titolo è esatto ed è il meno interessante possibile. Esatto, perché Fides afferma che l’incremento si è verificato nei cinque continenti. E meno interessante, perché vale solo per i battezzati: nello stesso dossier le religiose calano di 9.292, i seminaristi maggiori di 2.891, i minori di 980, i religiosi non sacerdoti di 237, i sacerdoti religiosi di 71 e i sacerdoti d’Europa di 2.483.
Ma ciò che colpisce è l’omissione. Intitola «boom in Africa» e non menziona in nessun punto che l’Africa abbia superato l’Europa, che è l’incrocio storico e che Fides dice con tutte le lettere. La differenza è di 1.072.000 battezzati e si deduce dalle cifre che lo stesso pezzo pubblica: dà il dato e perde la notizia.
E una precisazione su l’altro pezzo della Bussola, questo di Nico Spuntoni, che cita correttamente il testo dell’Angelus e rimanda all’originale. Attribuisce al Papa la concessione dell’indulgenza plenaria per il centenario della Giornata Missionaria. Il testo ufficiale dell’Angelus non menziona alcuna indulgenza: fu concessa per decreto della Penitenzieria Apostolica. Non la pronunciò il Papa Leone nell’angelus.
Romano in spagnolo, e tre citazioni che non ci sono
Quello che circola oggi firmato da Antonio Romano sul blog di Marco Tosatti è la traduzione in spagnolo, a cura di José Arturo Quarracino, del pezzo italiano del 16 ottobre che abbiamo già commentato. La stessa pagina lo dichiara e rimanda all’originale. Non è una seconda puntata. La seconda puntata esiste, è dello stesso 19, è in italiano e si chiama «Amoris Laetitia Operata d’Urgenza al Capitolo VIII»: è un altro pezzo.
Approfittiamo per verificare le sue attribuzioni, perché ce ne sono tre che non reggono. La frase «apriamo la porta, non chiudiamoci» esiste, ma non è di un discorso alle università pontificie: è dell’omelia della messa di inaugurazione dell’anno accademico, giovedì 8 ottobre nella basilica di San Pietro, e quel testo non menziona Amoris laetitia in nessun punto; l’enciclica che cita è Magnifica humanitas. La frase che attribuisce all’omelia che lesse Tagle il 14 non è verificabile: vatican.va pubblica il titolo di quell’omelia senza testo sotto. E il discorso di apertura del 7 e il messaggio del 19 marzo che cita non li abbiamo trovati. Insinua inoltre, senza un solo documento, che il momento dell’ingresso del Papa fosse opportuno e che il resoconto dell’incontro fosse trattenuto: entrambe le cose sono congettura sua e così le diamo.
L’amico del Papa, e ciò che l’NCR dice con tutte le lettere
Justin McLellan intervista su il National Catholic Reporter l’agostiniano Arthur Purcaro, oggi vicepresidente aggiunto di Missione e Ministero all’Università di Villanova, che conobbe Prevost nel 1985 quando questi visitò il villaggio andino dove lui era destinato e convive con lui sei anni a Roma, dal 2001 al 2007, mentre dirigeva l’Ordine. Il titolo è la sua frase: «forse il come, ma non il cosa». Si aspetta «un piccolo rallentamento del ritmo», ma aggiunge che lo sorprenderebbe «che ci fosse qualche cambiamento nella velocità dei cambiamenti di personale». E sulla malattia: «credo che lui sapesse che questo era molto più di qualcosa di minore».
Ciò che vale il paragrafo, tuttavia, non è l’intervista: sono due frasi del redattore. Che «servono più risultati di esami per determinare lo stadio del cancro del Papa e fino a dove si era esteso», e che «non è chiaro quale trattamento aggiuntivo avrà bisogno, se ne avrà». Un giornale cattolico statunitense scrive il 19 ottobre, in prima persona, ciò che la Santa Sede non ha detto in otto giorni. E non nomina chemioterapia né radioterapia, perché nemmeno lo sa.
L’Osservatore non tace: riconduce
L’edizione 238 dell’Osservatore Romano, del 19, porta in prima pagina la cronaca dell’Angelus intitolata con la frase del Papa, «ho sentito davvero il vostro sostegno», senza firma. E non pratica il silenzio che ci si potrebbe aspettare: nomina «il programmato viaggio di inizio novembre in America Latina», dà l’udienza generale di mercoledì 21 con fonte nominata —Matteo Bruni— e pubblica inoltre un’intervista di Andrea Tornielli al chirurgo nella cui domanda appare la parola «adenocarcinoma polmonare».
Ciò che omette è un’altra cosa, ed è precisa. Nella cronaca non compaiono le parole cancro, tumore né adenocarcinoma: la malattia è nominata per via chirurgica, «l’operazione al polmone destro». Il referto istologico è assente da tutta l’edizione. E Parolin non viene menzionato nemmeno una volta. Mancano anche l’indulgenza plenaria, la Giornata Missionaria e il commento al vangelo, che era la metà dell’Angelus.
Detto senza aggettivi: il giornale della Santa Sede non tace, cerca di riconducire. Mette il ringraziamento nel titolo, concede il viaggio e l’udienza con fonti con nome, e sostituisce la domanda sulla prognosi con la risposta del chirurgo. Chi invece intitolò per dove andava il testo fu l’Agenzia Fides: «Leone XIV: che la Chiesa sia sempre fedele al mandato missionario ricevuto da Cristo Risorto».
«Abbiate i fianchi cinti e le lampade accese» (Lc 12, 35).
E la preghiera che continuiamo a recitare con intensità:
«Oremus pro Pontifice nostro Leone. Dominus conservet eum, et vivificet eum, et beatum faciat eum in terra, et non tradat eum in animam inimicorum eius.»