Il superiore generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), padre Davide Pagliarani, ha firmato a Menzingen, in data 4 novembre, la lettera numero 95 agli amici e benefattori della Fraternità, intitolata «La Vergine Maria di fronte allo spirito di Assisi». In essa sostiene che Maria, come Madre delle anime, è «fondamentalmente antiecumenica» e che il suo messaggio risulta incompatibile con lo spirito di Assisi, ricordando i diritti esclusivi di Cristo Re su tutte le anime, i diritti della Verità di fronte all’errore e le prerogative della Chiesa di fronte alle altre religioni.
Il testo parte dal titolo liturgico di Maria come colei che schiaccia da sola tutte le eresie e lo sviluppa in otto paragrafi, da «Lo spirito di Assisi e di Mater Populi Fidelis» fino a «La Vergine Maria è fondamentalmente antiecumenica». Pagliarani argomenta che la vita soprannaturale procede dalla conoscenza di Dio rivelato in Cristo, che Maria, piena di grazia e Madre di Dio, contempla la Verità senza ostacoli e che comunica tale vita alle anime, cosicché l’errore, nemico della contemplazione, lo è anche della santificazione. Di fronte alla confusione di un modernismo che si considera trionfante, conclude che solo lei può ottenere la grazia di essere preservati dall’errore e dall’indifferenza, che qualifica come frutto più maturo e pernicioso dello spirito di Assisi.
Riproduciamo di seguito il testo integrale della lettera:
Cari fedeli, amici e benefattori,
Lo spirito di Assisi e di Mater Populi Fidelis
Quaranta anni fa, papa Giovanni Paolo II riunì ad Assisi i rappresentanti di tutte le religioni per una giornata che avrebbe segnato profondamente le anime e sarebbe diventata il funesto paradigma di tutta una serie di incontri ecumenici che si sarebbero ripetuti nel corso degli anni. I più anziani tra noi forse ricordano un episodio particolarmente significativo: un gruppo di pellegrini provenienti dal sud Italia era giunto ad Assisi portando una statua di Nostra Signora di Fatima, senza comprendere bene ciò che sarebbe accaduto… Gli organizzatori dell’incontro li allontanarono, poiché la presenza di questa statua avrebbe ostacolato lo svolgimento delle cerimonie previste.
Un anno fa, il 4 novembre 2025, il Dicastero per la Dottrina della Fede pubblicò un testo che suscitò numerose reazioni, poiché chiedeva esplicitamente al popolo cristiano di evitare l’uso dei titoli di Corredentrice e Mediatrice di tutte le grazie per riferirsi alla Santissima Vergine Maria. Oggi questi titoli sono considerati inappropriati, inesatti e, soprattutto, inadeguati per esprimere debitamente il dogma cattolico così come viene concepito e reinterpretato attualmente.
Tuttavia, questo testo funesto, devastante sia per il suo contenuto sia per le sue inevitabili conseguenze pastorali, avrà prodotto indirettamente un effetto positivo: rimettere in luce l’importanza delle formule e dei titoli. Infatti, la prospettiva modernista, che tende a ridurre l’atto di fede a un’esperienza personale e intima di Dio, conduce al disprezzo delle formule, con il pretesto che la fede non può essere ridotta né circoscritta all’uso di espressioni concrete e «tecniche», strutturalmente incapaci di esprimere un’esperienza vissuta.
Vorremmo approfittare del triste anniversario dell’incontro interreligioso di Assisi e della pubblicazione di Mater Populi Fidelis per meditare su un titolo molto bello che la liturgia attribuisce alla Santissima Vergine Maria: colei che, da sola, schiaccia tutte le eresie. «Gioisci, Maria, perché tu sola hai schiacciato tutte le eresie apparse nel mondo».
Come giustificare un simile titolo? Per quale ragione la Chiesa, persino nella sua liturgia, vuole offrirci un’immagine così di Maria? A prima vista, questo titolo non sembra avere relazione diretta né con la maternità divina né con la perpetua verginità di Maria.
Per apprezzare la bellezza e la profondità di questo titolo, e comprenderne tutta la portata, è necessario risalire alla fonte stessa della vita soprannaturale: la vita di Dio, che Egli si compiace di comunicare alle anime per mezzo della grazia. Sotto questa luce potremo comprendere il posto unico della Santissima Vergine Maria, in cui questa partecipazione alla vita divina raggiunge una pienezza incomparabile.
Cos’è la vita divina?
Soffermiamoci su alcune considerazioni teologiche e cerchiamo di addentrarci, per qualche istante, nell’eternità. La vita divina è la cosa più semplice che esista; ma questa stessa semplicità racchiude una profondità tale che non possiamo comprenderla pienamente.
«La vita divina non è altro che un atto di contemplazione e di amore per il quale Dio, contemplando se stesso contemporaneamente come Verità sovrana e bene sovrano, gode perfettamente di se stesso».
Nell’eternità, Dio compie un solo e unico atto: contempla costantemente se stesso. Contempla il suo Essere, contempla la sua perfezione infinita, poiché il suo Essere è così: infinitamente perfetto. Questa contemplazione del suo Essere sovrano costituisce la sua stessa vita: se Dio non vivesse in questo modo, semplicemente cesserebbe di essere Dio.
Ora, questa perfezione infinita che contempla, la contempla perfettamente: la sua intelligenza divina contempla il suo Essere divino e lo abbraccia completamente in un atto di contemplazione unico, perfettamente vero e sempre identico a se stesso. Così, conoscendo perfettamente il suo Essere divino, si contempla come Verità sovrana1.
D’altra parte, contemplandosi come Verità sovrana, Dio si contempla anche come Bene sovrano. Infatti, il Vero e il Bene designano una sola e medesima realtà, considerata da due aspetti diversi2: se Dio è l’Essere sovrano e la Verità sovrana, necessariamente è anche il Bene sovrano. E contemplandosi come Bene sovrano, Dio ama perfettamente se stesso. Se fosse altrimenti, Dio non sarebbe più Dio.
In sintesi, la vita divina non è altro che un atto di contemplazione e di amore per il quale Dio, contemplando se stesso contemporaneamente come Verità sovrana e Bene sovrano, gode perfettamente di se stesso.
Ora, sebbene sia sufficiente a se stesso, Dio ha scelto liberamente di comunicare qualcosa del suo Essere e della sua perfezione ad altri esseri distinti da Lui. Infatti, la bontà tende naturalmente a comunicarsi agli altri, a donarsi. Nel suo caso, Dio, Bontà sovrana, volle donarsi liberamente fuori di sé alle creature e, in particolare, a determinate creature, alle quali Dio non solo comunica qualcosa del suo Essere e della sua perfezione, ma anche qualcosa della sua stessa vita.
Dio comunica la sua vita alle anime facendosi conoscere
Poste queste premesse fondamentali, si comprende facilmente che, per comunicare a un’anima una certa partecipazione alla sua vita divina, Dio comincia col farle conoscere qualcosa di se stesso. Proprio per darle vita, per renderla partecipe di quella contemplazione di se stesso che costituisce la sua propria vita, Dio «si rivela» sotto il velo della fede.
L’anima illuminata dalla fede può conoscere Dio e, conoscendolo, può amarlo e servirlo. In questo consiste la necessità della fede. Infatti, è impossibile amare il Bene e aderirvi se prima non lo si conosce. Nessuno ama né desidera ciò che non conosce.
Ora, questa Rivelazione non si limita a farci conoscere le perfezioni di Dio. Ci farà penetrare più profondamente nell’intimità della sua vita, svelandoci un mistero che la nostra ragione, da sola, non potrebbe mai scoprire: questa vita divina unica è la vita di tre Persone distinte: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
«Proprio per darle vita, per renderla partecipe di quella contemplazione di se stesso che costituisce la sua propria vita, Dio “si rivela” sotto il velo della fede».
Nella vita della Santissima Trinità, il Padre, conoscendosi, genera eternamente il suo Verbo, espressione perfetta della Verità divina, «splendore della sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1, 3). Il Figlio è, dunque, quel Verbo, in cui il Padre si riflette ed esprime la Verità eterna. E dal Padre e dal Figlio procede eternamente lo Spirito Santo, Amore sussistente.
È proprio di questa vita trinitaria che Dio vuole farci partecipare. Pertanto, da questo desiderio di santificare le anime procedono la Rivelazione progressiva dell’Antico Testamento e, soprattutto, il suo compimento nella venuta sulla terra del Verbo di Dio, Verità sovrana incarnata. Facendosi uomo, chi contempla Nostro Signore contempla, attraverso la sua umanità, lo stesso Dio: «Chi vede me, vede il Padre» (Gv 14, 9); e, per questa conoscenza del Padre attraverso il Figlio, accede alla vita eterna: «La vita eterna è: che conoscano Te, solo Dio vero, e Gesù Cristo, che hai mandato» (Gv 17, 3).
Questo punto è fondamentale: la conoscenza di Nostro Signore, Verbo fatto carne, diventa il mezzo necessario su questa terra per conoscere intimamente Dio. È per mezzo dell’umanità del Verbo incarnato, e unicamente attraverso di essa, che gli uomini possono accedere alla vita trinitaria e contemplarlo: «Nessuno ha mai visto Dio; il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato» (Gv 1, 18); e, di conseguenza, «abbiamo visto la sua gloria, gloria come dell’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1, 14).
Naturalmente, Dio si fa conoscere senza la minima possibilità di errore: se, per impossibile che fosse, Dio si facesse conoscere mescolando la Verità con qualche errore, renderebbe impossibile la santificazione delle anime. Detto questo, la fede conserva sempre una certa oscurità: su questa terra, conosciamo Dio attraverso un velo. Questo velo sarà sollevato nell’Eternità, dove la conoscenza propria della fede cederà il posto alla visione beatifica. Così, la nostra conoscenza soprannaturale di Dio passerà da un modo imperfetto a uno perfetto: la fede precede la visione e esiste per prepararla e condurci ad essa.
«La conoscenza di Nostro Signore, Verbo fatto carne, diventa il mezzo necessario su questa terra per conoscere intimamente Dio».
Pertanto, se Dio santifica le anime e dà loro vita per i mezzi che abbiamo appena descritto a grandi linee, quale potrà essere il grado di conoscenza di questa Verità sovrana nell’anima della Santissima Vergine Maria?
Vedremo che, in Maria, questa contemplazione della Verità corrisponde, da una parte, al grado di pienezza della sua grazia; dall’altra, alla sua maternità divina; e, infine, alla sua missione particolare di Mediatrice universale, che implica la responsabilità di comunicare a tutte le anime la conoscenza intima del suo Figlio, vero Dio e vero uomo.
La contemplazione della Verità in Maria, piena di grazia
È evidente che la santità di Maria comporta in lei un grado di contemplazione del Vero, inimmaginabile per chiunque di noi. Infatti, preservata dal peccato originale e dalle sue ferite, lei non corre alcun rischio di errore. Nella sua intelligenza non c’è alcun tipo di illusione, nessun giudizio errato né precipitoso. Nessuna passione disordinata viene a perturbare o oscurare in lei la percezione del vero. La sua contemplazione della Verità non incontra alcun ostacolo.
Ma, soprattutto, la sua purezza conferisce alla sua intelligenza una capacità senza pari per penetrare le verità eterne, capacità che viene ulteriormente rafforzata dalla presenza nella sua anima, e in un grado inimmaginabile, dei doni soprannaturali dello Spirito Santo. In particolare, i doni di intelligenza e di sapienza le permettono di contemplare le Verità divine in un grado superiore a quello dei serafini e dei cherubini. Lei è il Trono della Sapienza.
In virtù della sua pienezza di grazia, la sua anima si trova in una situazione assolutamente privilegiata e unica. Il peccato e l’errore sono due realtà che, in un modo o nell’altro, ostacolerebbero la sua perfetta contemplazione e, di conseguenza, la sua perfetta unione con Dio e con la sua santità. Ora, come la sua anima non può essere sfiorata nemmeno dalla minima ombra di peccato, nemmeno dalla minima imperfezione, così la sua intelligenza non può essere sfiorata dalla minima ombra di errore.
Questa perfetta adesione di Maria alla Verità permette di comprendere anche la perfezione incomparabile della sua libertà. «La verità vi farà liberi» (Gv 8, 32): mai queste parole di Nostro Signore si sono compiute in modo così perfetto in una mera creatura come in sua Madre. Perché la vera libertà non consiste nella possibilità di allontanarsi dal bene, ma nella capacità di muoversi in esso senza ostacoli. Poiché nessuna inclinazione al peccato ostacolava la sua volontà, la sua conoscenza della Verità e la sua adesione al Bene non avevano alcun impedimento, la sua stessa libertà raggiungeva una perfezione unica. Lungi dal diminuire il suo libero arbitrio, la sua impeccabilità le conferiva, secondo l’espressione del padre Garrigou-Lagrange, «la piena libertà nell’ordine del bene, senza alcuna deviazione verso il male»3. Pertanto, la sua libertà era, a somiglianza di quella del suo divino Figlio, un’immagine purissima della libertà di Dio.
La Madre di Dio, contemplatrice del Verbo Incarnato
È bene ricordare che la contemplazione di cui parliamo, essendo un mezzo attraverso il quale Dio comunica la propria vita, non si limita a osservare e ammirare le verità contemplate: questa stessa contemplazione trasforma progressivamente le anime secondo il modello di ciò che contemplano. In altre parole, mediante la contemplazione cristiana, Dio assimila progressivamente le anime e le trasforma a immagine di Gesù Cristo. È in questo senso preciso che san Paolo insegna che «il giusto vive di fede» (Rm 1, 17).
Ora, l’anima che visse costantemente più di ogni altra sotto l’influenza della fede nella contemplazione di Nostro Signore fu quella della Santissima Vergine Maria. Infatti, la capacità unica e singolare dell’Immacolata di penetrare il Vero mediante la contemplazione non è dovuta unicamente ai doni incomparabili che ricevette, i quali la dotano di una capacità intuitiva superiore a quella degli angeli. C’è un altro elemento, altrettanto importante, che la colloca in una posizione assolutamente privilegiata: la sua relazione diretta e unica con l’umanità di Nostro Signore Gesù Cristo, in virtù della sua maternità divina.
«La Santissima Vergine Maria è tanto più intimamente unita all’oggetto stesso della sua contemplazione quanto questo Verbo incarnato è veramente suo Figlio ed ella è veramente sua madre».
Non dimentichiamo che questa umanità, unita al Verbo, è il mezzo che il Padre ha scelto per compiere la pienezza della Rivelazione. Ora, la Santissima Vergine Maria è tanto più intimamente unita all’oggetto stesso della sua contemplazione quanto questo Verbo incarnato è veramente suo Figlio ed ella è veramente sua madre. Questa prossimità raggiunge un grado assolutamente incomparabile per il fatto che l’umanità di Nostro Signore, nel suo elemento materiale, procede esclusivamente dalla Santissima Vergine Maria. Pertanto, non è mai esistita né esisterà nella storia un’affinità più profonda tra una madre e suo figlio di quella che unisce Maria e Gesù.
Senza rischio di esagerare, possiamo stabilire qui un parallelismo abbastanza sorprendente tra la generazione eterna del Verbo e la generazione temporale di Nostro Signore. Come il Padre, nell’eternità, contemplando il Verbo, gli dice: «Io ti ho generato oggi» (Salmo 2, 7) —dove l’oggi significa l’eternità stessa—, così anche Nostra Signora, contemplando Nostro Signore, può dirgli senza cessare: «Io sono tua madre, ti ho generato nel tempo». Parafrasando il Credo, san Leone Magno riassume l’affinità unica tra l’umanità di Nostro Signore e Maria con un’espressione molto bella e abbastanza originale: «consustanziale alla sua Madre» (Sermone 30, 6).
Inoltre, per trent’anni, Maria ebbe davanti ai suoi occhi quell’umanità unita al Verbo, come una finestra divina spalancata dinanzi alla sua anima. Tutti sappiamo che Nostro Signore volle trascorrere trent’anni della sua vita nell’oscurità per farci comprendere la primazia della vita contemplativa su quella attiva. Ma una seconda ragione, altrettanto profonda, illumina quegli anni lunghi a Nazareth: offrire a Maria l’opportunità di contemplare, in un’intimità senza pari, il Verbo incarnato di cui era madre. Con quale fine? Naturalmente, perché fosse santificata sempre più e trasformata a sua immagine. Ma anche perché, nutrita dalla contemplazione della Verità fatta carne, potesse poi far vivere di essa la Chiesa.
Maria comunica alle anime la vita che ha ricevuto
Infatti, questa conoscenza incomparabile del Verbo incarnato non era destinata a rimanere come privilegio personale della Vergine Maria. La pienezza di grazia che ricevette era ordinata anche alla sua missione di Mediatrice universale: colei che ricevette Cristo e lo diede al mondo rimane associata, in totale dipendenza dal suo Figlio, alla comunicazione dei frutti della Redenzione alle anime.
Pertanto, poiché la vita soprannaturale comincia quaggiù con la conoscenza di Dio sotto il velo della fede, è innanzitutto in questo ambito che si esercita la mediazione di Maria. Avendo conosciuto Gesù Cristo come nessun’altra creatura, ella genera i suoi figli alla vita della fede: introduce le anime nella conoscenza del suo Figlio, le rafforza nella Verità che Egli rivela e le insegna a penetrare sempre più profondamente nei suoi misteri.
«La sua vocazione non consiste unicamente nell’essere un modello di vita cristiana, ma anche nell’essere la madre che comunica quella vita alle anime e la protegge nel suo sviluppo».
Nostra Signora doveva comunicare così alla Chiesa nascente, non solo il frutto della sua contemplazione, anche, in un certo senso, l’esercizio stesso —potremmo dire, il metodo— di questa contemplazione, chiamata a costituire il principio interiore della vita della Chiesa. Infatti, sia spirituale, liturgica o dottrinale, l’attività della Chiesa si riduce sempre a un medesimo atto di contemplazione, il cui fine è santificare le anime e prepararle alla visione beatifica. Da questa prospettiva, Nostra Signora doveva diventare l’archetipo dell’anima cristiana.
Ma la missione materna di Maria non termina qui: poiché il suo fine è far nascere la fede nelle anime, non può rimanere indifferente di fronte alla necessità di difendere la Verità. Incaricata di condurre le anime alla Vita, portandole al suo Figlio, deve anche preservarle assolutamente da tutto ciò che oscura la loro conoscenza di Gesù Cristo e le allontana da Lui. Perché l’errore in questo ambito, interponendosi tra l’intelligenza e la Verità divina, attenta alla vita soprannaturale nella sua stessa fonte.
L’errore è nemico della contemplazione e, di conseguenza, della santificazione
È importante comprendere bene la necessità della contemplazione come fondamento della vita spirituale. Nella concezione modernista, l’atto di fede si riduce essenzialmente a un’esperienza interiore e personale di Dio che, nella pratica, fa astrazione dal contenuto esteriore della Rivelazione: tale concezione rende incomprensibile e inutile tutto ciò che abbiamo appena descritto.
«Incaricata di condurre le anime alla Vita, portandole al suo Figlio, deve anche preservarle assolutamente da tutto ciò che oscura la loro conoscenza di Gesù Cristo e le allontana da Lui».
Illustriamo questa difficoltà con un esempio concreto. Se smetto di credere, in termini chiari e inequivocabili, che la santa Messa è il rinnovamento del sacrificio della Croce reso presente sull’altare, la mia contemplazione e la mia percezione di questo sacramento ne risulteranno modificate. Di conseguenza, cambierà anche il mio modo di pregare, di celebrare la Messa o di assistervi. A lungo andare, cambierà anche la mia concezione del sacrificio stesso della Croce, perché l’atto che lo rinnova sarà stato, in certo modo, snaturato nel suo significato e nella comprensione che io possa averne. Infine, il concetto stesso di Redenzione sarà trasformato, soprattutto nella sua dimensione espiatoria e propiziatoria.
Lo stesso meccanismo si riproduce ogni volta che una verità rivelata viene oscurata o indebolita: la contemplazione ne risulta affetta e, poi, la stessa vita cristiana. Di fatto, questo corrisponde a ciò che avvenne nella Chiesa universale con la nuova messa. E l’esempio potrebbe estendersi facilmente alla perdita della fede nella regalità di Cristo e nei suoi diritti pubblici imprescrittibili, o anche nella necessità assoluta della mediazione di Nostro Signore per raggiungere la salvezza, il che dà luogo oggi alla pratica generalizzata di un ecumenismo deleterio.
Come Madre delle nostre anime, la Vergine Maria è fondamentalmente antiecumenica
Risulta, dunque, evidente che la Santissima Vergine Maria, archetipo dell’anima cristiana e madre della vita soprannaturale, aborrisce l’errore tanto quanto aborrisce il peccato. La sua vocazione non consiste unicamente nell’essere un modello di vita cristiana, ma anche nell’essere la madre che comunica quella vita alle anime e la protegge nel suo sviluppo.
Da che cosa deve proteggerla? Da tutto ciò che la ostacola, la ferisce o la distrugge: l’eresia e il peccato. Comprendiamo allora più profondamente ciò che significa schiacciare la testa del Serpente, di colui che è «omicida fin dal principio» (Gv 8, 44) e nemico della Vita. Là dove Satana diffonde la morte mediante la menzogna e il peccato, Maria protegge la vita conducendo le anime verso la Verità e la grazia.
Schiacciare la testa del Serpente significa, dunque, distruggere anche le sue menzogne: tutti quegli errori che impediscono alle anime di conoscere la Verità divina nella sua pienezza, contemplarne la Bellezza e prepararsi a possederla eternamente. Perché Satana persegue, attraverso tutte le sue opere, uno stesso proposito: separare l’intelligenza dalla Verità per separare l’anima da Dio.
In nessun modo la Santissima Vergine può tollerare che suo Figlio, Verità incarnata, sia considerato come una via tra le altre per giungere al Padre; in nessun modo potrebbe tollerare che la Verità e l’errore siano trattati su un piano di parità in nome della dignità umana e dell’ingannevole libertà di scegliere tra il vero e il falso. Nessuno come Nostra Signora è consapevole che permettere alle anime di scegliere tra Gesù e Barabba significherebbe ingannarle e disprezzarle.
Nessuno come la Vergine può far sua questa risposta di Nostro Signore ai giudei: «L’opera di Dio è che crediate in Colui che Egli ha mandato» (Gv 6, 29). Come Madre di Dio, ella è associata in modo unico a questa opera: è attraverso di lei che il Figlio mandato dal Padre viene nel mondo.
Per questo è la grande assente degli incontri ecumenici: la sua presenza dà fastidio, non la si può invitare. Ella è portatrice di un messaggio incompatibile con lo spirito di Assisi: il richiamo inflessibile dei diritti esclusivi di suo Figlio, Cristo Re, su tutte le anime; in altre parole, i diritti della Verità di fronte all’errore e le prerogative della Chiesa di fronte alle altre religioni. Se potesse prendere la parola, ricorderebbe necessariamente agli uomini, come Madre e Regina, la scelta che si impone: «O mio Figlio o gli altri!»
«Schiacciare la testa del Serpente significa, dunque, distruggere anche le sue menzogne».
Per questo, tra i titoli più belli e gloriosi che la liturgia —e, quindi, la Chiesa— attribuisce a Maria, figura il seguente: «Colei che, da sola, schiaccia tutte le eresie». Questo titolo conviene mirabilmente a colei che ha ricevuto la missione e i mezzi per far nascere in noi la vita divina —Nostro Signore stesso— e condurci alla santità.
Pertanto, in mezzo alla confusione attuale di un modernismo trionfante, solo lei può ottenere per le nostre anime la grazia di essere preservati dall’errore e dall’indifferenza —essendo quest’ultima talvolta ciò che conduce all’errore e altre volte ciò che ne deriva: il frutto più maturo e pernicioso dello spirito di Assisi.
Solo la Vergine può ricondurre le intelligenze verso la Verità eterna e convertirle, permettendo loro di conoscere Dio e adorarlo «in spirito e in verità» (Gv 4, 24).
Infine, solo lei può restituire agli uomini della Chiesa lo zelo dei papi, dei martiri e dei confessori, disposti a tutto per difendere la fede cattolica e manifestare al mondo la sua purezza: riflesso, nel tempo e nella storia, della purezza stessa della Verità eterna.
Che Dio li benedica.
Menzingen, 4 novembre 2026
Don Davide Pagliarani