Le vittime di Pedrajas chiedono alla Chiesa di scomunicare gli ex provinciali gesuiti Alaix e Recolons

La Comunità Boliviana dei Sopravvissuti presenta un ricorso canonico all'arcivescovo di Cochabamba contro i due spagnoli, condannati in Bolivia per occultamento.

Le vittime di Pedrajas chiedono alla Chiesa di scomunicare gli ex provinciali gesuiti Alaix e Recolons

La Comunità Boliviana dei Sopravvissuti, che riunisce le vittime di abusi sessuali nella Chiesa, ha presentato una querela ecclesiastica in cui chiede la scomunica e l’espulsione dallo stato clericale dei gesuiti spagnoli Ramón Alaix e Marcos Recolons, ex provinciali della Compagnia di Gesù in Bolivia, condannati dalla giustizia boliviana per aver coperto gli abusi del gesuita Alfonso Pedrajas. La denuncia, presentata mercoledì 28 ottobre e indirizzata all’arcivescovo di Cochabamba, Óscar Aparicio, chiede inoltre che venga loro vietato a vita di ricoprire qualsiasi carica ecclesiastica e di risiedere in case religiose o vicino a minori, secondo l’agenzia EFE.

I denuncianti accusano i due sacerdoti di diversi reati che, secondo il documento, sono previsti dal Codice di Diritto Canonico: la copertura di reati contro il sesto comandamento commessi da un altro chierico, l’assoluzione del complice in un peccato contro il sesto comandamento con un minore, l’abuso del potere ecclesiastico e reati contro la dignità umana. Chiedono che venga aperta un’indagine preliminare, che entrambi vengano dichiarati colpevoli, che venga loro inflitta la pena massima e che il fascicolo venga trasmesso al Dicastero per la Dottrina della Fede, secondo il quotidiano boliviano Opinión, che cita il canone 1717 come base della richiesta di indagine.

Alaix, 86 anni, ha guidato i gesuiti in Bolivia tra il 1999 e il 2007. Recolons, 82 anni, è stato provinciale tra il 1993 e il 1999 e ha poi ricoperto un’alta carica dell’ordine a Roma. Nel settembre 2025, un tribunale boliviano li ha condannati a un anno di carcere per copertura, una condanna che, secondo EFE, è stata mantenuta nonostante il ricorso della difesa. Il processo si è svolto tra il 16 luglio e il 2 settembre 2025 e si è basato sulla testimonianza di circa venti vittime, sul diario di Pedrajas e sulle confessioni attraverso le quali, secondo la stessa agenzia, i superiori avrebbero avuto conoscenza degli abusi. La sentenza afferma che Pedrajas «ha coinvolto sette provinciali dei gesuiti» e «ha ricevuto la protezione dell’ordine», secondo quanto riportato da EFE.

Pedrajas, morto nel 2009, ha diretto dal 1971 il collegio Juan XXIII di Cochabamba, dove, secondo l’inchiesta pubblicata dal quotidiano El País il 30 aprile 2023 a partire dal suo diario, ha abusato di decine di bambini. Quel reportage ha portato il caso alla luce. Da allora, la Comunità Boliviana dei Sopravvissuti ha portato la sua denuncia oltre i tribunali boliviani: nell’aprile di quest’anno, il Parlamento della Catalogna ha ammesso a trattazione la sua richiesta di indagare sul trasferimento in Bolivia di gesuiti catalani accusati di abusi.

La querela viene presentata poche settimane dopo che la Compagnia di Gesù ha espulso dallo stato clericale e dall’ordine il gesuita Francesc Peris, accusato di aver abusato di minori per decenni in Spagna e in Bolivia, dopo averlo dichiarato colpevole in un processo penale canonico, e dopo che l’ordine ha riconosciuto allora «gravi errori» riguardo ai suoi abusi. Né la Compagnia di Gesù né l’arcivescovado di Cochabamba si sono pronunciati sulla nuova denuncia, secondo le informazioni pubblicate finora.

Con questa querela, le vittime trasferiscono il caso dei due ex provinciali dal terreno penale a quello canonico: chiedono che la Chiesa li giudichi con le proprie leggi per gli stessi fatti per i quali la giustizia boliviana li ha già condannati. La decisione di aprire o meno un’indagine preliminare spetta ora all’autorità ecclesiastica di Cochabamba.

Condannati dalla giustizia boliviana per aver coperto Pedrajas, i due ex provinciali gesuiti sono ancora sacerdoti; le loro vittime chiedono ora alla Chiesa di giudicarli.

 

Leggi anche

Aiuta Infovaticana a continuare a informare