Leone XIV difende all'UNESCO la vita dal grembo materno fino alla morte

Leone XIV difende all'UNESCO la vita dal grembo materno fino alla morte

Leone XIV ha difeso questo venerdì nella sede dell’UNESCO a Parigi la dignità della persona umana dal grembo materno fino alla morte, ha avvertito sui rischi di un’intelligenza artificiale separata dall’etica e ha denunciato le «imposizioni ideologiche» e le nuove forme di neocolonialismo che pretendono di uniformare i popoli.

La visita all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura è avvenuta nel pomeriggio, dopo l’incontro del Pontefice con Emmanuel Macron e il suo primo discorso davanti alle autorità francesi al Palazzo dell’Eliseo. L’UNESCO costituiva una delle principali tappe istituzionali della prima giornata del quinto viaggio apostolico di Leone XIV.

Davanti a rappresentanti degli Stati membri, organizzazioni internazionali, mondo accademico e società civile, il Papa ha posto come questione di fondo una domanda che ha attraversato tutto il suo intervento: «Cosa significa essere umano?».

«La persona umana è qualcuno che è concepito e nato»

Leone XIV ha iniziato la sua riflessione antropologica ricordando che l’esistenza umana non è una realtà prodotta né scelta dall’individuo stesso. «La persona umana è qualcuno che è concepito e nato; pertanto, essere umano significa, innanzitutto, essere un figlio», ha affermato.

Il Pontefice ha insistito sul fatto che nessuno di noi ha scelto di nascere, né ha deciso da chi, quando o dove farlo. Da questo fatto ha tratto una conseguenza morale: se tutti siamo figli, «tutti siamo fratelli e sorelle».

Di fronte a una concezione della vita come prodotto sottoposto a criteri di utilità, ha ricordato che ogni essere umano nasce povero, bisognoso di cure, affetto e nutrimento sia materiale che spirituale. L’oblio di questa realtà, ha avvertito, porta a che l’umanità dei più deboli possa essere «tradita o scartata, sfruttata o ingannata».

La dignità rimane «anche fino alla morte»

Uno dei passaggi più significativi del discorso è arrivato affrontando la vulnerabilità umana e il criterio di efficienza con cui le società contemporanee possono finire per misurare il valore delle persone.

Leone XIV ha messo in guardia dalla paradosso di attribuire «intelligenza» a sistemi computazionali mentre risulta sempre più difficile riconoscere «la dignità inalienabile delle persone, le cui vite vengono giudicate secondo il criterio dell’efficienza e, quando si considera che non sono più produttive, vengono rifiutate e scartate».

Il Papa ha ricordato che tale dignità «rimane intatta nelle circostanze di maggiore vulnerabilità, anche fino alla morte» e ha sottolineato che non scompare per malattia, sofferenza o perdita di capacità.

«Al contrario, esige una cura amorevole in ogni fase della vita», ha indicato.

I bambini nel grembo materno, misura del rispetto della dignità umana

Verso la fine del suo intervento, Leone XIV ha concretizzato chi deve servire come criterio per valutare se una società rispetta veramente la dignità umana.

Il Papa ha menzionato espressamente «i bambini nel grembo delle loro madri e nei diversi scenari di guerra», insieme alle persone con disabilità fisiche e intellettuali, gli anziani, gli immigrati, i rifugiati e coloro che sono considerati improduttivi.

«Essi sono la vera prova delle nostre affermazioni sul rispetto della dignità umana», ha affermato.

La difesa del concepito torna così ad apparire nella prima giornata francese del Pontefice, dopo che all’Eliseo aveva riaffermato davanti alle autorità che la tutela del diritto alla vita costituisce «il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano».

L’intelligenza artificiale non può rispondere sul senso della vita

Buona parte del discorso è stata dedicata anche alle sfide tecnologiche. Leone XIV ha riconosciuto le possibilità dei nuovi strumenti, ma ha messo in guardia contro la loro conversione in strumenti di dominio o di disumanizzazione.

Come ha spiegato, sebbene i sistemi di intelligenza artificiale siano capaci di correlare enormi quantità di dati, «non possono rispondere alle domande sul senso della vita umana», perché queste si trovano radicate nell’esperienza vissuta.

«Il senso è l’ossigeno della mente», ha riassunto il Papa.

Ha anche messo in guardia sull’impatto delle nuove tecnologie sulla comunicazione. L’informazione, ha detto, è oggi molto più abbondante, ma ciò non significa che esista maggiore saggezza, mentre una comunicazione più rapida non è necessariamente più vera.

Leone XIV ha chiesto di prestare particolare attenzione ai bambini e ai giovani nell’ambito digitale per evitare che la loro vulnerabilità diventi un’opportunità per lo sfruttamento e ha reclamato tecnologie che siano subordinate alla crescita, all’educazione e alla libertà di pensiero delle nuove generazioni.

Contro «le imposizioni ideologiche» e il neocolonialismo

Il Pontefice ha fatto ricorso alle immagini bibliche di Babele e Pentecoste per contrapporre due modelli di unità tra i popoli.

La Torre di Babele, ha spiegato, rappresenta un’unità imposta mediante il dominio, in cui il potere pretende di uniformare e finisce per generare divisione. Secondo Leone XIV, questa tentazione continua a essere presente ai nostri giorni.

«Oggi, la tentazione di Babele riappare in una globalizzazione perseguita senza fraternità, in forme rapaci di neocolonialismo, in imposizioni ideologiche e in tutti quei “contatti senza legami” che riducono la vita umana al commercio», ha indicato.

Di fronte a questa logica, ha presentato Pentecoste come il modello di un’unità che non distrugge le differenze culturali, ma permette che queste fioriscano in armonia.

«Non è il dominio di Babele, ma la pace di Pentecoste, che rende possibile questa comunione tra tutti i popoli», ha affermato.

La guerra, «la più terribile delle opere umane»

Leone XIV è tornato anche sul tema della guerra, presente già nel suo discorso davanti alle autorità francesi. All’UNESCO l’ha definita come «la più terribile delle “opere umane”», perché pone i progressi della scienza al servizio della distruzione e della morte.

Ha ricordato a tal fine il principio contenuto nel preambolo della Costituzione dell’UNESCO: «Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che devono erigersi i baluardi della pace».

Il Papa ha messo in guardia dal fatto che la scienza separata dalla saggezza può trasformarsi in un’arma di distruzione; la cultura subordinata all’ideologia, in propaganda; e l’educazione che abbandona la verità, in uno strumento di manipolazione delle coscienze.

«Ogni bambino che nasce porta con sé speranza»

Nella parte finale del discorso, Leone XIV ha difeso la validità delle istituzioni internazionali nonostante la crisi di fiducia ed efficacia che attraversano e ha chiesto di recuperare la fiducia nel dialogo e nella capacità delle differenze di contribuire al bene comune.

Di fronte al pessimismo, ha rifiutato un ottimismo ingenuo, ma ha rivendicato una speranza fondata sulla possibilità reale del bene.

«Ogni bambino che nasce porta con sé speranza. Ogni uomo e ogni donna che dedica la propria vita alla ricerca della verità compie un atto di speranza», ha affermato.

Il Pontefice ha concluso ricordando anche il ruolo «culturalmente necessario e insostituibile» delle tradizioni religiose, capaci di rispondere alle domande fondamentali sull’origine, il senso e il destino della vita umana.

«Non camminiamo verso il nulla», ha sostenuto Leone XIV, prima di chiedere che l’educazione, la scienza e la cultura siano messe al servizio di un’umanità consapevole di appartenere a una sola famiglia.

 

Discorso completo di Leone XIV all’UNESCO

Signor Direttore Generale,
Signor Presidente della Conferenza Generale,
Signor Presidente del Consiglio Esecutivo,
Eccellenze,
Signore e Signori:

Mi dà grande gioia trovarmi oggi qui, in questa Assemblea delle Nazioni Unite, dove le lingue e le culture si uniscono per collaborare a un progetto che riguarda tutta la famiglia umana: «Contribuire alla pace e alla sicurezza rafforzando, mediante l’educazione, la scienza e la cultura, la collaborazione tra le nazioni, al fine di assicurare il rispetto universale della giustizia, della legge, dei diritti umani e delle libertà fondamentali» (Costituzione dell’UNESCO, art. 1, comma 1). Costruire insieme un mondo giusto è, infatti, il fondamento stesso della cooperazione internazionale. Le nostre esperienze, attitudini e competenze hanno come obiettivo creare uno spazio accogliente per tutti e fecondo per ciascuno, affinché tutti i popoli possano crescere nella pace.

Come testimone della pace, rivolgo il mio cordiale saluto a voi, rappresentanti degli Stati membri e Osservatori delle organizzazioni internazionali, del mondo accademico e della società civile. Ringrazio il signor Khaled El-Enany, Direttore Generale di questa Organizzazione, per il suo caloroso invito [e per le parole che ci ha rivolto]. In qualità di pastore, vi trasmetto la parola della Chiesa, che si fa incessante “messaggio e colloquio” rivolto a tutti i popoli, donne e uomini di buona volontà (cf. S. Paolo VI, Lettera enc. Ecclesiam suam, 34).

Il progetto di costruire insieme un mondo giusto coincide con una missione che abbiamo imparato a condividere nel corso della storia. In questo senso, l’UNESCO rappresenta sia un obiettivo che uno strumento per continuare oggi questo compito, con un impegno ancora maggiore, in accordo con i nostri molteplici ambiti di attività. Nel 2027 celebreremo il 75° anniversario della presenza della Santa Sede all’UNESCO: una presenza che nasce dalla convinzione che il futuro dipende, innanzitutto, dal rispetto e dalla promozione della dignità inalienabile di ogni essere umano creato a immagine di Dio. Per questo consideriamo questa Organizzazione come un interlocutore privilegiato al servizio del bene comune, che è la «forma sociale della dignità» che tutti condividiamo in modo originale e paritario (cf. Lettera enc. Magnifica humanitas, 59). Dal 1952, la Missione Permanente di Osservazione della Santa Sede discerne e accompagna, da questa prospettiva, le iniziative dell’UNESCO, apportando il suo contributo al dialogo tra le nazioni, al fine di promuovere un autentico sviluppo umano, che è tale solo quando è orientato a «promuovere tutti gli uomini e tutto l’uomo» (S. Paolo VI, Lettera enc. Populorum progressio, 14).

Rivolgendosi a questa assemblea, il mio venerato predecessore, san Giovanni Paolo II, ricordava che «genus humanum arte et ratione vivit». Poiché, infatti, «l’uomo vive una vita veramente umana grazie alla cultura» (Discorso all’UNESCO, 2 giugno 1980, 6; cf. S. Tommaso d’Aquino, in Aristotelis Posteriora Analytica, 1), questa parola si riferisce alla forma di essere mediante la quale l’essere umano dà senso a tutto ciò che fa. Quarantasei anni dopo, rinnovando davanti a voi l’impegno di collaborazione della Santa Sede, vi invito a considerare l’UNESCO non solo come un’illustre organizzazione internazionale, ma anche come un luogo dove l’umanità riflette su se stessa, sulla sua storia e sul suo futuro. Infatti, è impossibile promuovere l’educazione, le scienze e la cultura senza promuovere la vita dell’uomo e della donna, che ne sono i protagonisti.

Nel campo dell’educazione, la Chiesa cattolica apporta un’esperienza molto antica: da secoli, le sue comunità aprono scuole e università, insegnano a leggere e scrivere, e sono presenti anche nei luoghi più poveri e remoti. Con il Patto educativo globale, il mio predecessore Francesco ha voluto integrare questa esperienza in un’alleanza educativa più ampia, aperta al contributo di tutti. Ma ciò che desidero trasmettervi non sono, innanzitutto, le opere: è la convinzione da cui nascono. Nessuna educazione è completa se non affronta la questione del senso. In quello stesso discorso, san Giovanni Paolo II lo ricordava: educare è aiutare l’uomo a “essere” di più e non solo a “avere” di più, riconoscendo in lui anche quella trascendenza della persona che appartiene alla pienezza della sua umanità (cf. ibid., 10-11).

In questa assemblea, allora, conviene esplorare una domanda fondamentale che ci interpella con urgenza: Cosa significa essere umano? Tutte le culture sono interpellate da questo interrogativo, che si trova al nucleo di ogni forma di conoscenza, di ogni arte e di ogni religione. Anche nel XXI secolo, non possiamo dare per scontato di sapere chi è la persona umana o cosa significa vivere come essere umano. Effettivamente, ogni generazione è chiamata ad affrontare questa domanda, specialmente di fronte alle tragedie che, purtroppo, si ripetono anche oggi.

Innanzitutto, la persona umana è qualcuno che è concepito e nato; pertanto, essere umano significa, innanzitutto, essere un figlio. Nessuno di noi ha scelto di esserlo. Nessuno ha deciso da chi, quando o dove nascere. Questa verità evidente getta luce su qualcosa che non è meramente biologico, ma etico: come figli, tutti siamo fratelli e sorelle. Dal principio, la nostra umanità è un dono e una prova, una promessa e una responsabilità. Per ogni essere umano, la nascita stabilisce un legame primordiale, una comunione di vita che ha la sua origine, e il suo primo ambiente educativo, nella famiglia.

In secondo luogo, tutti nasciamo nudi e bisognosi. Siamo poveri per nascita: bisognosi di pane e di parole, di cure e di affetto; cioè, di tutto ciò che nutre il corpo e lo spirito. Lo sappiamo bene; e, tuttavia, diventando adulti, corriamo il rischio di dimenticarlo. Proprio coloro che sono bisognosi sono quelli che subiscono le conseguenze più gravi di questo oblio, ogni volta che la loro umanità viene tradita o scartata, sfruttata o ingannata. Dimenticare le circostanze della nostra nascita oscura l’idea stessa della vita umana, perché separa la vita dalla storia che tutti condividiamo. Allora, questa vita non si capisce più come un dono, ma come un prodotto. Cessa di essere vista come un appello alla cura e alla responsabilità e diventa un prodotto suscettibile di sfruttamento. Infatti, questa tragica alternativa ci ricorda che essere umano è essere liberi per natura. Poiché tutti siamo figli, la nostra libertà comincia con la nostra risposta alla libertà di chi si rivolge a noi per primo, sia con gesti di affetto o di rifiuto, di accoglienza amorevole o di abbandono e crudeltà.

In terzo luogo, mantenere viva la memoria della nostra umanità comune è riconoscere la sua grandezza —cioè, il suo immenso potenziale—, sebbene sia menomata da tante forme di malvagità e ingiustizia. Coloro che si dedicano all’educazione, alla scienza e alla cultura sono chiamati, a maggior ragione, a prendersi cura di ogni persona, affinché risplenda la bellezza della nostra libertà. Questa bellezza ha un nome: giustizia. Sì, la libertà è bella quando è orientata al bene e alla verità; si sfigura quando degenera in arbitrio, violenza o sete di potere. Essere umano implica, allora, una responsabilità davanti alla storia. L’essere umano è colui che cresce, impara e lavora con le mani e con la mente. Mediante quel lavoro, si può coltivare la terra o sfigurarla, creare opere d’arte o distruggerle. In questo momento concreto, dobbiamo riconoscere che la più terribile delle “opere umane” è la guerra; perché in essa la stessa scienza viene posta al servizio di una volontà disumana di distruggere e uccidere.

A questo proposito, il Preambolo della Costituzione dell’UNESCO inizia con parole che continuano ad avere una sorprendente attualità: «Poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che devono erigersi i baluardi della pace» (Costituzione dell’UNESCO, Preambolo, 1945). Queste parole furono scritte dopo la Seconda Guerra Mondiale, la tragedia più devastante del secolo scorso. L’umanità aveva compreso che il progresso scientifico, quando si separa dalla saggezza, può diventare un’arma di distruzione; che la cultura, quando si sottomette all’ideologia, può degenerare in falsità e propaganda; e che l’educazione, quando abbandona la verità, può diventare uno strumento per manipolare le coscienze. Gli Stati fondatori dell’UNESCO capirono che i trattati sono necessari, ma non sufficienti di per sé. Richiedono una cultura di pace e un impegno condiviso con la pace, che li sostengano. La pace non può essere costruita solo con trattati, né con compromessi tra forze opposte. La pace è autentica quando sgorga dalla virtù della giustizia e non da un semplice contratto, da una volontà retta più che da un equilibrio instabile di interessi. A dire il vero, solo una volontà retta può riconoscere nell’altro un fratello o una sorella, una persona simile a se stessi.

Ottant’anni dopo, le parole della sua Carta costitutiva non hanno perso nulla della loro forza. Tuttavia, vediamo anche quanto profondamente questo principio comune sia minacciato da forme di barbarie che alimentano la rivalità e il conflitto. Tra le sfide che affronta oggi il mondo della scienza e dell’educazione, vorrei mettere in evidenza quelle che emergono dal vasto campo della tecnologia. I nostri sforzi in questo ambito devono garantire che le nuove tecnologie continuino a essere al servizio della persona umana, invece di diventare uno strumento ulteriore di dominio e ingiustizia.

Nel corso dei secoli, molti compiti che prima svolgevano gli esseri umani sono stati affidati alle macchine, le cui capacità e applicazioni non hanno cessato di ampliarsi. Più recentemente, a certi sistemi artificiali è stato attribuito persino il nome della nostra facoltà umana del pensiero: l’intelligenza. Allo stesso tempo, tuttavia, le nostre idee e relazioni corrono il rischio di impoverirsi a causa di un processo di disumanizzazione. Il paradosso risulta sempre più evidente: mentre si attribuisce “intelligenza” ai sistemi computazionali, ci costa riconoscere la dignità inalienabile delle persone, le cui vite vengono giudicate secondo il criterio dell’efficienza e, quando si considera che non sono più produttive, vengono rifiutate e scartate.

Questa dolorosa realtà ci invita a riflettere sia sulla fragilità della nostra natura umana che sull’immensa dignità di ogni persona —una dignità che rimane intatta nelle circostanze di maggiore vulnerabilità, anche fino alla morte—. Sì, l’essere umano è, senza dubbio, colui che nasce, ma anche colui che muore. La nostra dignità non viene distrutta dalla malattia né dalla sofferenza, né dipende dalle nostre capacità. Al contrario, esige una cura amorevole in ogni fase della vita.

Per la fede cristiana, il mistero della persona umana trova la sua massima pienezza in Cristo, che, «nella stessa rivelazione del mistero del Padre e del suo amore, manifesta pienamente l’uomo all’uomo stesso e gli scopre la sublimità della sua vocazione» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22). Alla luce di Lui, ogni persona ci si presenta come una creatura voluta e amata da Dio. Questa luce ci aiuta anche a comprendere più profondamente il significato della nostra esperienza umana condivisa.

Signore e signori, come uomini e donne di scienza, siete chiamati a cooperare instancabilmente in nome della nostra storia comune, affinché, da una diversità di prospettive, emerga una convergenza di visioni e, da quella convergenza, un’armonia nell’azione. Questa armonia si esprime nel lavoro dell’UNESCO quando dà una voce sinfonica alle più alte aspirazioni orientate al bene e alla cura dell’umanità. Dove c’è armonia, le diverse voci giungono a un accordo, e le nazioni che voi rappresentate si uniscono così nella concordia.

A questo proposito, mi piacerebbe ricorrere a due immagini della Bibbia, quel grande tesoro culturale dell’umanità: la Torre di Babele e la piazza di Pentecoste. Le propongo come forme di rappresentare l’unità della famiglia umana, la quale, anche oggi, è continuamente chiamata a discernere la sua rotta adeguata, cioè il senso della storia che sta vivendo. Infatti, questi racconti biblici descrivono forme di vita sociale che ci invitano a riflettere sulle circostanze del nostro tempo.

La Torre di Babele rappresenta un’unità imposta mediante il dominio (cf. Gn 11,4). Allo stesso tempo, questo edificio rivela che, quanto più il potere cerca l’oppressione, tanto più si indebolisce, mettendo a nudo il suo volto disumano. Lo vediamo nella sofferenza e nell’ingiustizia causate dal dispotismo, così come nelle forme di sfruttamento che feriscono sia la società che l’ambiente. Come insegna la storia, molti imperi si sono lasciati trascinare dal loro potere prima di esserne consumati e crollare come una torre. Il risultato di questo orgoglio, prima esaltato e poi abbattuto, è la dispersione. La pretesa di farsi come Dio e sottomettere i popoli a un unico giogo conduce alla confusione delle lingue e alla mancanza di comprensione reciproca. Invece di raggiungere il cielo, come pretendeva, la Torre di Babele crollò, con una duplice conseguenza negativa. Poiché l’unità che imponeva era forzata, anche la diversità che segue al suo crollo divenne fonte di conflitto. Oggi, la tentazione di Babele riappare in una globalizzazione perseguita senza fraternità, in forme rapaci di neocolonialismo, in imposizioni ideologiche e in tutti quei “contatti senza legami” che riducono la vita umana al commercio (cf. Commissione Teologica Internazionale, Quo vadis, humanitas?, 42). La scienza stessa, quando si riduce a una tecnica di potere, non serve più a elevare la persona umana, ma, al contrario, corre il rischio di degradare i frutti del suo sforzo.

In modo speciale oggi, disponiamo di mezzi capaci di connettere le persone e i continenti in modo istantaneo; tuttavia, allo stesso tempo, siamo testimoni di nuove forme di isolamento, di povertà materiale e spirituale e di abbandono. La comunicazione è diventata molto più rapida, ma non necessariamente più vera; l’informazione è abbondante, ma non è sinonimo di saggezza. Senza un fondamento etico condiviso, i numerosi canali di comunicazione corrono il rischio di moltiplicare l’informazione falsa e dare vigore a parole prive di significato, ostacolando il dialogo invece di favorirlo.

L’intelligenza artificiale amplifica questo problema: sebbene questi sistemi possano correlare dati, non possono rispondere alle domande sul senso della vita umana, che ha le sue radici nell’esperienza vissuta. Tuttavia, gli esseri umani non possono vivere senza senso. Il senso è l’ossigeno della mente. Per questo motivo, le sfide della comunicazione, che sono sempre anche sfide dell’educazione, trasformano la ricerca della verità in una questione di giustizia sociale ed equità storica. Da qui che l’educazione in questo ambito sia essenziale, e applaudo l’iniziativa dell’UNESCO attraverso il suo programma di “Alfabetizzazione Mediatica e Informazionale” (AMI), che promuove l’uso responsabile dei media e degli strumenti digitali.

Certamente, senza la verità, il linguaggio rimane sottomesso alla logica della violenza e alla volontà arbitraria dei potenti. Così, si escludono altri in nome del guadagno, e si uccidono innocenti in nome della libertà. Invece di rispettare la legge, chi è al potere la invoca quando gli conviene e la ignora quando lo limita, trattando persino la giustizia stessa come se fosse una merce che si può comprare e vendere. Se comprendiamo che la corruzione della legge comincia con la corruzione del cuore, possiamo riconoscere come ogni scienza corra il rischio di perdere il suo senso proprio quando viene praticata al di fuori dell’etica, cessando così di servire e di riflettere la dignità umana. A questo proposito, incoraggio tutta la comunità internazionale a prestare particolare attenzione alla protezione dei bambini e dei giovani. Nell’era digitale, la loro vulnerabilità non deve mai diventare un’opportunità per lo sfruttamento. Che queste tecnologie sostengano la loro crescita, la loro educazione e le loro relazioni, salvaguardando la loro libertà di pensare e discernere, e rimanendo sempre al servizio della dignità della persona umana.

La corruzione della cultura che stiamo considerando trova la sua redenzione nella piazza di Pentecoste. Lì, tutti i popoli ricevono come buona notizia un messaggio di pace. Tale annuncio proclama la risurrezione di Gesù, cioè la vittoria della vita sulla morte e la salvezza che dà speranza al mondo. Il giorno di Pentecoste, la piazza diventa un luogo dove si celebra la pace che guarisce ogni offesa contro la persona umana. Ognuno dei presenti ascoltava il messaggio nella propria «lingua nativa» (cf. At 2,8). La comunione non sopprime affatto la diversità. Piuttosto, permette che la diversità fiorisca nell’armonia delle voci e dei volti. Nell’annuncio della pace, la ricchezza delle culture diventa portatrice di una verità universale. L’insegnamento biblico ci mostra così la via per raggiungere ciò che tutti cerchiamo: «quell’unità che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo» (Omelia nella Messa dell’Inizio del Ministero Petrino, 18 maggio 2025). Non è il dominio di Babele, ma la pace di Pentecoste, che rende possibile questa comunione tra tutti i popoli. Ogni cultura, pertanto, raggiunge la sua più alta saggezza quando cerca la pace e il bene di tutti, dando testimonianza del significato autentico della nostra umanità.

Coloro che si dedicano all’educazione sanno che solo la verità ci rende liberi. Chi insegna e chi ricerca sanno che l’errore ci rende schiavi dell’ignoranza e della superstizione. Ogni volta che ci troviamo di fronte a ostacoli nella nostra missione, ricordiamo che c’è una sola Terra per tutti e una natura umana comune. Non si può comprendere l’essere umano separando ciò che fa parte di un tutto: il corpo e l’anima, la vita personale e le relazioni, il nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente. Tutto fa parte dell’unità della nostra esistenza. Per questo motivo, coltivare la terra significa anche coltivare l’umanità che la abita. L’educazione e la scienza sono chiamate a questo compito. In realtà, non è un caso che ogni cultura, secondo la propria etimologia della parola, si riferisca all’atto di coltivare. Rinnovo, pertanto, l’appello dei miei predecessori a prendersi cura insieme della persona umana e della creazione: Papa Benedetto XVI parlò della necessità di un’ecologia della persona umana, mentre Papa Francesco sviluppò la prospettiva dell’ecologia integrale (cf. Benedetto XVI, Discorso al Parlamento Federale Tedesco, 22 settembre 2011; Francesco, Lettera enc. Laudato si’, 137–162).

Il punto di riferimento con cui possiamo valutare il nostro impegno è la cura che prestiamo ai più piccoli e ai poveri: i bambini nel grembo delle loro madri e nei diversi scenari di guerra; le persone con disabilità fisiche e intellettuali; gli adulti anziani; i migranti e i rifugiati; e tutti coloro che l’arroganza esclude considerandoli improduttivi. Essi sono la vera prova delle nostre affermazioni sul rispetto della dignità umana, e la loro protezione e promozione si estende anche alla creazione. In opposizione a ciò si trova una volontà di sfruttare e saccheggiare, di estrarre il massimo possibile da ogni essere vivente, di consumare senza preservare e distruggere senza coltivare. Per questo, l’attuale crisi ecologica è anche una crisi antropologica. La Chiesa è convinta, inoltre, che ogni cultura porta in sé una saggezza che matura in un ecosistema di popoli. L’habitat della persona umana è la società: non un ambiente meramente fisico come il deserto o l’oceano per gli animali, ma uno morale e relazionale. Dove prevale la pace sociale, i popoli prosperano nella giustizia.

È lì, dunque, che l’UNESCO trova la sintesi delle sue alte missioni educative e scientifiche: nel paziente compito di costruire la pace. Di fronte alle numerose e complesse urgenze della nostra epoca, il mondo guarda alle istituzioni internazionali con sentimenti contrastanti. Da un lato, sono chiamate ad affrontare sfide che nessuno Stato può risolvere da solo. Dall’altro, queste stesse istituzioni attraversano una crisi di efficacia, soprattutto quando il dialogo è considerato un ostacolo all’azione invece che una risorsa per la pace; come una forma di ipocrisia, invece che un’opportunità per cercare insieme il bene comune. Di fronte a queste deviazioni, è necessario promuovere una virtù tanto scarsa quanto desiderata: la fiducia; fiducia che le differenze non costituiscono necessariamente una minaccia; fiducia che il dialogo sincero può generare un bene maggiore di quello che ciascuno potrebbe ottenere da solo. La Santa Sede desidera infondere questa fiducia nell’UNESCO, così come nelle altre organizzazioni internazionali, consapevole che ogni popolo possiede una ricchezza da condividere nella ricerca del progresso autentico che solo la pace può garantire. Non si tratta di proporre un ottimismo ingenuo, che ignori le difficoltà, ma di perseverare nella speranza che il bene è sempre possibile. Ogni bambino che nasce porta con sé speranza. Ogni uomo e ogni donna che dedica la propria vita alla ricerca della verità compie un atto di speranza. Che l’UNESCO dia, dunque, testimonianza di questa speranza promuovendo la comprensione tra le nazioni, attraverso il dialogo tra le rispettive culture. Crediamo, infatti, che l’educazione sia lo strumento che permette di superare i timori reciproci e che la scienza possa essere posta al servizio della vita di ogni essere umano, seminando oggi i semi di un buon raccolto per il futuro. Questa fiducia alimenta la nostra speranza nella carità, cioè nel servizio al bene del prossimo: se tutti ci dedichiamo con coerenza alla nostra magnifica umanità, la pace potrà finalmente fiorire.

Mentre collaboriamo in questo lavoro, le tradizioni religiose svolgono un ruolo culturalmente necessario e insostituibile, e le religioni esprimono le nostre inquietudini di fronte all’origine della vita e alla sua fine, dando senso allo scopo primo e ultimo dell’esistenza, il che si riflette nelle decisioni quotidiane. In verità, quando gli uomini e le donne di buona volontà orientano le loro azioni verso Dio, il pluralismo delle culture non si disperde nel caos di Babele. L’umanità, al contrario, si ritrova in una ricerca comune di senso e verso un destino che non è la morte. Non camminiamo verso il nulla. Per questo, l’anima umana, nella sua relazione con Dio, percepisce ancora meglio l’appello a coltivare la pace mediante un’alleanza tra popoli che si riconoscono come figli dello stesso Padre e come fratelli e sorelle.

Desidero, pertanto, che il nostro incontro rafforzi l’impegno di ciascuno a lavorare senza sosta affinché la coscienza di appartenere a una sola famiglia umana diventi più viva, più attiva e più giusta. A questo proposito, voglio esprimere la mia più sincera gratitudine a tutto il personale dell’UNESCO, che adempie con competenza e dedizione questa missione tanto nobile: edificare la pace mediante il coltivazione di tutte le scienze e tutte le arti dell’essere umano.

Dirigo queste parole a tutti voi, ai popoli che rappresentate e, molto specialmente, ai giovani. Sono, infatti, le nuove generazioni quelle che osservano con maggiore attenzione il nostro lavoro. Mentre sostengo le loro aspirazioni di giustizia, con gratitudine e stima, invoco su tutti voi e sulle vostre nazioni l’abbondanza delle benedizioni di Dio, Creatore onnipotente e misericordioso. Grazie.

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