Leone XIV indica san Toribio come modello per i vescovi: fede integra, Eucaristia e dedizione al gregge

Leone XIV indica san Toribio come modello per i vescovi: fede integra, Eucaristia e dedizione al gregge

In occasione del terzo centenario della canonizzazione di san Toribio di Mogrovejo, Leone XIV ha indirizzato una lettera ai vescovi dell’America Iberica e dei Caraibi in cui presenta il santo arcivescovo di Lima come modello del ministero episcopale e ricorda ai prelati alcuni dei loro obblighi fondamentali: rimanere accanto al gregge anche quando farlo comporti un costo personale, custodire e trasmettere integralmente la fede, curare la vita interiore, favorire l’adorazione eucaristica ed esercitare una vera paternità sui propri sacerdoti.

La lettera, datata 8 settembre e pubblicata dalla Santa Sede il 19 settembre, contiene anche un riferimento personale agli anni di Robert Prevost come vescovo in Perù. «Lì ho conosciuto da vicino la fede di un popolo da cui ho ricevuto molto e ho compreso meglio cosa significhi essere pastore», afferma il Pontefice, che propone di contemplare l’episcopato di san Toribio attraverso i diversi gesti del rito di accoglienza di un vescovo nella sua cattedrale.

«L’abbandono del gregge può iniziare molto prima di una fuga visibile»

A partire dalla ricezione del crocifisso e dal bacio che il nuovo vescovo vi depone, Leone XIV ricorda che il ministero episcopale comporta una promessa di consegna e può esigere rinunce non previste. La croce, spiega, ricorda al pastore che deve rimanere accanto al gregge nelle ore difficili e che la protezione delle pecore può avere un prezzo per lui stesso.

Il Papa presenta quindi l’esempio di san Toribio, che prolungò quel bacio a Cristo nei suoi viaggi e nelle sue fatiche, nella difesa degli indigeni, nella correzione degli abusi e nella vicinanza ai poveri e a chi soffriva.

«Cari fratelli, abbiamo bisogno di tornare spesso alla scuola della croce. L’abbandono del gregge può iniziare molto prima di una fuga visibile, quando il comfort, il timore o i propri interessi pesano più del bene dei fedeli. Il mercenario calcola ciò che può perdere; il pastore sa che qualcosa di sé dovrà consegnare per rimanere fedele», scrive Leone XIV.

Insegnamento chiaro e trasmissione integrale della fede

Il Pontefice si sofferma anche sulla responsabilità dottrinale del vescovo. Commentando il momento in cui vengono lette le Lettere apostoliche e il prelato occupa la cattedra, ricorda che la sua missione non procede da sé stesso, ma è stata ricevuta e deve essere esercitata in comunione con la Chiesa, il Successore di Pietro e il Collegio episcopale.

Il Papa ricorda che san Toribio lavorò per l’accoglienza del Concilio di Trento, celebrò concili provinciali e sinodi diocesani e sviluppò un’intensa opera catechetica mosso dallo scopo di «trasmettere integralmente la fede».

«In un tempo in cui tante voci reclamano autorità sulla coscienza dei fedeli, spetta al vescovo offrire un insegnamento chiaro, paziente e radicato in quella comunione, per aiutare il suo popolo a riconoscere la voce dell’unico Pastore», segnala.

L’adorazione eucaristica, «una priorità pastorale»

Leone XIV dedica altresì un paragrafo particolarmente esplicito alla vita eucaristica delle diocesi. Partendo dal momento in cui il nuovo vescovo si inginocchia davanti al Tabernacolo, ricorda che i pastori passano mentre Cristo rimane.

«Per questo, vorrei invitarvi a fare dell’adorazione eucaristica una priorità pastorale», chiede il Papa.

Il Pontefice esorta i vescovi a offrire ai fedeli tempi e spazi per rimanere davanti al Santissimo e a promuovere l’adorazione prolungata. «Sono convinto che la santa presenza del Signore, accolta e adorata con fedeltà, sostiene ciò che le nostre forze non raggiungono e apre vie che nessuna pianificazione potrebbe prevedere. Sarà il suo amore a trasformare le nostre diocesi», afferma.

«Prima di essere pastore, è discepolo»

L’acqua benedetta ricevuta dal vescovo entrando nella cattedrale serve a Leone XIV per ricordare un altro principio: la condizione episcopale non esime dalla necessità personale di conversione.

«Prima di essere pastore, è discepolo; prima di presiedere al Popolo di Dio, si conta egli stesso tra i battezzati, fatti figli in Cristo. La santità del pastore non può darsi per scontata», avverte.

Per questo, chiede ai vescovi di curare la loro vita interiore e conservare la coscienza di essere «discepoli bisognosi di conversione». Allo stesso modo, commentando la proclamazione del Vangelo e la prima predicazione del nuovo vescovo, insiste sul fatto che nessuna urgenza amministrativa o pastorale deve spostare la preghiera e la preparazione della predicazione.

Vescovi vicini ai loro sacerdoti

La lettera dedica anche un ampio passaggio al rapporto tra il vescovo e il suo presbiterio. San Toribio, ricorda Leone XIV, si occupò della formazione sacerdotale, fu esigente nell’ammettere candidati agli ordini, visitò i suoi sacerdoti e sostenne la disciplina ecclesiastica.

«Cari fratelli, stiamo vicini ai nostri sacerdoti», esorta il Papa.

Leone XIV chiede di curare particolarmente i seminari e i primi anni del ministero sacerdotale, favorire «una vera fraternità» e fare in modo che nessun sacerdote abbia l’impressione di poter rivolgersi al suo vescovo solo quando esiste un problema.

«La paternità episcopale si riconosce molte volte quando un sacerdote sa di poter bussare con fiducia alla porta della casa vescovile», aggiunge.

L’altare e la vita del vescovo

Arrivando all’offertorio e al sacrificio eucaristico, Leone XIV porta la riflessione verso la consegna completa della vita episcopale. Nella patena, spiega, si può vedere simbolicamente tutto ciò che il vescovo dovrà porre ogni giorno nelle mani di Dio: il suo lavoro, i suoi progetti, le sue decisioni, le persone affidate alle sue cure, le sue preoccupazioni e le sue speranze.

Il Papa ricorda che nella Santa Messa «si attualizza sacramentalmente l’unico sacrificio di Cristo per la salvezza del mondo» e che da questo Santo Sacrificio «scaturisce la grazia di cui vive la Chiesa». L’esistenza del vescovo deve unirsi progressivamente a quella stessa offerta fino a diventare, in Cristo, un’offerta al Padre.

Leone XIV conclude ricordando vari santi e beati che esercitarono l’episcopato in America Iberica ed esortando a studiare i loro ministeri e scritti, specialmente per la formazione dei seminaristi e dei sacerdoti. Infine affida i vescovi a Santa Maria di Guadalupe e chiede per loro la grazia di «conoscere, servire e amare le Chiese» loro affidate.

 

Di seguito, riproduciamo integralmente la lettera di Leone XIV:

Cari fratelli nell’Episcopato:

Accogliendo la richiesta dell’Episcopato peruviano e in occasione del terzo centenario della canonizzazione di san Toribio di Mogrovejo, patrono dei vescovi dell’America Latina, vi saluto con affetto nel Signore e vi ringrazio per il servizio che prestate ogni giorno. Nel rivolgervi queste parole, torna al mio cuore la gratitudine per il privilegio di aver esercitato il ministero episcopale in Perù. Lì ho conosciuto da vicino la fede di un popolo da cui ho ricevuto molto e ho compreso meglio cosa significhi essere pastore. Quella esperienza mi ha avvicinato in modo particolare a san Toribio, che anch’egli arrivò da lontano in una terra che finì per fare sua per la carità pastorale.

I miei Predecessori si sono soffermati ampiamente sulla figura del «sublime metropolita limeno», [1] ricordando il suo zelo evangelizzatore, [2] il suo impegno per l’edificazione e il rinnovamento della vita ecclesiale [3] e la sua vicinanza ai più poveri e vulnerabili. [4] Senza tornare ora sulla sua biografia, vorrei contemplare il suo ministero alla luce di un segno che ci rimanda all’origine stessa della nostra missione: l’accoglienza del vescovo nella sua chiesa cattedrale. [5] Un rito simile è previsto per la visita pastorale a una comunità, [6] come se la Chiesa volesse condurre il prelato, ancora e ancora, al significato di quel primo ingresso. Ciò che la liturgia esprime in pochi gesti, l’Apostolo delle Ande lo ha reso vita lungo i suoi anni di pastore. Il modo migliore per onorare la sua memoria sarà lasciarci interpellare dal modo in cui visse il ministero che anche noi abbiamo ricevuto, e imitarlo.

Il rito inizia alla porta della cattedrale. Lì il nuovo vescovo è ricevuto dalla Chiesa a cui è stato inviato. Arriva a una comunità che lo precede, che ha percorso un cammino di fede e in cui lo Spirito Santo stava già operando. Attraversando quella soglia, entra in una storia che non comincia con lui e rimane legato, per il suo ministero, a un popolo concreto. Il santo arcivescovo arrivò in una terra di cui conosceva appena i popoli e le culture. Per pascolarla doveva addentrarsi in quella realtà, e per questo la percorse. Le sue visite pastorali e la sua preoccupazione perché il Vangelo potesse essere annunciato nelle lingue locali andavano stringendo il suo legame con quella terra e la sua gente. Ci sono realtà di una diocesi che difficilmente raggiungono una scrivania. Per questo, procuriamo che la visita pastorale conservi tutta la sua forza: andiamo personalmente incontro alle nostre comunità, ascoltiamo il nostro gregge e cerchiamo chi raramente ha occasione di avvicinarsi al vescovo. Il ministero di un successore degli apostoli esige di vivere con il cuore in cielo e i piedi sulla strada.

Ancora sulla porta, il vescovo riceve un crocifisso e lo bacia. La Chiesa gli pone davanti Colui che amò i suoi fino all’estremo. Quel gesto contiene una promessa di consegna. Il ministero potrà condurlo per vie che non aveva previsto e chiedergli rinunce che forse non aveva mai immaginato. La croce gli ricorda che deve rimanere accanto al gregge quando arriveranno le ore difficili e che la protezione delle pecore può avere un prezzo per il pastore stesso. Toribio prolungò quel bacio alla carne sofferente del Signore nei suoi viaggi e nelle sue fatiche, difendendo gli indigeni, correggendo abusi e restando vicino ai poveri e a chi soffriva. Cari fratelli, abbiamo bisogno di tornare spesso alla scuola della croce. L’abbandono del gregge può iniziare molto prima di una fuga visibile, quando il comfort, il timore o i propri interessi pesano più del bene dei fedeli. Il mercenario calcola ciò che può perdere; il pastore sa che qualcosa di sé dovrà consegnare per rimanere fedele (cf. Gv 10,12-13).

Poi, il vescovo riceve l’acqua benedetta, si asperge e asperge i presenti. Il gesto lo riporta alla fonte comune del Battesimo. Prima di essere pastore, è discepolo; prima di presiedere al Popolo di Dio, si conta egli stesso tra i battezzati, fatti figli in Cristo. La santità del pastore non può darsi per scontata (cf. 1 Tm 4,16). San Toribio poté chiedere una vita ecclesiale più fedele al Vangelo perché cominciò col lasciarsi misurare da quella stessa esigenza. Chi ha ricevuto l’incarico di santificare continua a necessitare di essere santificato; chi annuncia la misericordia vive anche di essa. Curiamo, dunque, la nostra vita interiore e conserviamo la coscienza di essere discepoli bisognosi di conversione.

Il rito conduce poi il vescovo davanti al Tabernacolo, dove si inginocchia e adora. Prima di iniziare il suo ministero, si ferma in silenzio davanti al Santissimo. I vescovi passano; Cristo rimane (cf. Eb 13,8). Cambiano i pastori, sorgono nuove urgenze e si susseguono i progetti, ma la Chiesa vive del Signore. Per questo, vorrei invitarvi a fare dell’adorazione eucaristica una priorità pastorale. L’amore di Toribio per l’Eucaristia si manifestò nella sua sollecitudine di avvicinare tutti a Gesù. Offriamo ai nostri fedeli tempi e spazi per rimanere davanti a Lui e incoraggiamo l’adorazione prolungata. Sono convinto che la santa presenza del Signore, accolta e adorata con fedeltà, sostiene ciò che le nostre forze non raggiungono e apre vie che nessuna pianificazione potrebbe prevedere. Sarà il suo amore a trasformare le nostre diocesi.

Dopo essersi rivestito, il vescovo si avvicina all’altare e lo bacia. È lo stesso Signore, davanti al quale si è appena inginocchiato, ora contemplato come colui che riunisce la sua Chiesa attorno a sé e la rende un solo corpo (cf. 1 Cor 10,17). Il santo prelato servì una Chiesa immensa e plurale, sforzandosi di mantenerla unita. Anche a noi spetta vigilare affinché la diversità delle nostre diocesi trovi in Cristo la sua unità. L’altare ci ricorda che la comunione appartiene al cuore stesso della nostra missione.

Poi si dirige alla cattedra e vengono lette le Lettere apostoliche, la bolla con cui il Romano Pontefice lo ha nominato pastore di quella Chiesa particolare. Il vescovo non si è dato da sé quella missione, l’ha ricevuta e la esercita nella comunione della Chiesa, unito al Successore di Pietro e al Collegio episcopale. L’insegnamento che offre dalla cattedra non nasce da una parola propria che debba imporre. Ha ricevuto la fede della Chiesa ed è chiamato a «custodire il buon deposito», approfondirlo e renderlo comprensibile a coloro che sono sotto la sua cura (cf. 2 Tm 1,13-14). San Toribio comprese bene questa responsabilità. L’accoglienza del Concilio di Trento, i concili provinciali, i sinodi diocesani e la sua opera catechetica testimoniano il suo desiderio di trasmettere integralmente la fede e renderla accessibile a chi aveva davanti. In un tempo in cui tante voci reclamano autorità sulla coscienza dei fedeli, spetta al vescovo offrire un insegnamento chiaro, paziente e radicato in quella comunione, per aiutare il suo popolo a riconoscere la voce dell’unico Pastore.

Successivamente, si avvicinano il clero e i fedeli per «manifestare obbedienza e riverenza» [7]. La riverenza ricevuta si converte per il vescovo in responsabilità, e l’obbedienza offerta reclama, da lui, paternità. Questa si rende specialmente visibile nella sua relazione con i presbiteri, uniti a lui in modo singolare nell’unico sacerdozio e nella missione affidata alla Chiesa particolare. Toribio vegliò sulla loro formazione, fu esigente nell’ammissione agli ordini, visitò i suoi sacerdoti e sostenne la disciplina ecclesiastica, consapevole che la vita del clero si ripercuote su quella del popolo. Cari fratelli, stiamo vicini ai nostri sacerdoti. Curiamo specialmente il seminario e i primi anni di ministero, favoriamo una vera fraternità e procuriamo che nessun presbitero senta di poter avvicinarsi al suo vescovo solo quando esiste un problema da risolvere. La paternità episcopale si riconosce molte volte quando un sacerdote sa di poter bussare con fiducia alla porta della casa vescovile.

Dopo il Vangelo, il vescovo rivolge per la prima volta la parola al suo popolo. Fino a quel momento, la liturgia lo ha posto in atteggiamento di ricevere e ascoltare, e lo ha condotto al silenzio dell’adorazione. Solo dopo parla. Quell’ordine semplice contiene un insegnamento che conviene sempre avere presente. Tra le molte responsabilità che occupano la nostra giornata, siamo stati inviati per annunciare la Buona Novella. Come gli Apostoli, siamo chiamati a perseverare «nella preghiera e nel ministero della Parola» (At 6,4). San Toribio fece della sua vita una predicazione prolungata, e il suo annuncio risultava credibile perché aveva permesso che il Vangelo modellasse prima la sua esistenza. Che nessuna urgenza né compito pastorale, per quanto necessario, rechi la preghiera come anticamera della predicazione. Riserviamo sempre il tempo necessario per ascoltare la Parola e preparare con cura il modo di offrirla al nostro popolo.

Terminati i riti dell’accoglienza e celebrata la liturgia della Parola, arriva il momento di presentare l’offerta. In quell’offertorio possiamo vedere anticipatamente tutto ciò che il vescovo dovrà collocare, giorno dopo giorno, nelle mani del Signore: il suo lavoro, i progetti che intraprenderà, le decisioni che dovrà prendere, le persone che gli sono state affidate, le sue preoccupazioni e le sue speranze. Ci saranno momenti in cui vedrà con chiarezza la via e altri in cui sperimenterà la propria piccolezza: tutto ciò trova posto nella patena. Al vescovo spetta consegnarsi con fedeltà; il frutto, in ultima analisi, appartiene a Dio (cf. 1 Cor 3,6-7).

La celebrazione stessa mostra dove ha la sua fonte quella fecondità. Nella Santa Messa si attualizza sacramentalmente l’unico sacrificio di Cristo per la salvezza del mondo, mentre il suo Popolo è associato all’offerta del suo Signore. Da questo Santo Sacrificio scaturisce la grazia di cui vive la Chiesa e per la quale Cristo continua a riunirla e santificarla lungo la storia. Il vescovo, come ogni sacerdote, presta la sua voce e le sue mani a Cristo, Sommo ed eterno Sacerdote, che agisce per mezzo del suo ministero. Ciò che celebra deve prolungarsi anche nella sua stessa vita, sempre più unita all’offerta del Signore, finché tutta la sua esistenza diventi, in Cristo, un’offerta al Padre.

La geografia spirituale della Chiesa in America Latina è segnata da pastori che resero visibile questa unione tra l’altare e la vita. La figura di san Toribio, quindi, non è sola. Lungo i secoli e in diverse regioni del continente si è andata formando una vera costellazione di vescovi che la Chiesa venera come santi e beati. Accanto al grande arcivescovo di Lima si trovano i santi Antonio Maria Claret, Ezechiele Moreno, Raffaele Guízar e Óscar Romero, e i beati Giovanni di Palafox, Giacinto Vera, Mamerto Esquiú, Enrico Angelelli, Gesù Jaramillo ed Eduardo Pironio, tra tanti altri insigni vescovi. Approfondiamo il ministero e gli scritti di questi pastori e facciamoli conoscere nelle nostre Chiese particolari. La loro testimonianza può aiutarci a comprendere meglio la missione del vescovo e riveste un interesse speciale per la formazione dei seminaristi e dei sacerdoti. Le loro vite mostrano come una stessa missione possa assumere forme diverse secondo i tempi e le circostanze e formano una scuola di pastori nata dalla nostra storia ecclesiale. I santi continuano a formare santi (cf. Eb 13,7).

Affidiamo a Santa Maria di Guadalupe il nostro desiderio di vivere con rinnovata fedeltà la missione ricevuta. Agli albori dell’evangelizzazione di quel caro continente, Ella volle che san Giovanni Diego portasse la sua richiesta al vescovo e che fosse lui a discernere e accogliere ciò che il Signore stava realizzando per mezzo di un messaggero umile. Quell’incontro continua a essere un invito per noi pastori: essere attenti all’azione di Dio, che molte volte si manifesta per vie impreviste e si serve di chi meno ci si aspetterebbe. Per intercessione della Madre di Dio, chiediamo la grazia di conoscere, servire e amare le Chiese che ci sono state affidate, affinché, quando giunga l’ora di rendere conto al Signore del nostro ministero, possiamo ascoltare: «Bene, servo buono e fedele […] entra nella gioia del tuo signore» (Mt 25,21).

Con affetto fraterno, vi benedico di cuore.

Vaticano, 8 settembre 2026, Natività della Beata Vergine Maria.

 

LEONE PP. XIV

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[1] Pio XII, Radiomessaggio al V Congresso Interamericano di Educazione Cattolica, 12 gennaio 1954.

[2] Cf. S. Giovanni Paolo II, Incontro con i membri dell’Episcopato del Perù, 2 febbraio 1985.

[3] Cf. Benedetto XVI, Messaggio in occasione del IV centenario della morte di san Toribio, 23 marzo 2006.

[4] Cf. Francesco, Incontro con i vescovi a Lima, 21 gennaio 2018.

[5] Cf. Cæremoniale Episcoporum, 1141-1144.

[6] Cf. Ibid., 1180.

[7] Ibid., 1143.

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