Oggi, nella sua festa, ho pubblicato sul mio canale YouTube una breve omelia su due aspetti di San Gregorio Magno: il suo ruolo primario nella musica sacra, tanto eloquente di fronte al disastro musicale che soffriamo in non poche chiese, e la sua dimensione pastorale, espressa in modo mirabile nella Regula Pastoralis, che insegna ai vescovi che governare le anime non consiste nell’amministrare una diocesi. Alcuni abbonati hanno risposto gentilmente, e uno di loro ha scritto: «Il canto gregoriano richiede due cose di cui l’uomo contemporaneo è privo: quiete e umiltà». Ecco il punto, Nacho!
La tradizione lega il nome di Gregorio Magno all’ordinamento e alla trasmissione del canto romano, sebbene la storia successiva di ciò che chiamiamo «gregoriano» sia più complessa dell’immagine ingenua del Papa che compone personalmente le sue melodie sotto la dettatura della Colomba. Ma il simbolo è formidabile: la Chiesa canta perché prima ha ascoltato. Il gregoriano non nasce dal desiderio di intrattenere un’assemblea, provocare emozioni o esibire le qualità del cantore o dell’autore, ma dalla Parola ricevuta, venerata e fatta musica. Poiché è teologia cantata, il suo protagonista non è mai l’interprete: è Dio.
Ma il gregoriano è anche una magnifica scuola antropologica: educa l’orecchio di fronte al frastuono, la sensibilità di fronte alla volgarità, il gusto di fronte alla banalità, il respiro di fronte alla fretta, l’anima di fronte alla dispersione. Chiede le due virtù indicate dal mio gentile commentatore: «quiete», perché solo un cuore che sa fermarsi può lasciarsi penetrare dalla sua bellezza; e «umiltà», perché bisogna accettare una sapienza ricevuta, senza pretendere che ogni generazione debba reinventare il cristianesimo, la liturgia, la bellezza e persino il buon gusto. Non tutto ciò che è antico è morto, né tutto ciò che è nuovo è vivo.
«Il latino, il canto gregoriano, la sana dottrina… molto si è lasciato indietro con l’intenzione di “progredire”», continua il commento, paragonando tale “progresso” a un’imbarcazione a cui fossero stati tolti «il timone, le vele e i remi». L’immagine non potrebbe essere più precisa. Per troppi anni si è confusa la rinnovazione con l’amputazione e la semplicità con la povertà estetica; si è espulsa da molte chiese una musica che aveva pregato per più di un millennio per sostituirla con prodotti che invecchiarono prima di chi li compose. E non fu solo una perdita musicale: quando si degrada la bellezza del culto si impoverisce anche l’idea di Dio e, a breve, quella dell’uomo.
Gregorio ci ricorda oggi che la Chiesa non ha bisogno di competere con il rumore del mondo, ma di offrire a questo ciò che non sa produrre: silenzio, altezza, continuità, mistero, bellezza e adorazione. Il gregoriano non ci riporta al passato: ci restituisce il nord.