Kast e «Ascolta il suo cuore»: rinuncia pro-vita o realismo di fronte a un Congresso senza maggioranza sicura?

Kast e «Ascolta il suo cuore»: rinuncia pro-vita o realismo di fronte a un Congresso senza maggioranza sicura?

José Antonio Kast ha deciso che il suo Governo non promuoverà il progetto noto come «Ascolta il suo cuore». La reazione più immediata da una posizione pro-vita è anche la più semplice: se il presidente del Cile difende da anni il non nato, perché rinuncia a sostenere un’iniziativa che intende introdurre un elemento di riflessione prima che si pratichi un aborto? La domanda è legittima. Ma per rispondere seriamente bisogna formularne un’altra, assai meno comoda: cosa accadrebbe realmente se il progetto arrivasse ora al voto nel Congresso cileno?

Kast è stato abbastanza preciso lo scorso 10 agosto. «È legittimo che i parlamentari presentino le loro mozioni parlamentari, che si generi un dibattito al riguardo; ma noi non andremo avanti su questa materia», ha dichiarato a Tele13 Radio. E ha spiegato la sua decisione ricorrendo all’impegno con cui si è presentato alle elezioni: «Noi abbiamo affermato in campagna che ci saremmo concentrati su un governo di emergenza: temi di economia, sicurezza, sociale, che non avremmo promosso misure che generassero tensione». Ha aggiunto inoltre un’obiezione concreta al testo: in altri Paesi, ha detto, ascoltare il battito è volontario, mentre «la differenza della mozione parlamentare in Cile è che è stata posta come obbligatoria».

Quest’ultimo punto conviene chiarirlo perché gran parte della discussione pubblica ha semplificato il contenuto del progetto. La mozione, bollettino 18.419-11, è stata presentata il 25 giugno dai deputati Cristóbal Urruticoechea e Álvaro Jofré, del Partito Nazionale Libertario; Chiara Barchiesi, Catalina del Real e Claudia Reyes, repubblicani; e Ximena Ossandón, di Rinnovamento Nazionale. Pretende di modificare l’articolo 119 del Codice Sanitario affinché il medico informi dell’esistenza di attività cardiaca embrionale o fetale rilevabile e offra alla donna la possibilità di ascoltarla. Ma la versione ufficiale inviata al Congresso aggiunge che, se la donna declina quell’offerta, il medico deve rifiutarsi di praticare l’interruzione della gravidanza. Cioè, formalmente esiste la possibilità di rifiutare l’ascolto, ma farlo impedirebbe di accedere all’aborto. Ossandón ha ritirato successivamente il suo patrocinio proprio sostenendo di aver capito inizialmente che si trattava di un’offerta volontaria e non di una condizione per realizzare l’intervento.

C’è persino una questione pendente sulla redazione che consiglia particolare prudenza. Urruticoechea ha assicurato a luglio che era stata aggiornata la proposta per escludere da questa esigenza i casi di rischio immediato per la vita della madre. Tuttavia, BioBioChile ha constatato allora che il documento ospitato sul sito della Camera continuava a mostrare la versione originale. Per questo non risulta rigoroso dare per definitivamente incorporata quella modifica finché l’espediente ufficiale non la rifletta mediante la procedura parlamentare corrispondente.

Il progetto non sta nemmeno venendo trattato attualmente a tutta velocità né si trova alle porte di un voto. È in primo iter costituzionale alla Camera dei Deputati, in attesa del suo primo rapporto nella Commissione Salute e senza urgenza legislativa. Non c’è stata finora alcuna votazione sul merito. Il 20 luglio è stato inoltre registrato il ritiro del patrocinio di Ossandón. E Andrés Celis, deputato di Rinnovamento Nazionale e presidente della Commissione Salute, ha detto espressamente che non intende inserirlo tra le priorità della commissione finché l’Esecutivo non gli conceda urgenza. «Non credo che progetti come questo siano opportuni», ha affermato, indicando come priorità la sicurezza, l’occupazione, la crescita e i problemi del sistema sanitario stesso.

Fin qui, i fatti. Poi viene l’aritmetica.

La Camera cilena ha 155 deputati. L’elezione del 2025 ha lasciato 61 seggi a Unità per il Cile, 42 a Cambiamento per il Cile —Repubblicani, Nazionali Libertari e Cristiano Sociali—, 34 a Cile Grande e Unito —la destra tradizionale e Democratici—, 14 al Partito della Gente, tre alla lista Verdi, Regionalisti e Umanisti e uno a un indipendente. I due grandi blocchi di destra hanno sommato, quindi, 76 deputati. Il PDG ha eletto 14, sebbene la sua bancata funzioni attualmente con 13 dopo l’esclusione di Cristián Contreras, che conserva il suo seggio. Per origine elettorale, tra i principali partiti ci sono 31 repubblicani, 18 UDI, 17 del Fronte Ampio, 14 eletti dal PDG, 13 RN, undici socialisti, undici comunisti, nove PPD, otto PNL e otto democratico-cristiani, oltre alle forze minori.

La Costituzione cilena stabilisce per le leggi ordinarie la maggioranza dei membri presenti di ciascuna Camera. La mozione modifica il Codice Sanitario e, nel suo testo attuale, non compare una disposizione che di per sé esiga un quorum costituzionale speciale; salvo una qualificazione diversa durante la sua iterazione, deve applicarsi quindi la regola ordinaria dell’articolo 66. Con i 155 deputati presenti sarebbero necessari 78 voti. Se ce ne fossero 150 presenti, basterebbero 76. Questa è la prima ragione per cui sarebbe scorretto affermare che il progetto è «matematicamente impossibile»: il numero necessario dipende dall’affluenza e nulla impedisce, inoltre, di ottenere voti da deputati situati al di fuori dei due blocchi di destra.

Ma che una maggioranza sia matematicamente possibile non significa che esista politicamente.

Anche prendendo l’ipotesi straordinariamente favorevole che i 42 deputati eletti da Cambiamento per il Cile e i 34 di Cile Grande e Unito sostenessero in blocco la proposta, sarebbero 76 voti: due in meno di quelli necessari in una sessione con affluenza completa. Bisognerebbe cercare voti tra il PDG, indipendenti o settori di centro. Il problema è che quell’ipotesi di 76 voti di destra non corrisponde nemmeno a ciò che sta accadendo. Ossandón ha ritirato la sua firma; da RN, Claudia Mora ha respinto pubblicamente l’iniziativa; lo stesso Celis si oppone a darle priorità e ne mette in discussione la redazione attuale; e nell’UDI non esiste un impegno di bancata noto. Il suo presidente, Guillermo Ramírez, ha rivendicato il carattere pro-vita del suo partito, ma ha orientato la sua proposta verso politiche di accompagnamento a gravidanze vulnerabili invece di impegnare il sostegno a «Ascolta il suo cuore». Nel PDG, Zandra Parisi ed Eileen Urqueta hanno manifestato critiche al progetto.

In senso contrario, i cinque patrocinanti che rimangono nella mozione costituiscono voti favorevoli inequivocabili, e dirigenti del PNL come la deputata Paulina Muñoz hanno difeso pubblicamente che la battaglia va data. Ma non esiste a oggi un elenco pubblico di impegni che permetta di affermare responsabilmente che il progetto conta su 70, 75 o qualsiasi altra cifra vicina alla maggioranza. Dare un numero esatto di «voti prevedibili» sarebbe fabbricare una certezza che non esiste. Ciò che è verificabile è qualcosa di diverso: c’è un nucleo favorevole chiaro, ma non c’è una maggioranza impegnata; e il blocco teorico da cui dovrebbe uscire quella maggioranza è diviso.

Nemmeno i sondaggi aiutano a disciplinare i parlamentari dubbiosi. All’inizio di agosto, Criteria registrava un 21% di sostegno al progetto e un 54% di rifiuto, con una circostanza particolarmente rilevante per la discussione parlamentare: anche tra gli intervistati identificati con la destra il rifiuto raggiungeva il 40%, contro un 35% favorevole. Un sondaggio non decide una votazione legislativa, ma aiuta a comprendere perché deputati di settori che si considerano pro-vita possano non essere disposti ad assumersi il costo politico di questa concreta iniziativa.

E poi c’è il Senato, dove la difficoltà è maggiore.

La Camera Alta ha 50 membri. La composizione emersa dalle parlamentari del 2025 ha lasciato, per origine politico-elettorale, nove senatori di RN, sette socialisti, cinque repubblicani, cinque UDI, quattro PPD, tre comunisti, tre democratico-cristiani, tre FRVS, due Fronte Ampio, due Evópoli, due Democratici, un liberale, un PNL, un cristiano-sociale e due indipendenti. I riordini successivi di partiti e comitati rendono più complessa l’etichetta formale attuale di alcuni parlamentari, ma non alterano l’aritmetica essenziale: le forze che nel 2025 hanno concorso dalla destra hanno ottenuto 25 dei 50 seggi; l’antico governo e i suoi alleati, 23; e sono rimasti due indipendenti. Lo stesso Senato conferma che attualmente ha 50 membri.

Con affluenza completa, una legge ordinaria necessita 26 voti al Senato. Cioè: anche supponendo una disciplina perfetta dei 25 senatori provenienti dalle liste di destra, il progetto necessiterebbe almeno un voto esterno. Con un’assenza potrebbe bastare con 25, per cui nemmeno qui esiste un’impossibilità matematica. Ma l’ipotesi che i 25 votassero uniti per «Ascolta il suo cuore» manca oggi di prova. Vanessa Kaiser, unica senatrice del PNL, ha sì annunciato che continuerà a difendere l’iniziativa e ha reclamato in precedenza un «sostegno» governativo. Non esiste, invece, un impegno pubblico equivalente delle restanti bancate di destra che permetta di costruire con serietà i 26 voti.

Questo è probabilmente il dato fondamentale per giudicare la decisione di Kast. Non siamo di fronte a un progetto che il presidente possa convertire in legge semplicemente ordinando alla sua maggioranza di votare. Non ha quella maggioranza. Neppure l’insieme della destra la ha garantita per questo argomento. La Camera offre una via numerica possibile, ma incerta; il Senato obbliga a cercare almeno un voto aggiuntivo anche sotto l’ipotesi, oggi non dimostrata, di una destra completamente unita. La formula corretta, quindi, non è «Kast non lo promuove perché non può approvarlo». Sì potrebbe essere approvato. La formula rigorosa è un’altra: Kast non dispone attualmente di una maggioranza parlamentare praticabile e sufficientemente sicura per garantirne l’approvazione.

Ciò che si può domandare è quali conseguenze avrebbe portare una misura pro-vita emblematica al plenum senza aver prima contato i voti.

La risposta non è irrilevante. Se «Ascolta il suo cuore» fosse sconfitto dalla Camera o, più probabilmente, finisse naufragando al Senato, il risultato non resterebbe archiviato come una semplice incidenza legislativa. Le organizzazioni favorevoli all’aborto hanno già convertito l’iniziativa in oggetto di mobilitazione e si sono celebrate proteste a Santiago e in decine di città contro di essa. I suoi avversari la presentano come un tentativo di ostacolare l’esercizio della legge delle tre causali e come un’imposizione sulle donne.

Non richiede troppa immaginazione politica anticipare il racconto di una sconfitta. «Il Congresso frena l’offensiva antiaborto di Kast», «la maggioranza parlamentare rifiuta di retrocedere sui diritti riproduttivi» o qualsiasi formulazione simile convertirebbe una votazione su un’iniziativa concreta e tecnicamente discutibile in un plebiscito simbolico su tutta la causa pro-vita. Le organizzazioni abortiste potrebbero rivendicare una vittoria democratica; l’opposizione potrebbe sostenere che lo stesso Parlamento ha ratificato politicamente lo statu quo; e all’interno della destra aumenterebbe la pressione per non riaprire durante la legislatura una questione che sarebbe già terminata in sconfitta.

Quello è un’inferenza, non un fatto dimostrato né un’intenzione riconosciuta da La Moneda. Ma è un’inferenza politicamente ragionevole. Le sconfitte parlamentari producono anche legislazione informale: creano precedenti, disciplinano partiti, consolidano quadri discorsivi ed elevano il costo di ripetere una battaglia. Un progetto concepito per indebolire culturalmente l’aborto potrebbe, se finisce sconfitto in modo chiaro, finire per rafforzare politicamente la legislazione che pretendeva di mettere in discussione.

Si capisce meglio così la strategia che Kast viene seguendo da prima di arrivare a La Moneda. Il suo programma del 2025 ha eliminato deliberatamente dal primo piano le grandi controversie valoriali e ha concentrato la sua offerta su sicurezza, economia e urgenze sociali, con peso speciale del controllo migratorio. Non è stato qualcosa di improvvisato dopo aver vinto le elezioni. È stata la formula con cui si è presentato come candidato di un «governo di emergenza». Già come presidente, dopo aver portato avanti la sua grande riforma economica, ha aperto una fase di intensa attività in sicurezza e crimine organizzato e mantiene l’immigrazione irregolare all’interno di quell’asse prioritario.

In un Congresso frammentato, ogni battaglia consuma capitale politico. Kast ha bisogno di negoziare al di fuori del suo nucleo proprio anche per le materie che considera centrali. Il PDG, con una bancata di 13 membri, è diventato precisamente uno degli attori cerniera di quelle negoziazioni. Aprire allo stesso tempo una guerra sull’aborto, senza maggioranza assicurata e provocando discrepanze all’interno di RN, UDI e persino dello stesso Esecutivo, può ostacolare il coordinamento parlamentare in sicurezza, crescita o migrazione senza garantire in cambio alcuna modifica legale.

Il dovere di combattere un’ingiustizia non obbliga necessariamente a scegliere qualsiasi battaglia, in qualsiasi momento e con qualsiasi testo. Tanto meno se una sconfitta prevedibile può peggiorare le condizioni della battaglia successiva. Tra abbandonare una convinzione e scegliere quando e mediante quale strumento tentare di convertirla in legge esiste una differenza che la politica obbliga a considerare.

Ha abbandonato Kast le sue posizioni precedenti sull’aborto? Le prove disponibili non permettono di affermarlo.

Nel 2017 si è recato personalmente al Tribunale Costituzionale per opporsi alla legge delle tre causali e ha dichiarato di recarsi a «difendere coloro che stanno per nascere». Dopo la decisione del Tribunale Costituzionale è arrivato a promettere che, se avesse raggiunto la Presidenza, il suo primo progetto sarebbe stato abrogare quella legislazione. Nella prima versione del suo programma presidenziale del 2021 figurava espressamente la frase «Abrogheremo la legge che rende possibile l’aborto». La proposta è scomparsa dal programma riformulato per il ballottaggio, un primo precedente della differenza tra le sue convinzioni personali e l’agenda che era disposto a promuovere in funzione della correlazione politica esistente.

Neppure nella sua campagna del 2025 ha collocato l’abrogazione delle tre causali tra le sue priorità. Ma continuava a dire quello stesso anno: «Noi difendiamo la vita dal concepimento fino alla morte naturale». E durante la campagna ha sostenuto che le sue convinzioni valoriali non erano cambiate, sebbene decidesse di non convertirle nell’asse programmatico della sua candidatura.

La sua dichiarazione di agosto del 2026 non contiene nemmeno un’accettazione morale dell’aborto né una rettifica di quelle posizioni. Contiene due cose diverse: il rifiuto che l’Esecutivo faccia avanzare questo progetto e una critica al suo carattere obbligatorio. Allo stesso tempo, la sua stessa ministra della Donna aveva anticipato a maggio che il Governo non pretendeva di modificare la legge delle tre causali. I fatti permettono quindi di affermare che esiste un cambiamento molto chiaro di priorità e strategia rispetto al Kast del 2017 e della prima versione del Kast del 2021. Non permettono di dimostrare, almeno per ora, una rinuncia dottrinale espressa alla sua posizione pro-vita.

Questo non risolve il dibattito su se la sua decisione sia corretta. Semplicemente lo colloca dove deve stare.

La domanda rilevante non è unicamente se «Ascolta il suo cuore» risponda a un’intenzione pro-vita. Bisogna anche domandarsi se il testo concreto sia lo strumento migliore, se esistano i voti, quali modifiche sarebbero necessarie per sommare alleati e quale effetto avrebbe perdere la votazione. Alla Camera, l’approvazione è matematicamente possibile, ma la maggioranza non è costruita. Al Senato, lo scenario è ancora più stretto: la destra occupa esattamente la metà dei seggi e necessiterebbe, con affluenza completa, almeno un voto esterno anche supponendo un’unità che oggi nessuno può garantire.

Kast può sbagliarsi. Può stare amministrando con eccessiva prudenza delle convinzioni che anni fa formulava con molta più forza. Ma esiste anche la possibilità contraria: che lanciare ora un’offensiva senza i voti sufficienti non sia coraggio ma cattiva strategia. Perché una sconfitta non restituirebbe la vita a nessun bambino e potrebbe consegnare al movimento abortista qualcosa di politicamente molto più utile della mera conservazione della legislazione vigente: una votazione del Congresso che potesse essere esibita come sconfitta dell’agenda pro-vita del nuovo presidente.

Non sappiamo che quello sia il calcolo intimo di Kast, perché lui non lo ha detto. Sì sappiamo che i numeri del Congresso fanno sì che quel rischio sia reale. E tra affermare che una battaglia merita di essere combattuta e decidere quale è il momento in cui può essere vinta c’è una distanza che, in politica, può separare la fermezza dall’imprudenza.

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