Di Brad Miner
Nel nostro clima attuale di scetticismo e di senso di superiorità nei confronti dei nostri antenati, è facile, quasi obbligatorio, deridere le loro convinzioni e le loro debolezze. Il titolo di questa rubrica proviene da Monty Python and the Holy Grail (Monty Python e il Sacro Graal), la parodia del 1975 del gruppo comico britannico su tutto ciò che riguarda il mondo medievale. (Adattata per il teatro come Spamalot). A tratti è esilarante, cioè quando non diventa sacrilega e lasciva. È classificata come PG-13 (per maggiori di 13 anni), ma dovrebbe essere R (per adulti). Se l’hai vista, lo sai già; se non l’hai vista, attenzione: porta la malizia all’estremo del volgare. Sei avvisato.
Re Artù, interpretato con pomposa autorità da Graham Chapman, trotta attraverso un paesaggio fradicio mentre il suo fedele servitore, Patsy (Terry Gilliam), lo segue da dietro, battendo due metà di noce di cocco per imitare il suono degli zoccoli di un cavallo.
A un certo punto, Artù si imbatte in alcuni contadini che sembrano raccogliere… fango. Gli chiedono chi sia.
Re Artù: Io sono il vostro re.
Donna (Terry Jones): Be’, io non ti ho votato.
Re Artù: I re non si votano.
Donna: Be’, come sei diventato re allora?
[Si sente una musica angelica…]
Re Artù: La Dama del Lago, con il braccio vestito del più puro e splendente raso, sollevò in alto Excalibur dal fondo delle acque, significando per divina provvidenza che io, Artù, dovevo portare Excalibur. PER QUESTO sono il vostro re…
Dennis (Michael Palin): [interrompendo] — Ascoltami, che delle donne strane sdraiate negli stagni vadano distribuendo spade non è base per un sistema di governo. Il potere esecutivo supremo deriva da un mandato delle masse, non da una farsesca cerimonia acquatica.
Povero Artù. Non importa dove vada, è sempre la stessa cosa: lo scetticismo regna, non lui.
Tuttavia, ancora oggi, Artù esercita sovranità sulla nostra immaginazione se, naturalmente, stiamo immaginando un grande re. E non proseguirò senza sottolineare che sto lasciando fuori il vero Re, il nostro Signore.
Quando avevo 6 anni, la madre di mio padre venne a trovarci per badare a me e a mio fratello maggiore mentre i nostri genitori si prendevano una breve vacanza. Un pomeriggio ci portò a vedere Knights of the Round Table (I cavalieri della tavola rotonda), con Robert Taylor nel ruolo di Lancillotto, Ava Gardner in quello di Ginevra e Mel Ferrer in quello di Artù. Il film mi piacque moltissimo. Alle superiori comprai la registrazione del cast originale di Broadway di Camelot, di Lerner e Loewe, con Robert Goulet come Lancillotto, Julie Andrews come Ginevra e Richard Burton come Artù.
Solo nel mondo del cinema ci sono state diverse centinaia di film su Artù: da una dozzina o più nell’era del cinema muto a centinaia di film sonori, sia sul grande che sul piccolo schermo. E la maggior parte non aveva la minima relazione con il vero re Artù, e va bene così, perché Artù è più una leggenda che un fatto reale, il che significa che quella che chiamano “licenza poetica” è stata in gioco fin da quando “Artù” è apparso per la prima volta nella letteratura inglese.
Il suo nome compare inizialmente in fonti gallesi dei primi decenni del IX secolo, cioè più di quattro secoli dopo gli eventi che i documenti pretendono di registrare.
I romani pagani avevano in gran parte sterminato i druidi e gli altri pagani in Britannia e, dopo quattro secoli e mezzo di occupazione, le legioni cominciarono a tornare a Roma, incrociandosi lungo il cammino con i missionari cattolici che salivano dalla Città Eterna, battezzando al loro passaggio, finché nuovi pagani, i sassoni, attraversarono la Manica a metà del V secolo. Ed è questo il nesso storico da cui nacque la leggenda di “Artù”.
Ma ogni fonte sopravvissuta su Artù proviene da quattro secoli dopo. Nella più antica, egli non è un re ma un guerriero —e un guerriero cattolico, in effetti—; un soldato con l’immagine di Nostra Signora sul suo scudo. È invincibile in battaglia.
Poi arrivano gli angioini.
Angioino (da Angiò, un ducato nel nord della Francia) si riferisce alla linea dinastica che inizia con Enrico II. Egli era conte d’Angiò prima di diventare re d’Inghilterra. Ed è stato sotto la sua influenza e quella della sua regina che la storia di Artù passò da un semplice mito a uno spirito nazionale (e persino internazionale).
Quella regina, Eleonora d’Aquitania, era una donna formidabile. I cinefili la conoscono, lei ed Enrico, da The Lion in Winter (Il leone d’inverno): Katharine Hepburn contro Peter O’Toole. Tanto erano innamorati Enrico ed Eleonora della storia del re Artù e della sua regina, Ginevra, che concepirono la loro unione come una sorta di sequel, e le loro corti (a Westminster in Inghilterra e a Chinon in Francia) come Camelot del XII secolo.
Enrico complottò persino con i monaci dell’Abbazia di Glastonbury per “scoprire” le tombe di Artù e Ginevra. Dopo quasi settecento anni, mirabile dictu, il cranio della regina aveva ancora bellissimi ciuffi biondi!
Gli angioini commissionarono quasi tutte le opere importanti scritte su Artù —da Guglielmo di Malmesbury, Goffredo di Monmouth, Robert Wace, Chrétien de Troyes, Maria di Francia, Walter Map e Robert de Boron— finché non facciamo un salto in avanti di trecento anni fino a sir Thomas Malory, la cui opera Le Morte d’Arthur (La morte di Artù, 1470) è la “redazione definitiva” della leggenda (basata in gran parte su Chrétien). E il libro di Malory è stata la bibbia arturiana di Hollywood dalla prima pellicola muta fino a qualunque cosa venga dopo.
Ci si potrebbe chiedere perché uno scrittore inglese abbia scritto la vita del nostro eroe in due volumi e l’abbia intitolata La morte di Artù, ma in francese. La risposta è che non lo fece. L’editore William Caxton gli diede quel titolo. Malory voleva The Whole Book of King Arthur and of His Noble Knights of the Round Table (Il libro completo del re Artù e dei suoi nobili cavalieri della tavola rotonda).
Lancillotto e Ginevra, adulteri, sembrano ricreare la Caduta e poi fanno penitenza in un purgatorio terreno: entrambi si pentono dei loro peccati e abbracciano la vita religiosa; la dama, con totale sincerità. Dopo la sua morte, Lancillotto la seppellisce accanto ad Artù.
Artù, indipendentemente da come sia stato ritratto nei primi racconti su di lui, ci è giunto come un re cattolico. Un uomo di fede che cercò di creare una sorta di cielo in terra. Fu un nobile fallimento. Naturalmente, molti di coloro che videro Cristo crocifisso pensarono lo stesso di Lui. E Malory scrisse che sulla tomba di Artù ad Avalon c’erano le parole: Hic jacet Arthurus, Rex quondam, Rexque futurus. «Qui giace Artù, che fu re e sarà re», suggerendo una resurrezione e un ritorno.
E, evidentemente, il mondo continua ad aspettare il ritorno del suo vero Re.
Sull’autore
Brad Miner, marito e padre, è redattore capo di The Catholic Thing e membro accademico senior del Faith & Reason Institute. È stato redattore letterario di National Review e ha avuto una lunga carriera nell’industria editoriale. Il suo libro più recente è Sons of St. Patrick, scritto insieme a George J. Marlin. Il suo bestseller, The Compleat Gentleman, è ora disponibile in una terza edizione rivista e anche come edizione audio su Audible (narrata da Bob Souer). Il Sig. Miner ha fatto parte del consiglio di amministrazione di Aid to the Church In Need USA (Aiuto alla Chiesa che Soffre) e anche del consiglio di reclutamento del Servizio Selettivo nella contea di Westchester, New York.