Quando la libertà alza una ghigliottina
Il suo sangue continua a parlare, come quello di Abele, non per chiedere vendetta, ma per smascherare la menzogna mitica della sua epoca.
Il 17 luglio 1794, al calar della sera, sedici donne attraversarono Parigi su un carro di condannati diretti alla ghigliottina. Non portavano armi; non avevano cospirato, incendiato palazzi né versato sangue. Erano undici monache di coro, tre sorelle converse e due portinaie o sorelle esterne del Carmelo scalzo. Il loro delitto era aver continuato a essere ciò che erano: religiose, spose di Gesù Cristo, figlie di santa Teresa, donne consacrate alla preghiera.
La Rivoluzione che aveva promesso libertà le condannava per averla esercitata. Coloro che proclamavano i diritti dell’uomo negavano loro il diritto di appartenere a Dio. Chi stava per abbattere le tirannidi eresse una ghigliottina per tagliare la testa a donne indifese che pregavano. Non morirono per un crudele incidente della storia, ma perché la «libertà» separata dalla verità odia tutto ciò che non può dominare. Furono vittime di tre inganni diabolici: la libertà trasformata in dogma, l’uguaglianza che ammette solo uomini identici davanti allo Stato, la fraternità universale che esclude chi osa rivendicarla in Gesù Cristo, unico Fratello Maggiore, Figlio del Padre eterno.
Il Carmelo di fronte alla nuova religione
Il monastero dell’Annunciazione di Compiègne era stato fondato nel 1641 come uno dei primi frutti francesi della riforma teresiana. Per un secolo e mezzo le sue abitanti vissero un’esistenza nascosta, regolata dalla campana, dalla Santa Messa e dal lento susseguirsi delle ore liturgiche. Ma la Rivoluzione non poteva tollerare quella vita, non perché le monache costituissero una minaccia politica, bensì perché rappresentavano una contraddizione teologica. In una società che cominciava a dichiarare che l’uomo appartiene solo a se stesso, esse affermavano con il loro silenzio che la libertà più alta consiste nell’appartenere interamente a Dio. In un mondo che divinizzava la volontà autonoma, esse professavano l’obbedienza quando la Rivoluzione aboliva i voti religiosi considerandoli contrari alla sua «libertà». Ma le carmelitane sapevano che nessuno è più libero di chi consegna liberamente la propria vita per amore.
Nel 1790 furono soppressi gli ordini contemplativi. Nel settembre del 1792 le religiose furono espulse dal convento e la comunità si disperse in piccoli gruppi in varie case di Compiègne, ma continuò a vivere, per quanto possibile, il suo orario di preghiera, silenzio e fraternità. Le privarono del monastero, ma non del Carmelo; le spogliarono dell’abito, ma non della consacrazione. La persecuzione poteva chiudere i conventi, ma non rinchiudere la grazia; se scioglieva le comunità per decreto, non poteva abrogare la loro vocazione; se dichiarava inesistenti i loro voti nei registri dello Stato, non sarebbe riuscita a cancellarli da quei sedici cuori in cui Dio li aveva ricevuti.
«Fanatiche» del Sacro Cuore
Le carmelitane di Compiègne morirono anche per la loro devozione al Sacro Cuore di Gesù. Non furono giustiziate soltanto per possedere stampe devote, né il processo rivoluzionario si ridusse formalmente a una condanna del culto del Cuore di Cristo: furono condannate per la loro fedeltà alla vita religiosa, per la loro adesione alla Chiesa, per il loro rifiuto pratico della scristianizzazione e per ciò che il tribunale chiamava «fanatismo». Tra gli indizi usati contro di loro figuravano proprio le testimonianze della loro devozione ai Sacri Cuori di Gesù e di Maria. Furono condannate per il loro «fanatismo» unito a quella devozione e per il loro legame con l’autorità legittima. L’accusa è rivelatrice: il Cuore di Gesù risultava particolarmente intollerabile per la nuova religione rivoluzionaria. Non era una devozione come le altre, ma la proclamazione che il centro del mondo non è la volontà umana, bensì l’amore di Dio fatto carne; che l’umanità non si salva costruendo paradisi politici, ma lasciandosi redimere da un Cuore trafitto; che al di sopra delle assemblee, dei comitati e delle costituzioni c’è il regno di Gesù Cristo. Mentre la Rivoluzione pretendeva rifare l’uomo, il Sacro Cuore ricordava che l’uomo ha bisogno di essere redento; se la Rivoluzione cercava di imporre la salvezza mediante la politica, il Cuore di Cristo offriva la salvezza per grazia. La Rivoluzione esigeva un’adesione totale a un’idea e le carmelitane avevano già consegnato la loro totalità a una Persona. Per questo erano «fanatiche». Gli fecero il più bel complimento! Erano «fanatiche», sì, se il fanatismo significava non ammettere che alcun potere umano potesse occupare il posto di Dio. Fanatiche della mansuetudine, della riparazione, dell’adorazione e dell’amore; fanatiche di un Cuore che, perdonando, si era lasciato trafiggere da tutti.
L’offerta
Nel 1792, quando la persecuzione diventava sempre più minacciosa, la priora, madre Teresa di Sant’Agostino, propose alla comunità un atto di offerta a Dio in olocausto affinché la pace fosse restituita alla Chiesa e alla Francia. Non tutte furono in grado di accettarlo immediatamente: qualcuna provò timore, e questo rende il loro martirio più umano, più cristiano e più grande. Perché il martire non è chi non sente paura, ma chi, provandola, lascia che la carità sia più forte del timore. La grazia non distrugge la fragilità: la prende per mano e la conduce dove essa da sola non sarebbe mai arrivata.
Quelle donne non giocarono romanticamente con l’idea di morire: sapevano cos’era la ghigliottina; avevano visto come la Rivoluzione divorava i propri figli; conoscevano i carri dei condannati, gli insulti, il rumore della lama, le fosse comuni. Per questo la loro offerta non fu una pia fantasia, ma un atto sacerdotale, poiché, pur non essendo sacerdoti ministeriali, vissero fino in fondo la dimensione oblativa che appartiene a ogni vita cristiana, facendo di se stesse, ciascuna, un’ostia viva. E Dio, che non ha bisogno di sangue ma accetta l’amore che si dona, prese sul serio la loro preghiera.
Un processo contro Dio
Le religiose furono arrestate nel giugno del 1794. Trasferite a Parigi, comparvero il 17 luglio davanti al Tribunale Rivoluzionario. Il processo fu sommario; la sentenza, decisa in anticipo. Quando fu usata contro di loro la parola «fanatismo», suor Enrichetta di Gesù chiese all’accusatore di spiegare cosa significasse. La risposta fu brutale e luminosa: il fanatismo era la loro adesione a credenze infantili e a pratiche religiose ridicole. Allora suor Enrichetta comprese che la sentenza non puniva un crimine politico, ma la fede, e disse alle sue sorelle che dovevano rallegrarsi, perché sarebbero morte per la loro santa religione e per la loro fedeltà alla Chiesa cattolica. Il linguaggio del tribunale aveva dissipato ogni dubbio: non le uccidevano come cospiratrici, ma come credenti. In realtà, quel giorno non si giudicarono sedici carmelitane: si giudicò il diritto di Dio di essere amato al di sopra dello Stato, la possibilità che esista sulla terra uno spazio interiore che il potere non possa occupare, la libertà della coscienza cristiana. E, come accade sempre quando un potere assoluto giudica Dio, finì per condannare l’uomo.
Il carro, «passo» di processione
Uscendo verso il patibolo, le carmelitane non organizzarono una protesta né gridarono slogan né risposero all’odio con l’odio. Cantarono. Il carro delle condannate divenne coro monastico e il cammino verso la piazza del Trono Abbattuto si trasformò in processione liturgica. Il potere aveva voluto ridurle al silenzio, ed esse risposero con la musica, trasformando la loro degradazione pubblica e ignominiosa in ufficio divino. Quelle donne sconfitte mostrarono a tutta Parigi la bellezza di una comunità che moriva come aveva vissuto: unita e cantando il Miserere, la Salve Regina e, ai piedi del patibolo, il Veni Creator Spiritus. Così andarono al patibolo: pregando e cantando, rinnovando la loro consacrazione, una dopo l’altra, davanti alla priora. Prima di salire, ogni religiosa si inginocchiava davanti a madre Teresa di Sant’Agostino, chiedeva il permesso di morire e rinnovava la sua obbedienza. Poi baciava una piccola immagine della Vergine e si consegnava al boia.
La più giovane, suor Costanza, fu tra le prime. I suoi ventinove anni avanzarono con gioia, come chi va a una festa. La priora volle morire per ultima, come una madre che accompagna tutte le sue figlie fino alla porta e la varca solo dopo aver constatato che nessuna è rimasta indietro. Sedici volte cadde la lama. Sedici voci si spensero. Il silenzio rimbombò nella piazza quando la folla scoprì di aver assistito a qualcosa di santo.
Bernanos: la paura visitata dalla grazia
Alla storia di Compiègne la Provvidenza volle dar seguito attraverso la letteratura e la musica.
Nel 1931 Gertrud von Le Fort pubblicò «L’ultima al patibolo», ispirandosi liberamente alle martiri. Introdusse il personaggio fittizio di Bianca de la Force, una giovane dominata dalla paura. Anni dopo Georges Bernanos ricevette l’incarico di scrivere i dialoghi per un film tratto da quell’opera. Il progetto cinematografico non andò allora in porto, ma il testo apparve postumo con il titolo «Dialoghi delle carmelitane». Francis Poulenc lo trasformò poi in una delle opere religiose più intense del XX secolo, rappresentata per la prima volta nel 1957.
Bernanos non si limitò a rielaborare un’epopea storica; penetrò nel mistero cristiano della paura con un’intuizione profondamente cattolica: la grazia non sempre toglie la paura; a volte la trasfigura. Ci sono persone chiamate a dare a Dio non una forza naturale che possiedono, ma una debolezza che Egli redime. Bianca non è santa perché è coraggiosa, ma perché, dopo essere fuggita, aver tremato e credersi indegna, giunge all’ora in cui la grazia l’aspettava. La libertà cristiana non consiste nel non avere paura, ma nel fatto che la paura non abbia l’ultima parola. Di fronte all’eroe pagano, che domina il proprio destino con la forza del carattere, il martire cristiano riceve una forza che non è sua. Non sale al patibolo per dimostrare di essere superiore agli altri: sale sostenuto da un Altro. Per questo le carmelitane di Bernanos non sono statue: discutono, dubitano, tremano, si contraddicono. Eppure, nell’ora finale, tutte le loro povertà vengono assunte nella comunione dei santi.
L’ultima scena, resa popolare da Poulenc, offre un’intuizione teologica straordinaria: le voci scompaiono una a una al colpo secco della ghigliottina, ma il canto non viene distrutto; si assottiglia, si purifica, sale. Sembra che la morte vinca ogni cantante e, tuttavia, non riesce a vincere la canzone. La Chiesa è proprio questo: un canto che attraversa i secoli anche se cadono coloro che lo intonano.
Le ghigliottinate sugli altari
Il processo di beatificazione fu aperto alla fine del XIX secolo. Le carmelitane di Compiègne furono beatificate da san Pio X il 27 maggio 1906 come le prime martiri della Rivoluzione Francese riconosciute solennemente dalla Chiesa. La Francia viveva allora una nuova ondata di laicismo militante. La Legge di Separazione tra Chiesa e Stato era stata approvata nel 1905. Congregazioni religiose venivano espulse, comunità disperse e beni ecclesiastici nuovamente confiscati. San Pio X elevava agli altari delle religiose espulse da una rivoluzione proprio mentre altre religiose francesi tornavano a conoscere l’esilio. Non fu un gesto politico, ma un’affermazione profetica: le ideologie cambiano nome, addolciscono il loro vocabolario, sostituiscono la ghigliottina con il decreto amministrativo, ma la tentazione di espellere Dio dalla vita pubblica rimane.
Beatificandole, la Chiesa non canonizzava un’opzione monarchica né una nostalgia storica. Riconosceva che nessuna legge può dichiarare illegittima la donazione totale a Dio; che il martirio è l’atto supremo della libertà religiosa; e che quelle donne, considerate inutili dalla società rivoluzionaria, avevano compiuto uno degli atti più fecondi della storia spirituale della Francia.
Il 18 dicembre 2024 papa Francesco decise di estendere alla Chiesa universale il culto della beata Teresa di Sant’Agostino e delle sue quindici compagne, iscrivendole nel catalogo dei santi mediante canonizzazione equipollente, una forma eccezionale che non richiede un nuovo processo di miracolo perché riconosce un culto antico, stabile e diffuso, la fama costante di santità e la solidità storica e dottrinale della causa.
Alcune monache nascoste, cancellate dalla Rivoluzione, gettate in una fossa comune del cimitero di Picpus, venivano proposte come sante a tutta la Chiesa. Se la Rivoluzione volle privarle persino di una sepoltura individuale, la Chiesa diede loro un nome eterno; se il mondo le contò tra i nemici del popolo, la Chiesa le iscrisse nel libro dei santi.
Dopo la canonizzazione, il convento vuoto
Nel 2026 ci fu un epilogo doloroso: il 21 aprile il vescovo di Beauvais annunciò la chiusura della comunità carmelitana di Compiègne, stabilita dal 1992 a Jonquières. Il comunicato diocesano spiegava le ragioni: età avanzata delle religiose, diminuzione del loro numero, assenza di nuove vocazioni e impossibilità di trovare rinforzi da altri monasteri. L’uscita delle sorelle sarebbe avvenuta progressivamente. Paradosso doloroso: mentre il mondo intero riscopriva le carmelitane di Compiègne, la Chiesa le canonizzava, i teatri continuavano a rappresentare il loro martirio e la musica di Poulenc commuoveva credenti e non credenti, il Carmelo che custodiva la loro memoria rimaneva vuoto perché non ci sono giovani disposte a succedere a quelle eroine. Applaudiamo il loro eroismo, ma la Francia odierna ha cessato di generare le condizioni spirituali in cui può nascere una vocazione simile. La figlia primogenita della Chiesa conserva o restaura cattedrali, organizza concerti sacri e trasforma i monasteri in patrimonio culturale, ma il cristianesimo non sopravvive come patrimonio. Una chiesa senza fedeli finisce per diventare un museo; un monastero senza vocazioni finisce per diventare un archivio; una tradizione che nessuno più sceglie diventa un ricordo.
La chiusura del Carmelo di Compiègne è, per questo, qualcosa di più di una riorganizzazione conventuale. È una domanda rivolta all’Europa. Cosa è successo in una terra capace di produrre san Bernardo, san Luigi, santa Giovanna d’Arco, san Vincenzo de’ Paoli, santa Margherita Maria, il Curato d’Ars, santa Teresa e le martiri di Compiègne, perché ora risulti così difficile trovare sei, otto o dieci giovani disposte a consegnare la vita a Dio nel silenzio?
Sarebbe ingiusto affermare che la Francia manca assolutamente di vocazioni o di vitalità cristiana. Ce ne sono, e esistono comunità fresche e feconde, come un altro Carmelo, quello un tempo invecchiato di Alençon, che anni fa optò per la liturgia tradizionale e si popolò di giovani dai quattro punti cardinali. Ma la chiusura di un Carmelo così simbolico come quello di Compiègne rivela una ferita profonda: una civiltà può continuare ad ammirare i frutti della fede dopo averne strappato le radici.
Le false libertà
Cosa ci insegnano oggi le carmelitane di Compiègne? Innanzitutto che non ogni libertà libera.
La Rivoluzione parlava di libertà mentre proibiva i voti religiosi, non tollerando che una donna scegliesse di obbedire, vivere in clausura, custodire la castità e appartenere a Gesù Cristo. La nuova società si arrogava il diritto di decidere quali opzioni potessero chiamarsi libere e quali dovessero essere annullate per il bene di chi le aveva scelte. È una tentazione molto moderna invocare la libertà per sradicare l’uomo da ogni legame che non sia stato fabbricato da lui stesso. Si presenta come liberazione la rottura con la natura, con la tradizione, con la famiglia, con la storia e persino con il proprio corpo. Ma, paradossalmente, quanto più si proclama l’autonomia assoluta, tanto più si moltiplicano i poteri che pretendono di definire cosa dobbiamo pensare, quali parole possiamo pronunciare, quali convinzioni risultano ammissibili e quale presenza pubblica può essere concessa alla fede.
La falsa libertà comincia dicendo: «Non hai bisogno di Dio». Continua affermando: «Non devi parlare di Dio». E finisce sentenziando: «Non ti permetteremo di vivere come se Dio esistesse». Non sempre arriva con una ghigliottina; a volte lo fa con un sorriso, una campagna culturale, un’esclusione professionale, una caricatura permanente o una legge redatta con parole impeccabili. Ma la logica è la stessa quando il potere cessa di proteggere la libertà religiosa e comincia a concedere ai credenti un permesso condizionato per esistere.
Le carmelitane ci ricordano che la libertà non consiste nel non avere legami, ma nel poter amare il bene senza coercizione. Esse avevano scelto liberamente la clausura, e la Rivoluzione volle «liberarle» obbligandole ad abbandonare ciò che amavano. Chi le privò della libertà non fu il voto, ma lo Stato che dichiarò nullo il voto. La grata non fu la loro prigione: lo fu l’ideologia che non sopportava di vederle dietro la grata.
La fecondità dell’inutile
Le martiri di Compiègne insegnano anche il valore immenso delle vite che il mondo considera inutili. Quelle monache non gestivano ospedali, non dirigevano università, non pubblicavano giornali, non partecipavano a dibattiti pubblici. Pregavano. E per la mentalità utilitaristica della Rivoluzione, pregare era non fare nulla. Tuttavia, quando la Francia si dissanguava, furono proprio loro a offrire la vita per la pace.
Il contemplativo sembra non intervenire nella storia, ma tocca la fonte segreta da cui la storia dipende. Non cambia prima le strutture; si presenta davanti a Dio con la sofferenza del mondo nelle mani. Non produce risultati misurabili; permette che la grazia continui a scendere su un’umanità che neppure sa di averne bisogno.
Dieci giorni dopo la morte delle carmelitane cadde Robespierre e finì il Terrore. Non si può dimostrare storicamente un nesso causale tra i due eventi, né la fede ha bisogno di trasformare la cronologia in una prova matematica, ma il cristiano può contemplare in quella vicinanza una misteriosa corrispondenza: esse avevano chiesto la pace e offerto la vita; pochi giorni dopo, la macchina del Terrore cominciò a divorare chi la manovrava e perse il suo dominio. La preghiera non è magia né l’offerta un meccanismo. Ma Dio governa la storia anche attraverso le vite nascoste che si donano per gli altri.
Morire insieme
C’è ancora un insegnamento particolarmente necessario per il nostro tempo: le carmelitane non morirono isolate, ma in comunità. La modernità esalta l’eroe solitario; il cristianesimo contempla una comunione.
La più forte sostenne la più debole, l’anziana incoraggiò la giovane, la priora ricevette la professione rinnovata delle sue figlie; ciascuna ascoltò tacere le voci delle altre e seppe che presto sarebbe arrivato il suo turno. Non possedevano tutte lo stesso temperamento né sentivano tutte identico coraggio, ma condividevano una vocazione, una regola, una mensa, un coro, una Madre e uno Sposo. Il martirio fu l’ultima ricreazione conventuale; la piazza, il loro coro; la ghigliottina, la loro porta di clausura definitiva; il cielo, la loro cella eterna.
Di fronte a una cultura che ci frammenta, ci rinchiude in identità individuali e ci lascia soli davanti alla sofferenza, esse mostrano che la santità consiste anche nel lasciarsi portare dalla fede dei fratelli quando la propria vacilla.
Forse qualcuna salì al patibolo perché aveva visto salire la precedente, o poté cantare perché ascoltava cantare le altre. Così vive la Chiesa. Così ha attraversato le persecuzioni. Così permane quando tutto sembra crollare: una voce sostiene l’altra finché tutte si fondono nello stesso canto.
Il Cuore contro la lama
Il contrasto definitivo non si stabilisce tra alcune monache e alcuni rivoluzionari, ma tra due simboli: il Cuore e la ghigliottina. Questa rappresenta il potere che semplifica eliminando. Quando una realtà umana non entra nell’ideologia, si taglia; quando una voce dà fastidio, si zittisce; se una coscienza non si sottomette, si sopprime.
Il Cuore di Gesù rappresenta il contrario. Non elimina il peccatore: se lo carica; non taglia la testa del nemico: si lascia incoronare di spine; non versa il sangue altrui: dona il proprio; non salva distruggendo ma lasciandosi distruggere. Se la Rivoluzione offriva di rigenerare la Francia mediante la morte dei colpevoli, Cristo aveva rigenerato il mondo morendo per i colpevoli.
Le carmelitane scelsero il Cuore e proprio per questo poterono camminare verso la lama senza diventare interiormente ciò che le uccideva. Non odiarono i loro carnefici né chiesero a Dio di castigare Parigi: si offrirono per la Francia.
Tale è la differenza tra il martire e il fanatico: questi uccide per la sua idea; quello muore per amore. Il fanatico sacrifica gli altri; il martire offre se stesso; il primo ha bisogno di nemici; il secondo intercede per chi lo distrugge.
Esse furono chiamate fanatiche del Sacro Cuore, ma proprio perché appartenevano a quel Cuore, non divennero fanatiche dell’ideologia.
Cosa ci chiedono oggi le carmelitane di Compiègne? Non l’ammirazione estetica di commuoversi con Bernanos o di rabbrividire con Poulenc. Non basta visitare Picpus, venerare le loro reliquie o lamentare la chiusura del convento. Ci chiedono quale libertà siamo disposti a difendere e se il Sacro Cuore è per noi un’immagine amabile o il vero Re e centro della nostra vita; se crediamo ancora nella fecondità della preghiera contemplativa e chiedono se le nostre famiglie sono capaci di consegnare figli e figlie a Dio; se vogliamo vocazioni o sentiamo solo nostalgia quando scompaiono. E, soprattutto, ci chiedono cosa canteremo quando arriverà la nostra ora. Perché tutti camminiamo verso un patibolo, anche se non ha lama né sorge in una piazza. La morte attende ogni uomo. La questione non è se saliremo, ma come saliremo: aggrappati a noi stessi o consegnati; nella solitudine o dentro la comunione della Chiesa; maledicendo o cantando.
Quelle donne avevano provato per anni il loro ultimo canto. Ogni ufficio divino, ogni Gloria Patri, ogni Salve Regina, ogni atto di obbedienza e ogni silenzio del Carmelo avevano preparato il pomeriggio del 17 luglio. Nessuno improvvisa il martirio: si impara a morire imparando ogni giorno a donarsi.
Il canto non è finito
Il convento rimane vuoto. Le sorelle se ne vanno. Il silenzio si installerà nei corridoi di Jonquières. Può sembrare che la Rivoluzione, due secoli dopo, abbia ottenuto ciò che non riuscì a fare con la ghigliottina: spegnere il Carmelo di Compiègne. Ma non è così. La comunità storica fu dispersa nel 1792 e annientata nel 1794. Tuttavia, non è mai stata così viva come ora che tutta la Chiesa pronuncia il nome di quelle sante. Il Carmelo non dipende unicamente da alcune mura; lo stesso fuoco può accendersi in un altro luogo, in un’altra giovane, in un’altra comunità, in un altro paese. Il sangue delle martiri non garantisce automaticamente le vocazioni, ma le reclama, le implora e le rende possibili.
Forse la chiusura del convento è anche un appello. Le sante carmelitane, appena iscritte nel catalogo universale della Chiesa, non vogliono soltanto che contempliamo la loro gloria, ma che chiediamo in ginocchio una rinascita. Forse la loro canonizzazione non è la chiusura solenne di una storia, ma l’inizio di una nuova missione.
La Francia non ha bisogno soltanto di conservare la memoria delle sue carmelitane: deve tornare a generarle. L’Europa non ha bisogno soltanto di ammirare i suoi martiri, ma di recuperare la fede per la quale valeva la pena morire. E la Chiesa non ha bisogno di rimpiangere tempi eroici, ma di cattolici convinti che Gesù Cristo continua a meritare una donazione totale.
Quando cadde l’ultima testa, il boia credette che il canto fosse finito, ma si sbagliava. Il canto passò dalla piazza al cielo, dal cielo alla Chiesa, dalla Chiesa a Bernanos, da Bernanos a Poulenc, da Poulenc ai teatri del mondo e da questi al cuore di coloro che, anche senza fede, percepiscono che quelle donne possedevano una libertà che i loro carnefici non compresero mai.
La ghigliottina fece rumore per alcuni secondi; il Veni Creator risuona da più di due secoli. E continuerà a farlo finché ci sarà sulla terra una sola anima disposta a dire a Cristo: «la mia vita è tua; la mia libertà consiste nell’appartenerti; il mio cuore riposa dentro il tuo». Allora la lama della ghigliottina potrà cadere, ma non vincerà.