Quando la fedeltà alla Chiesa portò alla persecuzione di un intero popolo

Quando la fedeltà alla Chiesa portò alla persecuzione di un intero popolo

Lo storico francese Reynald Secher, uno dei principali specialisti delle guerre di Vandea, sostiene che lo sterminio attuato dal regime giacobino contro la popolazione cattolica di questa regione durante la Rivoluzione Francese costituisca «il primo genocidio moderno» e l’antecedente dei grandi totalitarismi dei secoli XIX e XX.

In un’intervista concessa al quotidiano italiano Il Sussidiario, Secher sostiene che la repressione scatenata tra il 1793 e il 1794 non può essere interpretata come una semplice guerra civile, bensì come un piano deliberato dello Stato rivoluzionario per eliminare una parte della propria popolazione per ragioni ideologiche.

«La libertà o la morte»

Autore di diversi studi sulla Vandea, Secher spiega che le sue ricerche sono iniziate in seguito al lavoro svolto insieme allo storico Jean Meyer e alla raccolta di documenti ufficiali, testimonianze e archivi che, a suo giudizio, rivelano l’esistenza di una catena di comando perfettamente strutturata dal Comitato di Salute Pubblica fino alle truppe incaricate di eseguire gli ordini sul campo.

Secondo lo storico, le autorità rivoluzionarie consideravano gli abitanti della Vandea un gruppo «irrecuperabile» per la loro fedeltà alla fede cattolica e alla monarchia, il che portò all’adozione di una politica di sterminio.

«Per la prima volta nella storia uno Stato sovrano tentò consapevolmente di sterminare una parte del proprio popolo, non per ciò che aveva fatto, ma per ciò che rappresentava», afferma Secher.

Lo storico ritiene che la definizione di genocidio elaborata dal giurista Raphael Lemkin —che coniò il termine dopo la Seconda guerra mondiale— permetta di comprendere giuridicamente quanto accaduto in Vandea.

La Costituzione Civile del Clero e l’origine dell’insurrezione

Sebbene la leva obbligatoria decretata dalla Convenzione Nazionale nel 1793 sia solitamente indicata come il detonante immediato della ribellione, il conflitto aveva radici più profonde. Fin dai primi anni della Rivoluzione, gran parte della popolazione della Vandea aveva rifiutato la Costituzione Civile del Clero, approvata nel 1790, che subordinava la Chiesa al nuovo Stato rivoluzionario.

La norma obbligava vescovi e sacerdoti a prestare giuramento di fedeltà al regime. Coloro che accettarono tale impegno furono noti come «sacerdoti giurato», mentre coloro che rimasero fedeli al Papa furono allontanati dalle loro parrocchie, perseguitati, deportati o giustiziati. In Vandea, la popolazione continuò a sostenere in maggioranza questi sacerdoti «refrattari», facendo della difesa della fede e della libertà religiosa uno dei principali motori della sollevazione.

La persecuzione della Chiesa al centro del conflitto

Per Secher, la dimensione religiosa risulta inseparabile dall’insurrezione vandeana. Pur ricordando che in altre regioni della Francia vi furono sollevazioni motivate anche da ragioni politiche o territoriali, sostiene che in Vandea la difesa della fede cattolica e della libertà religiosa costituì il nucleo della resistenza contro il potere rivoluzionario.

L’introduzione della leva obbligatoria fu il detonante immediato della ribellione, ma lo storico ritiene che l’opposizione alla persecuzione contro la Chiesa e il rifiuto delle politiche anticristiane promosse dai giacobini furono elementi decisivi per spiegare la mobilitazione popolare.

«Qui stanno le radici dei totalitarismi»

Secher sostiene che il progetto rivoluzionario conteneva fin dalle origini una logica totalitaria.

«Chi pretende di creare un uomo nuovo non può tollerare alcuna forma di disaccordo con l’ideologia ufficiale», afferma, prima di assicurare che il motto rivoluzionario «la libertà o la morte» sintetizza tale concezione politica.

A suo giudizio, la volontà di eliminare coloro che rifiutavano il nuovo ordine rivoluzionario fece della Vandea un precedente storico dei regimi totalitari successivi.

Un dibattito ancora aperto in Francia

Più di due secoli dopo quegli eventi, lo storico ritiene che la Rivoluzione Francese continui a essere un tema particolarmente delicato nella vita pubblica francese.

Pur riconoscendo che negli ultimi decenni diversi ricercatori hanno contribuito a rivedere l’interpretazione tradizionale della guerra di Vandea, lamenta che i manuali scolastici e gran parte dei media continuino a presentare quei fatti da una prospettiva che, a suo avviso, minimizza la persecuzione subita dalla popolazione vandeana.

Secher sostiene inoltre che la frattura culturale emersa durante la Rivoluzione non è scomparsa del tutto e che persiste ancora uno scontro tra chi rivendica l’eredità rivoluzionaria e chi difende le radici cristiane della Francia.

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