Abbiate pietà e lasciate i fedeli in disparte

Abbiate pietà e lasciate i fedeli in disparte

È bene iniziare dicendo chi sono, perché si parla molto di loro e a volte vengono descritti in modo malevolo. Il fedele che frequenta una cappella della Fraternità Sacerdotale San Pio X non è, in generale, quel personaggio superbo che da un account anonimo sui social media soggioga l’intero universo e dedica i pomeriggi a spiegarci l’invalidità della Messa nuova. Quel personaggio esiste, ma è una caricatura minoritaria. I fedeli sono migliaia di persone normali, molte delle quali umili, famiglie con bambini che si agitano in banco, anziani che arrivano con il loro messale consumato, madri che fanno quaranta minuti di macchina ogni domenica perché nella loro città non c’è nessuna parrocchia dove si celebrano i sacramenti nel rito tradizionale, uomini che confessano i loro peccati i primi venerdì e che vogliono, semplicemente, vivere in grazia il maggior tempo possibile e che l’Eucaristia, che è medicina e non trofeo, li aiuti a sostenere un quotidiano che ha già abbastanza peso di per sé.

Si pensi al chierichetto di Nairobi che ha imparato a servire la messa con i sacerdoti arrivati nel suo quartiere, o all’anziana di un paese della Repubblica Dominicana a cui quegli stessi sacerdoti portano la comunione e le parlano di Cristo, o alla famiglia di una capitale europea che ha scoperto la liturgia tradizionale quasi per caso e si è sentita commossa, interpellata, raggiunta da un modo di celebrare che le ha spalancato il mistero. Molte di queste persone hanno conosciuto Cristo grazie a questi preti. Non hanno scelto una fazione: hanno trovato una porta, e vi sono entrati come si entra sempre nella Chiesa, cercando il perdono e il Pane.

Ora, questa totalità pratica dei fedeli non ha né la posizione, né l’informazione, né le compete direttamente le decisioni sul funzionamento o sulla continuità dei cinque seminari da cui escono i sacerdoti che poi li assistono. Sanno, al massimo, che quei seminari hanno bisogno di ordinazioni e che le ordinazioni hanno bisogno di vescovi, ma non partecipano a quel processo né viene loro chiesta un’opinione al riguardo. Esattamente come me, fedele diocesano, non ho un’idea precisa di come funzioni il seminario della mia diocesi, né di quali decisioni amministrative vi si stiano prendendo, né di chi ordinerà i sacerdoti che tra qualche anno mi confesseranno, né se il mio vescovo obbedisca o disobbedisca a un’indicazione romana. Non solo non sono al corrente: è che non ho il dovere di esserlo, e soprattutto non mi compete. Nessuno ha mai sostenuto che la comunione ecclesiale del fedele comune dipenda dalla sua vigilanza sulla gestione episcopale.

Su un piano completamente diverso si colloca la disobbedienza. I superiori della Fraternità hanno deciso di consacrare vescovi perché, dicono, quelli che ordinavano i loro seminaristi sono molto anziani, perché la salute non aspetta e perché hanno ritenuto che la continuità della loro opera lo esigesse; e lo hanno fatto senza mandato pontificio, che è esattamente ciò che il diritto della Chiesa proibisce sotto pene severissime. Si può discutere se avrebbero dovuto negoziare più a lungo, se annunciare a febbraio ciò che si è consumato a luglio sia stato precipitoso, se ci fosse ancora margine per un punto di convergenza con Roma. Me lo chiedo anch’io, e sospetto che molti fedeli se lo chiederanno con dolore. Ma quella decisione, con tutte le sue conseguenze disciplinari, appartiene a chi l’ha presa. È una disobbedienza gerarchica, oggettiva, sanzionabile, sulla quale l’autorità legittima può e forse deve agire con durezza giuridica. Ciò che non è, è la rottura di un dogma. Nessuno ha negato la primazia di Pietro, nessuno ha negato il Papa, nessuno ha proclamato dottrina alcuna contro la fede. Contro quale dogma sono questi fedeli? C’è forse un dogma nuovo di cui non ci siamo accorti? Chiamare scisma ciò che è disobbedienza (anche se grave), ed estendere poi quello scisma come una macchia d’olio su gente che vuole solo sacramenti, rasenta l’abuso canonico.

Coinvolgere la gente semplice, spaventare le famiglie, indicare l’anziano che va a Messa dove può e come può, affermare che il padre del Kansas, di Guadalajara o delle Filippine è rimasto aderente a uno scisma per la disobbedienza di Pagliarani, Galarreta o Fellay è del tutto eccessivo. Queste persone – i fedeli di base – non hanno deciso nulla, non sono state consultate su nulla, non dispongono delle informazioni per giudicare a fondo e non si può loro chiedere ciò che non è nemmeno alla loro portata conoscere. Ciò di cui hanno bisogno sono sacramenti, e sacramenti conformi alla Chiesa Cattolica. E quando si suggerisce che dovranno presentarsi individualmente davanti al vescovo, firmare un documento di ritrattazione ed essere riammessi uno a uno, come se tornassero da una setta, non si può evitare di pensare che la procedura abbia proprio questo: un aspetto settario, un sapore di purga amministrativa che non è cattolico, che non lo è, sinceramente, perché la Chiesa non ha mai trattato così coloro che cercano la grazia, ma coloro che la combattono.

Essendo d’accordo sul fatto che la disobbedienza debba avere conseguenze, e che il diritto disponga di meccanismi duri per chi la compie (i quali, tra l’altro, hanno anche diritto di difesa), vi chiedo umilmente di distinguere: distinguere con pietà tra il superiore che decide e il fedele che prega, tra l’atto che ferisce la comunione e la moltitudine che non lo firma; tra la disciplina, che è necessaria, e il castigo indiscriminato, che è scandalo. Sanzionate chi deve essere sanzionato, con tutto il rigore del diritto se necessario. Ma alle famiglie, agli anziani, ai bambini, al chierichetto di Nairobi e alla nonna dominicana, abbiate pietà e lasciateli fuori. Loro non sono il problema. Loro sono, esattamente, ciò per cui esiste la Chiesa.

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