Il Papa apre il concistoro con un'omelia incentrata sull'unità della Chiesa e sul dono della pace

Omelia completa di Leone XIV

Il Papa apre il concistoro con un'omelia incentrata sull'unità della Chiesa e sul dono della pace

Il papa Leone XIV ha inaugurato questo venerdì il concistoro straordinario che riunisce a Roma il Collegio cardinalizio con un appello a rafforzare la comunione ecclesiale e ad affrontare uniti le sfide della Chiesa e del mondo.

Nella messa celebrata nella basilica di San Pietro, il Pontefice ha chiesto di lavorare per la pace di fronte ai conflitti che lacerano l’umanità, ha incoraggiato a proseguire l’applicazione del cammino sinodale a partire dall’unità della fede e ha difeso un esercizio dell’autorità fondato sull’ascolto e sul servizio: «Il ministero petrino trova in me chi chiede aiuto, non chi comanda».

Lasciamo di seguito l’omelia completa: 

Cari e venerati fratelli:

ci siamo riuniti attorno all’altare del Signore, accanto alla tomba di san Pietro, per dare inizio al Concistoro. Veniamo a celebrare questa Eucaristia provenienti da tutti gli angoli del mondo: insieme alla nostra vita, offriamo a Dio le comunità e i popoli che portiamo nel cuore, così come i progetti e le esperienze pastorali, sia quelle gioiose sia quelle difficili.

Questa varietà di sentimenti e pensieri converge ora, cioè trova il suo centro luminoso che è Cristo. Egli stesso, in persona, si rivolge a noi dicendo: «Io sono la vite vera» (Gv 15,1). Per mezzo di Gesù, la grazia e la verità fluiscono nella nostra vita (cf. Gv 1,17), rinnovandoci intimamente; questi doni divini sono anche la linfa feconda del Concistoro che oggi inauguriamo. È lo stesso Vangelo che prepara le condizioni affinché questo sia fecondo: «Rimanete in me come io in voi» (Gv 15,4). Da un lato, il Maestro ci avverte così che «separati da me non potete far nulla» (v. 5); dall’altro, vuole che i suoi discepoli diano «molto frutto» (v. 8). Sì, molto; la grazia di Dio non produce in chi l’accoglie una crescita stentata, ma uno sviluppo rigoglioso. Il Verbo eterno, infatti, si è fatto uomo affinché tutti «abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). Iniziata nella fede, questa vita viene persino rafforzata dalla prova della potatura, perché è coltivata dalla sollecitudine del Padre.

Per questo, mentre chiediamo a Dio di concederci forza e sapienza, risulta significativo che il nostro Concistoro abbia luogo alla vigilia della solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo. Soffermiamoci insieme su questa commemorazione, che ricorda le colonne della Chiesa cattolica e romana, i due missionari martiri la cui predicazione si è fusa con la loro vita, al punto da diventare parte delle Sacre Scritture.

Ascoltando oggi le parole di san Paolo ai Corinzi, possiamo apprezzare la felice consonanza con quelle del Vangelo. I vari carismi, infatti, i ministeri e le attività ecclesiali sono come i tralci dell’unica vite, cioè dell’unico Signore (cf. 1 Cor 12,4-6), che infonde lo Spirito Santo nella sua Chiesa. A questa unità organica corrisponde il criterio che rende tutti questi servizi ecclesiali buoni e gratificanti: il criterio del bene comune (cf. v. 7).

Cari fratelli, dalla Parola di Dio che abbiamo appena ascoltato vorrei trarre alcune indicazioni per il nostro discernimento di questi giorni.

In primo luogo, l’esempio dei santi Pietro e Paolo ci incoraggia a condividere nella fede la vera libertà. Infatti, è proprio la relazione con il Signore Gesù che ci libera dal peccato e dalla paura: mentre ci chiama a seguirlo, Egli stesso ci invia nel mondo come successori degli apostoli. Annunciare il Vangelo, celebrare i sacramenti e dedicarci al gregge del Signore si realizza e dà frutto nella misura in cui crediamo in Lui, Buon Pastore. La fede è quella virtù, mai data per scontata, che dà vita alla Chiesa, perché corrisponde alla grazia che nutre i tralci dell’unica vite. La Chiesa viva è la Chiesa che crede, per il dono dello Spirito Santo effuso nei nostri cuori: questa è la Chiesa che dà molto frutto. Come la grazia divina precede la libertà umana, così la fede della Chiesa precede la nostra e esige che ne diamo testimonianza con entusiasmo. Questa missione ha Cristo come principio e come fine: nelle parole del salmista, «annunciate ogni giorno la sua salvezza. Proclamate la sua gloria fra le genti» (Sal 96, 2-3).

In secondo luogo, chiediamo il dono della pace nell’unità. Mentre invitiamo tutti i popoli alla fede, nella quale siamo veramente liberi, le tensioni internazionali e i conflitti feriscono gravemente la famiglia umana. Tuttavia, non mancano —anzi, si moltiplicano— nella Chiesa e nel mondo iniziative ed esperienze che chiamano al rispetto della dignità umana, della giustizia, del diritto, in poche parole, di ciò che è umano. Questo è motivo di speranza, perché testimonia la bellezza dell’opera di Dio, che ci ha creati a sua immagine e somiglianza, come segno della sua gloria nel mondo. Quando si ferisce questo segno, tutti siamo feriti. Quando si corrompe, tutti ne subiamo le conseguenze. Quando lo si annienta, tutti ci sentiamo lacerati. Per questo, la guerra non è mai degna dell’uomo, e non sarà mai benedetta da Dio, perché il Creatore ci ha dotati di intelligenza e volontà per risolvere i conflitti come esseri umani e non come animali, anche quando si è dotati di armi ipertecnologiche. L’unità della famiglia umana precede i popoli e le nazioni individuali. Non si tratta solo di un dato biologico, ma è un principio etico. La pace è un dovere di giustizia perché siamo un’unica famiglia umana, una magnifica humanitas che trova in Cristo il suo unico capo e redentore.

Riflettendo sull’enciclica che ho promulgato il 15 maggio scorso, è necessario continuare sulla strada tracciata da san Paolo VI: quando egli «introdusse l’espressione “civiltà dell’amore”, il mondo era segnato dalla Guerra Fredda, dalla corsa agli armamenti e da forti squilibri economici. In quel contesto, la Chiesa indicava una via alternativa all’opposizione ideologica tra sistemi, immaginando un ordine sociale in cui giustizia e carità si intrecciano» (Lett. enc. Magnifica humanitas, 186. Cf. S. Paolo VI, Regina Caeli, 17 maggio 1970). In tal modo, la testimonianza cristiana diventa profezia di un mondo nuovo, in evangelizzazione e servizio, in un progetto culturale e sociale che promuove in modo integrale lo sviluppo umano. La Chiesa, nell’annunciare il Vangelo tra gioie e persecuzioni, non prende mai partito: è per tutti, e a ciascuno rivolge la stessa parola di conversione e di salvezza.

In terzo luogo, godiamo oggi e sempre della concordia nell’obbedienza, cioè nell’ascolto che riconosce il dono del Verbo, fatto carne per noi. Attraverso questo esercizio, lo Spirito Santo ci guida, indicandoci Egli stesso i problemi e le opportunità pastorali, purificando le intenzioni e correggendo ciò che si discosta dal cammino comune. La messa in pratica del Sinodo, per la quale ci stiamo impegnando, invita tutti ad avanzare nell’unità della fede, nella promozione della pace e nell’obbedienza alla Parola viva, che è Gesù. In questa prospettiva, «gli enormi e rapidi cambiamenti culturali richiedono che prestiamo una costante attenzione per cercare di esprimere le verità di sempre in un linguaggio che permetta di coglierne la permanente novità» (Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium, 41). L’unico Verbo, fatto uomo, si esprime in tutte le lingue: Cristo morto e risorto è la vite vera, che dà frutto attraverso tutte le culture che i cristiani trasformano dall’interno. Così, quando appassiscono le ideologie del mondo, lo Spirito Santo fa fiorire nella Chiesa la comprensione fraterna, la carità e l’impulso missionario.

Lavorando insieme, la nostra collegialità riassume la sinodalità alla quale partecipano tutti i battezzati, nell’unità del popolo di Dio. La sinodalità e la collegialità sono, infatti, forme della fraternità cristiana che ci unisce come battezzati e come vescovi. Per questo, l’aiuto che possano offrirmi nell’esercizio del ministero petrino trova in me chi chiede, non chi comanda. L’autorità del primato, infatti, è propria di chi ascolta e solo per questo guida, di chi impara e solo per questo insegna, sempre seguendo l’unico Maestro. Che l’intercessione dei santi apostoli Pietro e Paolo ci accompagni in questo appassionante cammino.

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