Valle de los Caídos. Il problema non è il Governo: il problema è ciò che il cardinale Cobo ha accettato a favore del Governo

Di: Carlos H Bravo

Valle de los Caídos. Il problema non è il Governo: il problema è ciò che il cardinale Cobo ha accettato a favore del Governo

La questione veramente rilevante nella controversia sulla Basilica della Santa Croce della Valle de los Caídos non è il Governo di Sánchez, bensì il contenuto dell’accordo che il cardinale Cobo ha sorprendentemente assunto di fronte a tale Governo, occultandolo per mesi all’insieme della Chiesa spagnola e all’opinione pubblica, mentendo inoltre sulla sua esistenza.

Secondo la documentazione incorporata al fascicolo amministrativo e resa nota mesi dopo in forma pubblica, il 5 marzo 2025 l’arcivescovo di Madrid ha trasmesso al ministro Félix Bolaños la sua conformità con i termini contenuti nel documento inviato dal Governo il giorno precedente. Tale testo prevedeva una delimitazione straordinariamente restrittiva degli spazi considerati destinati al culto all’interno della Basilica, riducendoli all’altare e alle panche adiacenti, mentre si apriva la porta alla cosiddetta risignificazione ideologica del resto del tempio, includendo elementi così essenziali come la navata, la cupola, l’atrio, il vestibolo e gli altri spazi integrati nel complesso basilicale, compresa la cappella del Santissimo.

La gravità di questa posizione è difficile da esagerare. Non si tratta semplicemente di una questione architettonica o funzionale. Ciò che è in gioco è la stessa natura giuridica e religiosa di un tempio cattolico solennemente dedicato al culto divino.

Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che i luoghi sacri sono destinati al culto divino e ai fini propri della religione. La dedicazione di una chiesa non ricade esclusivamente su un altare o su determinati banchi, bensì sull’intero tempio. La tradizione liturgica della Chiesa, espressa nel rito di dedicazione delle chiese, manifesta precisamente quell’unità spirituale e giuridica dell’edificio sacro.

Per questo risulta difficile comprendere come si sia potuta accettare una delimitazione che, nella pratica, frammenta la realtà sacra del tempio e permette che ampie zone di una basilica minore siano destinate a usi incompatibili con la sua natura sacra.

La questione acquisisce una dimensione ancora più preoccupante se si tiene conto che la libertà religiosa riconosciuta dalla Costituzione spagnola e sviluppata dalla legislazione vigente protegge non solo le convinzioni dei fedeli, ma anche il libero esercizio del culto e l’autonomia delle confessioni religiose in relazione ai loro luoghi di culto. Allo stesso modo, gli Accordi tra lo Stato spagnolo e la Santa Sede riconoscono espressamente l’inviolabilità dei templi cattolici.

L’attualità delle ultime settimane ha inoltre messo in evidenza le conseguenze pratiche di quella decisione. Ciò che per mesi è stato presentato come un progetto pienamente avviato si è infine trasformato in un labirinto giuridico e amministrativo. Il Comune di San Lorenzo de El Escorial ha concordato la sospensione dell’inizio dei lavori, mentre le azioni giudiziarie svolte dinanzi al Tribunale Superiore di Giustizia di Madrid hanno introdotto nuove incertezze sulla fattibilità immediata degli interventi previsti. Tutto ciò riflette una realtà difficile da nascondere: il progetto di risignificazione non ha mai goduto della sicurezza giuridica che il Governo ha cercato di trasmettere all’opinione pubblica.

Ed è proprio qui che risiede una delle questioni più gravi di tutto questo episodio. Risulta legittimo chiedersi se il Governo sarebbe arrivato così lontano nelle sue pretese di intervenire all’interno della basilica se non avesse potuto contare preventivamente sulla conformità espressa dal cardinale Cobo riguardo a un documento che riduceva gli spazi di culto all’altare e alle panche adiacenti. Quella accettazione ha trasmesso al potere politico l’apparenza che esistesse una copertura ecclesiastica sufficiente per agire sul resto del tempio, quando la realtà giuridica e canonica era esattamente la contraria.

Perché una volta accettato che la navata, la cupola, l’atrio, il vestibolo, le porte monumentali e persino la cappella del Santissimo potessero rimanere al di fuori della considerazione pratica di spazi destinati al culto, il passo successivo risultava inevitabile: considerare legittima la loro trasformazione, risignificazione o utilizzazione per finalità estranee alla natura propria del tempio. Il problema non è soltanto che un simile approccio contraddica la legislazione canonica vigente; è che inoltre entra in collisione con le garanzie di libertà religiosa, autonomia confessionale e inviolabilità dei luoghi di culto riconosciute dall’ordinamento giuridico spagnolo.

Ciò che è veramente sorprendente è che una simile concessione provenga proprio da chi era privo di competenza giuridica sul luogo. La Basilica della Santa Croce della Valle de los Caídos non è soggetta alla giurisdizione ordinaria dell’arcivescovo di Madrid, bensì al regime singolare derivante dalla sua condizione di basilica minore collegata a un’abbazia benedettina esente e dipendente direttamente dalla Santa Sede. Risulta difficile trovare precedenti di un’autorità ecclesiastica che abbia preteso di autorizzare il potere civile a intervenire su spazi sacri sui quali non ha giurisdizione, contraddicendo simultaneamente principi elementari del Diritto Canonico e della legislazione statale protettiva della libertà religiosa.

Le attuali sospensioni amministrative e giudiziarie costituiscono, in certo modo, la conferma di un’evidenza che non avrebbe mai dovuto essere dimenticata: il problema non è mai stato nella resistenza dei monaci né nell’esercizio legittimo di azioni giudiziarie da parte della comunità benedettina. Il problema è sorto quando si è fatto credere al Governo che potesse agire su una basilica come se si trattasse di uno spazio parzialmente desacralizzato, suscettibile di essere riorganizzato secondo criteri politici o ideologici. Gli eventi recenti dimostrano fino a che punto quella premessa fosse giuridicamente insostenibile.

Non sembra esistere una spiegazione ragionevole affinché un’autorità ecclesiastica accetti la profanazione di spazi sacri in un tempio cattolico. Se tale accettazione fosse dovuta a una mancata conoscenza dei principi canonici e giuridici applicabili, ci troveremmo di fronte a una situazione estremamente preoccupante. Se, al contrario, rispondesse a una decisione consapevole di prescinderne per soddisfare le pretese del Governo di Sánchez, la preoccupazione sarebbe ancora maggiore.

A ciò si aggiunge un’altra circostanza difficilmente spiegabile. Non sembra che la Conferenza Episcopale Spagnola, né l’Ordine Benedettino, né la stessa comunità interessata abbiano avuto conoscenza di questi impegni quando sono stati assunti. Neppure le successive dichiarazioni pubbliche emesse dal cardinale Cobo in seguito sembravano riflettere la reale portata di quanto accettato in quelle comunicazioni.

Successivamente, lo stesso cardinale Cobo ha attribuito l’azione seguita a direttive provenienti dalla Segreteria di Stato della Santa Sede. Tuttavia, risulta difficile conciliare tale ipotesi con il profilo e l’esperienza di chi ricopre responsabilità nella Santa Sede, specialmente quando la questione riguarda principi così elementari del diritto della Chiesa come la natura dei luoghi sacri e la protezione giuridica dei templi destinati al culto.

Nel frattempo, la recente visita del Santo Padre in Spagna ha lasciato un’impressione molto diversa. I suoi interventi si sono caratterizzati per la chiarezza dottrinale, la precisione concettuale e un costante richiamo alla dignità della persona umana dal concepimento fino alla morte naturale. È stata una presenza che difficilmente può essere strumentalizzata al servizio di strategie politiche particolari o di narrazioni ideologiche costruite a partire da interessi estranei alla missione propria della Chiesa.

Forse per questo risultano particolarmente evidenti gli sforzi de El País e di eldiario.es nel presentare il cardinale Cobo come interprete privilegiato del pensiero del Papa o come figura chiamata a svolgere un ruolo storico nella Chiesa spagnola. I fatti finiscono sempre per imporsi sui racconti. E i fatti mostrano che chi ha accettato che gran parte di una basilica potesse essere considerata estranea al culto è stato proprio il cardinale arcivescovo di Madrid.

La questione non è più se quella decisione sia stato l’incomprensibile errore che è stato. La questione è se chi l’ha adottata riunisca le condizioni di prudenza, fermezza dottrinale e senso ecclesiale che esige il governo di una delle sedi episcopali più importanti del mondo cattolico.

Sono molti i fedeli, i sacerdoti e persino i vescovi che esprimono privatamente la loro preoccupazione per l’andamento seguito in questa vicenda. Spetta esclusivamente al Santo Padre giudicare quando e come debbano essere adottate le decisioni opportune. Ma risulta legittimo chiedersi se una crisi di questa portata non esiga anche una profonda riflessione sulle responsabilità che l’hanno resa possibile.

In ogni caso, il cardinale Cobo ha l’obbligo morale di riparare il danno prodotto, offrire una spiegazione veritiera su quanto realmente accettato nel marzo 2025, rendere conto di un’azione che ha contribuito in modo decisivo all’attuale caos giuridico e amministrativo e assumere dignitosamente la sua responsabilità. Perché le recenti sospensioni dei lavori e la crescente giudizializzazione del conflitto non sono che la conseguenza di un errore originario che non avrebbe mai dovuto prodursi. Il problema iniziale non è stato nel Governo di Sánchez, che ha agito conformemente ai propri obiettivi politici, bensì in chi gli ha fatto credere che potesse raggiungere tali obiettivi senza violare la natura sacra della basilica né incontrare resistenza giuridica da parte della Chiesa.

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