A seguito delle dichiarazioni di León XIV secondo cui la Fraternità San Pio X si troverebbe fuori dalla Chiesa per non aver accettato alcuni punti del Concilio Vaticano II, si sono riversati fiumi d’inchiostro e, cosa ben peggiore, fiumi di confusione. Significa forse che i cattolici non possono criticare il Concilio? Basta esprimere una riserva su un testo conciliare per essere sospettati di scisma?
La risposta è no. Conviene ricordarlo ogni volta che il dibattito degenera nella solita falsa alternativa: o accettazione incondizionata di ogni riga dei sedici documenti conciliari, o rottura. Tale dicotomia non regge all’esame, e la prova migliore è che Roma eresse un tempo un istituto i cui statuti fondativi riconoscevano ai suoi membri la facoltà di una critica seria di determinati testi conciliari.
Il precedente del Buon Pastore
L’8 settembre 2006, la Commissione Pontificia Ecclesia Dei eresse l’Istituto del Buon Pastore, composto da sacerdoti provenienti dalla Fraternità San Pio X che rientravano nella piena comunione. Il decreto, firmato dal cardinale Darío Castrillón Hoyos, approvava i suoi statuti ad experimentum per un quinquennio. Tra quegli statuti figurava il riconoscimento che i suoi membri potevano esercitare una critica seria e costruttiva su determinati testi del Concilio, sempre all’interno del quadro accademico e della comunione con la Sede Apostolica.
Ciò che conta non è la sorte successiva di quella clausola —che in seguito fu ricollocata in occasione della revisione statutaria e di una crisi interna dell’Istituto— ma il fatto stesso che Roma l’avesse concessa. Concedendola, l’autorità competente affermò implicitamente qualcosa che molti oggi si rifiutano di ammettere: che è possibile discutere teologicamente il Concilio senza uscire dalla Chiesa. Se tale sguardo critico fosse di per sé scismatico o eretico, nessuna commissione pontificia avrebbe potuto autorizzarlo neppure per un solo giorno, né ad experimentum, né con tutte le cautele del mondo.
Il Concilio non ha definito dogmi
L’argomento di fondo è anteriore al caso del Buon Pastore. Il Vaticano II fu, per volontà espressa di chi lo convocò e lo concluse, un concilio di natura eminentemente pastorale. Non proclamò dogmi in senso tecnico, non formulò definizioni straordinarie né accompagnò i suoi insegnamenti con gli anatemi con cui i concili precedenti blindavano le verità definite de fide. Lo stesso Paolo VI sottolineò che il Concilio aveva evitato di pronunciare definizioni dogmatiche solenni, preferendo il tono del magistero ordinario.
Ne consegue una conseguenza: il rapporto del fedele e del teologo con i testi conciliari non è identico a quello dovuto a una verità definita. Ciò che nel Concilio riafferma un dogma già stabilito obbliga, in effetti, ma obbliga in quanto dogma, non per il fatto di figurare in un testo conciliare. E ciò che in esso appartiene all’ordine pastorale, prudenziale o orientativo ammette, per sua stessa natura, lo studio, la domanda e la sfumatura.
Ciò che la Chiesa regola
La Chiesa non consacra una critica libera e indifferenziata; consacra una critica graduata e regolata, cosa ben diversa e molto più solida. Il quadro è offerto da tre documenti dello stesso magistero postconciliare.
La Professio Fidei del 1989 distingue con precisione i gradi di adesione dovuti alle verità di fede definita, alle verità insegnate definitivamente e al magistero autentico non definitivo. Ad Tuendam Fidem (1998) rafforzò canonicamente la stessa gradazione. E l’istruzione Donum Veritatis (1990), sulla vocazione ecclesiale del teologo, traccia la mappa decisiva: riconosce espressamente che, di fronte a insegnamenti non definitivi, il teologo può sollevare difficoltà, dubbi e persino elevare rispettosamente le sue riserve al Magistero, distinguendo con ogni cura tale atteggiamento legittimo da ciò che chiama «dissenso».
Agli insegnamenti del magistero autentico non definitivo si deve l’obsequium religiosum —il rispettoso assenso dell’intelligenza e della volontà— di cui parla Lumen Gentium 25. Ma tale assenso religioso non è l’assenso assoluto e irrevocabile della fede teologale. Ammette, nelle materie che lo consentono, la difficoltà sinceramente esposta.
Ermeneutica, non demolizione
Il grande equivoco si dissolve quando la questione viene spostata dal terreno del «sì o no al Concilio» a quello dell’ermeneutica. Fu proprio ciò che fece Benedetto XVI nel suo celebre discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005, contrapponendo l’«ermeneutica della riforma nella continuità» all’«ermeneutica della discontinuità e della rottura».
Il problema, venne a dire, non è se i testi possano essere studiati a fondo —anche segnalandone le ambiguità o le formulazioni migliorabili—, ma con quale chiave si leggano: se come continuità organica con la Tradizione o come inaugurazione di una Chiesa nuova.
Ciò che è davvero in gioco: Traditionis Custodes, non Lumen Gentium
Quando si parla delle consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità, il riflesso immediato è collegarle alla questione dottrinale: alle riserve sulla libertà religiosa di Dignitatis Humanae, sull’ecumenismo o sull’ecclesiologia di Lumen Gentium. Ma tale collegamento, pur comodo per chi vuole presentare la questione come un problema di fede, è in larga misura un abbaglio.
Le consacrazioni non rispondono tanto a Lumen Gentium quanto a Traditionis Custodes. La Messa tradizionale —la liturgia nella quale si sono santificati secoli di santi e che Benedetto XVI riconobbe in Summorum Pontificum come mai abrogata— si trova oggi attivamente perseguitata dalla stessa giurisdizione ecclesiale: ristretta, emarginata, sottoposta ad autorizzazioni concesse a goccia a goccia e ritirate con facilità, condannata di fatto a un’estinzione programmata per via amministrativa.
È questa persecuzione, e non una disputa da manuale di teologia, che molti cattolici vivono come uno stato di necessità autentico. L’argomento è di una logica elementare: quando un bene sacramentale di primo ordine corre un rischio reale di estinzione, e quando i canali ordinari per assicurarlo si chiudono uno dopo l’altro, sorge una situazione straordinaria che per molti cattolici reclama misure straordinarie.
Non si consacrano vescovi per dissentire da un paragrafo conciliare; si consacrano per garantire la sopravvivenza di una liturgia e di un sacerdozio minacciati di morte da chi dovrebbe custodirli.
Si potrà discutere se tale stato di necessità esista oggettivamente, se giustifichi canonicamente ciò che si pretende giustificare, se vi siano alternative non esplorate. È un dibattito legittimo e necessario. Ma falsificarlo fin dall’inizio, presentandolo come un problema di adesione a documenti degli anni Sessanta, non aiuta né la verità né la comunione.
Il confine con lo scisma
Che Roma erigesse un istituto con licenza statutaria per la critica seria del Concilio non fu un’eccentricità né un’imprudenza da correggere. Fu il riconoscimento istituzionale di una verità che la teologia fondamentale insegna da sempre: che la fede è dovuta a ciò che è definito, l’assenso religioso a ciò che è autentico ma non definitivo, e lo studio onesto a tutto il resto.
Il conflitto che davvero sanguina non è quello di riserve teologiche a vecchi e infruttuosi documenti esposte serenamente, ma quello di una liturgia perseguitata che spinge molti al limite. Chi risponde a un problema liturgico con l’artiglieria dell’accusa dottrinale strumentalizza il Concilio. E, di passaggio, rende più difficile l’unica via veramente cattolica, che è quella della continuità, della pace e della custodia reale della Tradizione.