L’integrazione degli immigrati non può essere costruita a scapito dell’identità delle società che li accolgono né limitarsi a una mera assistenza materiale. Questo è stato uno dei messaggi centrali di papa Leone XIV durante l’incontro con le realtà di integrazione dei migranti celebrato questo venerdì nella Plaza del Cristo de La Laguna (Tenerife), uno degli atti dell’ultima giornata del suo viaggio apostolico in Spagna.
In un discorso pronunciato in spagnolo davanti a circa 4.000 persone, il Pontefice ha affrontato la questione migratoria da una prospettiva che ha unito accoglienza, responsabilità, integrazione ed evangelizzazione. L’evento ha visto la presenza di rappresentanti di Cáritas, della Delegazione Diocesana delle Migrazioni, di volontari, di immigrati integrati nella società canaria e di varie entità ecclesiali e civili che operano in questo ambito.
Discorso integrale di Leone XIV a La Laguna
Cari fratelli e sorelle:
È un piacere per me condividere questo momento con voi qui, a San Cristóbal de La Laguna, sede di questa diocesi. Mi ha colpito ciò che è stato detto di questa città: che è una città senza mura, una città aperta.
Forse questo dettaglio ci aiuterà a comprendere che le barriere più difficili da abbattere non sono sempre di pietra. A volte si trovano nello sguardo, nella paura o nell’indifferenza. Il mare, che circonda queste isole, porta fino a noi storie che non sempre sappiamo leggere: storie di dolore, di speranza e di ricerca. In una città senza mura, anche il cuore è chiamato ad allargarsi per accoglierle. Per questo abbiamo bisogno di imparare il linguaggio della vicinanza, quello che si comprende più con le mani che con le parole.
Il braille e le altre forme di scrittura tattile ci ricordano che la parola può aprirsi la strada anche attraverso il contatto. Allo stesso modo, l’integrazione richiede di imparare a leggere in un altro modo. Ci sono sguardi che vedono e, tuttavia, non riconoscono; trasformano un volto in un numero, una storia in un fascicolo e una differenza in una distanza. Per questo il Vangelo ci educa a una lettura più profonda della realtà: quella che nasce dalla vicinanza, dalla pazienza e da mani capaci di soccorrere, accompagnare, orientare, insegnare e aprire strade.
Nelle opere di integrazione di questi nostri fratelli —come in ogni opera di carità— la Chiesa impara a leggere nella vita concreta di chi soffre nel corpo o nello spirito un segno vivo che rimanda ai santi Vangeli e che diventa leggibile attraverso il tatto e la vicinanza, quando tocchiamo le ferite degli altri. Come Tommaso davanti al corpo glorioso del Risorto, anche la Chiesa impara che le ferite, guardate con la fede, possono diventare luogo di riconoscimento: là dove il dolore umano è toccato con amore, Cristo ci conferma che è presente nell’affamato, nell’assetato, nel nudo, nel malato, nel carcerato e nello straniero (cf. Mt 25,35-40). Da questa fede che riconosce Cristo vivo nasce anche il servizio di padre Darwin e di tante persone. La carità cristiana scaturisce dall’amore di Dio effuso nel cuore del credente; per questo, davanti al bisognoso, la fede si fa concreta e l’amore per Cristo si trasforma in gesti.
Da questa convinzione, la nostra presenza vuole testimoniare che la solidarietà nasce dal riconoscimento della dignità umana e supera ogni concessione secondaria o semplice opera di filantropia. È chiamata a impegnarsi e a prendere forma di processo. L’accoglienza apre la porta; l’integrazione aiuta a varcare la soglia. L’assistenza pone un balsamo sulla ferita e l’integrazione ricostruisce il futuro.
Integrare non significa cancellare la storia di chi arriva né esigere che lasci indietro tutto ciò che fa parte della sua memoria. Non significa nemmeno creare mondi paralleli, chiusi l’uno all’altro, dove le persone convivono senza incontrarsi realmente. Integrare è un cammino reciproco: chi arriva impara ad abitare una terra nuova, e chi accoglie impara ad allargare la propria casa senza diluire la propria identità né chiudere il cuore all’incontro. A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni.
Ogni società che accoglie ha doveri verso chi arriva; e chi è accolto scopre anche che la dignità riconosciuta come diritto fiorisce quando diventa responsabilità e desiderio sincero di costruire insieme agli altri. Così, chi è arrivato come straniero può ritrovare legami, ricostruire fiducia e sentirsi parte viva di una comunità. Questa è una forma preziosa di misericordia.
Parliamo, innanzitutto, di persone create a immagine e somiglianza di Dio, prima che di categorie giuridiche o di problemi da amministrare. Dopo viaggi difficili e, talvolta, diversi tentativi —come nel caso di Khalid—, cercano qualcuno che dica loro, con i gesti prima che con le parole: la tua vita non è uno scarto, la tua sofferenza non è invisibile, la tua dignità non si è dissolta nelle acque che hai attraversato —come ci ha espresso Mbacke—. Ma cercano anche qualcos’altro: una possibilità concreta di ricominciare, di imparare, di lavorare, di servire, di partecipare, di non rimanere chiusi per sempre nella condizione di vittime.
In questo senso, desidero ringraziare le parole di mons. Santiago e, con esse, la testimonianza di una Chiesa che, pur con mezzi poveri, vuole “camminare con chi cammina”. Grazie a Cáritas diocesana, alla Delegazione diocesana delle Migrazioni, alle parrocchie e a tante realtà ecclesiali e civili che vanno oltre il primo soccorso e accompagnano processi di protezione, promozione e integrazione. Grazie per aver reso possibile che chi un giorno è stato accompagnato possa diventare —come ci ricordava Thalia— un ponte per gli altri, restituendo l’amore ricevuto. Quando chi ha avuto bisogno di una mano comincia a tendere la propria, la carità ricevuta si trasforma in responsabilità condivisa.
Allo stesso tempo, non possiamo dimenticare tanti migranti che, provenienti dall’America Latina, dalle Filippine e da altre latitudini, fanno già parte viva della comunità e, con la loro fede, il loro lavoro e i loro doni, contribuiscono a rinnovarla. Lasciatevi anche evangelizzare da loro, perché sicuramente portano con sé doni che la Provvidenza ha voluto farvi arrivare attraverso chi si integra. Essi ricordano che integrare significa aprire spazio affinché una persona possa sentirsi corresponsabile. Così, lo straniero di ieri può essere il fratello e il vicino di oggi.
Ai cattolici voglio chiedere qualcosa in più: che l’integrazione non si riduca a un compito sociale, per quanto necessario sia. Chi arriva nelle nostre parrocchie ha bisogno di pane, tetto, lingua, lavoro e protezione; e deve anche trovare una comunità capace di offrire, con la testimonianza della vita e della parola, strade per conoscere Gesù Cristo, rispettando sempre la coscienza e la libertà di ogni persona. Evangelizzare significa condividere con rispetto e umiltà il tesoro che sostiene la nostra azione e la nostra speranza. Una Chiesa che accoglie è anche una Chiesa che annuncia, offrendo Cristo senza imporlo e che, allo stesso tempo, riceve il Vangelo dalle mani dei poveri.
Una coscienza umana, e ancor più una coscienza cristiana, non può rimanere indifferente davanti alle vittime dei naufragi e della mancanza di aiuto, davanti a quei cimiteri del mare. Ogni vita persa su queste rotte è un fallimento per la famiglia umana. Tuttavia, esiste anche un naufragio silenzioso dopo l’arrivo: rimanere soli in una città, senza lingua, senza legami, senza lavoro, senza fiducia ed esposti a chi approfitta della vulnerabilità. Integrare significa impedire questo secondo naufragio. Significa aiutare chi è arrivato ferito a non rimanere fissato per sempre nel suo dolore, ma a poter tornare a rialzarsi, riconoscere i propri doni e offrirli alla comunità.
E da questa piazza voglio rivolgere una parola chiara a chi approfitta della disperazione; a chi organizza rotte di morte, traffica persone, trattiene documenti, sfrutta lavoratori, minaccia donne, inganna famiglie e trasforma la sofferenza altrui in un affare. Fermatevi. Convertitevi (cf. Mc 1,15). Le lacrime e il sangue di questi fratelli gridano a Dio e le loro sofferenze giungono fino a Lui (cf. Gn 4,10; Es 3,7-9). Il denaro strappato alla vulnerabilità dei poveri non darà pace, né onore, né futuro (cf. Ger 22,13; Gc 5,1-6).
Per ogni vita perduta, ogni famiglia ingannata, ogni corpo sottomesso, ogni donna minacciata, ogni lavoratore sfruttato dovranno comparire davanti alla giustizia divina (cf. 2 Cor 5,10). Spezzate queste catene e liberate chi avete sotto il vostro dominio (cf. Is 58,6). Restituite ciò che è stato sottratto e riparate quanto potete. Tornate mentre c’è ancora tempo, perché la misericordia di Dio può raggiungere anche il peccatore più indurito, ma entra solo dalla porta stretta della verità, della giustizia e della conversione (cf. Ez 33,11).
Sorelle e fratelli, l’ultima parola non può averla la paura, l’indifferenza né la violenza di chi traffica con la vita umana. L’ultima parola spetta a Cristo, che si identifica con lo straniero, tocca le ferite dell’umanità e ci chiama a riconoscerlo in ogni fratello che ha bisogno di essere accolto, protetto, promosso e integrato. Alziamo lo sguardo verso di Lui, senza distoglierlo da chi soffre; guardiamo il Signore per imparare a guardare con i suoi occhi i nostri fratelli.
La Sacra Famiglia di Nazaret, che dovette migrare in Egitto per proteggere la vita del Bambino Gesù (cf. Mt 2,13-15), continua a essere per tutti i tempi modello e rifugio di ogni famiglia rifugiata, di ogni migrante e di ogni persona che si vede costretta a lasciare la propria terra per paura, persecuzione o necessità (cf. Pio XII, Cost. ap. Exsul Familia). Che essa sostenga il servizio che voi offrite e faccia di questa terra un luogo dove tutti si riconoscano e si trattino come fratelli. Che Dio vi benedica. Grazie mille.
Un ultimo saluto dalla Casa Episcopale
Dopo aver concluso l’incontro e fatto ritorno alla Casa Episcopale, Leone XIV è uscito sul balcone per salutare i fedeli radunati all’esterno. In alcune parole improvvisate, ha nuovamente ringraziato per il lavoro svolto con gli immigrati e ha ribadito il messaggio di fraternità che ha caratterizzato tutta la sua visita alle Canarie.
«Siamo tutti fratelli e sorelle: alcuni peruviani, alcuni colombiani, alcuni venezuelani, alcuni di Tenerife. Siamo tutti una sola famiglia», ha affermato il Pontefice.
Il Papa ha ringraziato in particolare l’accoglienza riservata agli immigrati nelle isole e ha concluso impartendo la sua benedizione ai presenti.