Circa 50.000 persone hanno partecipato questo giovedì alla Santa Messa presieduta da Leone XIV a Gran Canaria, atto centrale della giornata del Pontefice nell’arcipelago. Durante la celebrazione della solennità del Sacro Cuore di Gesù, il Papa ha pregato per quanti hanno perso la vita in mare e ha difeso una carità capace di promuovere la dignità integrale della persona, al di là di un’assistenza limitata ai bisogni immediati.
Secondo quanto riferito dall’Ufficio Stampa della Santa Sede, la celebrazione ha riunito fedeli distribuiti tra lo Stadio di Gran Canaria, la zona di parcheggio e il Palazzo dello Sport annesso, diventando uno degli atti più affollati del viaggio apostolico che Leone XIV sta compiendo in Spagna.
Un percorso in papamobile davanti a migliaia di fedeli
Il Santo Padre ha lasciato la Casa Episcopale di Las Palmas alle 17:50 e si è diretto allo Stadio di Gran Canaria, dove è stato accolto da una folla di fedeli provenienti dalle diverse isole dell’arcipelago.
Prima dell’inizio della celebrazione, Leone XIV ha percorso il recinto in papamobile per salutare i presenti. Successivamente si è recato in sacrestia per prepararsi alla celebrazione eucaristica, iniziata alle 18:30.
La liturgia si è svolta nel contesto della solennità del Sacro Cuore di Gesù, una devozione profondamente radicata in Spagna, nazione consacrata al Cuore di Cristo.
Di seguito l’omelia completa di Leone XIV:
Cari fratelli e sorelle, dopo una giornata ricca di incontri e di condivisione, celebrando ora con voi questa Eucaristia, voglio innanzitutto ringraziare il Signore per il bene che si compie qui ogni giorno, affidandogli l’impegno di tutti e al tempo stesso le sofferenze di cui questa terra è testimone. Vi invito anche a pregare insieme, in questa Santa Messa, per i fratelli e le sorelle che hanno perso la vita in mare.
Tutto portiamo all’Altare insieme con il pane e il vino, mentre ci introduciamo, con la Celebrazione vespertina della Veglia, nella Solennità del Sacro Cuore di Gesù, a cui tutta la Spagna è consacrata. Chiediamo al Signore che in questo momento siano vivi in noi gli stessi sentimenti di umanità, misericordia e compassione del Cuore del Salvatore.
Ci lasciamo aiutare, nella nostra meditazione, dalle Letture che abbiamo ascoltato.
Nella prima, Dio ricorda agli israeliti la gratuità con cui li ha amati. Li ha scelti non perché avessero privilegi, doti o meriti particolari, ma per puro amore (cf. Dt 7,7-9), e continuerà ad amarli sempre, anche quando, per il loro cuore indurito, non corrisponderanno ai suoi sentimenti.
Questa è la carità di Dio, in cui affonda le sue radici la nostra vocazione all’amore, che non è fondata sul calcolo, né sul mero sentimento, né è riducibile a semplice filantropia, ma invade tutto il nostro essere: fuoco per l’anima, luce per la mente, impulso irresistibile per la libertà, pace e al tempo stesso tormento per il cuore, che batte all’unisono con altri cuori, coinvolgendo tutta la persona. Perché amare è connaturale all’uomo, anzi, è condizione di pienezza della sua stessa esistenza.
Così ci si mostra l’amore nell’umanità del Salvatore e nei moti del suo Sacratissimo Cuore: immutabile e fedele anche di fronte all’incomprensione e al rifiuto, alla paura, alla tristezza e alla resistenza umana (cf. Lc 22,39-46).
Ed è in questo volto di Dio sempre “innamorato”, che anela totalmente e costantemente al nostro bene e alla nostra piena felicità, che riconosciamo la via della vita, imparando un nuovo modo di esistere e di relazionarci, un criterio diverso per valutare le decisioni, uno stile rinnovato e stimolante di fare comunione. A questo proposito, Papa Francesco, parlando della carità di Cristo, diceva che «la migliore risposta all’amore del suo Cuore è l’amore verso i fratelli» (Dilexit nos, 167) e aggiungeva: «non c’è gesto più grande che possiamo offrirgli per restituire amore per amore» (ibid.). “Restituire amore per amore”: questo è lo scambio meraviglioso, l’«admirabile commercium» (cf. Prime Vespri della Solennità di Santa Maria Madre di Dio, prima antifona), al quale il Vangelo ci invita ad abbandonarci, traducendo la misura infinita dell’amore di Dio nella generosità con cui lo serviamo, ogni giorno, nei fratelli e nelle sorelle che Egli stesso pone sul nostro cammino. Soprattutto in coloro che sono più bisognosi, indifesi, incapaci di restituire qualcosa in cambio (cf. Lc 6,32-36). Proprio come avviene in questa isola, nell’accoglienza, nella condivisione, nel dono disinteressato.
La gratuità del Cuore di Cristo, tuttavia, non si ferma qui. Va oltre, impegnandosi ad aiutare ciascuno non solo a sopravvivere, ma anche a recuperare la fiducia e a riprendere il cammino, per crescere e fiorire pienamente nella propria unicità, a beneficio di tutti. A questo proposito, Papa Benedetto XVI scriveva che la carità «di cui Gesù Cristo si è fatto testimone con la sua vita terrena […] è la principale forza propulsiva dello sviluppo autentico di ogni persona e di tutta l’umanità» (Caritas in veritate, 1).
Nella seconda Lettura, san Giovanni ci ha ricordato che «Dio ha mandato nel mondo il suo Unigenito, perché viviamo per mezzo di lui» (1 Gv 4,9). Le sue parole evocano quelle di Gesù, che disse di essere venuto perché avessimo la vita e l’avessimo in abbondanza (cf. Gv 10,10), e che ordinò al paralitico guarito: «Alzati, prendi la tua barella e cammina» (Mc 2,9). In queste espressioni riconosciamo l’invito ad abbracciare maternamente chi soffre, ma al tempo stesso a preparare e incoraggiare chi è ferito a rialzarsi e rimettersi in cammino, per una vita libera e dignitosa.
Infatti, la nostra carità non deve essere mero assistenzialismo, ma integrare le persone, per la loro piena realizzazione —spirituale, intellettuale e fisica— e la loro inserzione dignitosa e costruttiva nella comunità (cf. Fratelli tutti, 129). Solo così i nostri incontri, anche di fronte a eventi difficili e dolorosi, diventeranno occasione per spargere semi di speranza nel cammino dell’umanità verso un futuro migliore.
Vorrei soffermarmi, alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, su un’ultima caratteristica del Cuore di Cristo: l’umiltà (cf. Mt 11,29). Il Cuore di Gesù è umile, e per questo non ne sentono i palpiti i “dotti”, i “sapienti”, cioè coloro che presumono di bastare a se stessi, di sapere tutto, di non aver bisogno né di Dio né degli altri. A costoro, infatti, storditi dai clamori di un “io” ampolloso, onnipresente e agitato, manca il silenzio necessario per ascoltare in sé e nei fratelli il palpito nascosto dell’amore.
«Non di rado, la ricchezza ci rende ciechi, al punto da pensare che la nostra felicità possa realizzarsi solo se riusciamo a prescindere dagli altri» (Dilexi te, 108). Gesù, invece, ci insegna il contrario: per gustare la vera gioia della vita, che risiede nell’amore, è necessario scendere dai piedistalli dell’arroganza che divide, per incontrarci nell’umiltà che ci fa fratelli.
Sant’Agostino diceva: «dove c’è la carità c’è la pace, e dove c’è l’umiltà, lì c’è la carità» (Sulla Prima Lettera di San Giovanni ai Parti, Prologo). È così. Dove c’è autentica umiltà c’è amore, e dove c’è amore c’è pace, perché solo nell’umiltà conosciamo realmente chi siamo e, quindi, possiamo amarci, incontrarci, donarci e perdonarci nella verità.
Cari fratelli, sorelle, oggi adoriamo il Sacro Cuore di Gesù, un cuore che spesso rappresentiamo coronato di spine e acceso da una fiamma, secondo le visioni avute da santa Margherita Maria Alacoque. Ricordiamo che noi siamo la presenza viva del Signore nel mondo (cf. Lumen gentium, 8). Perciò, guardiamoci gli uni gli altri, non solo in questa giornata, ma sempre, con rispetto e fiducia, e rinnoviamo, in questa consapevolezza, l’impegno di realizzare in noi, nella carità, ciò che manca alle sofferenze di Cristo, per il bene della Chiesa (cf. Col 1,24). Accesi dalla carità del suo Cuore, siamo portatori della sua misericordia e della sua pace, perché nel mondo cessino le guerre e cresca intorno a noi una nuova umanità, riconciliata nell’amore.