L’Abbazia Benedettina della Santa Croce ha diffuso il 9 giugno una nota informativa, firmata dal suo rappresentante Antonio Torres, in cui dà conto dell’avvio delle azioni materiali del cosiddetto progetto di «risignificazione» della Valle de los Caídos, che viene denominata Valle de Cuelgamuros, formula preferita dal Governo di Pedro Sánchez. Secondo lo stesso comunicato, durante la giornata precedente sono state effettuate diverse carotaggi con macchinari perforatori nella spianata esterna della Basilica, nell’ambito dei lavori preparatori aggiudicati dalle “autorità competenti”. La stessa nota informa che i macchinari sono stati trovati al mattino coperti di scritte e di messaggi contro le autorità civili, fatti che la comunità condanna «in modo categorico». Il testo rifiuta che la Valle serva da scenario a manifestazioni offensive contro le autorità e conclude ribadendo la sua «fiducia nell’operato dei tribunali di giustizia».
Ciò che di più significativo emerge dalla nota è ciò che essa omette. Di fronte all’arrivo dei macchinari perforatori fino all’ambiente stesso del tempio, l’Abbazia non formula alcuna obiezione. I carotaggi vengono descritti in termini strettamente amministrativi —«azioni materiali» di un progetto «aggiudicato dalle autorità competenti»—, una formulazione che li riveste di piena legalità e li presenta come un fatto neutro. Tutta l’energia del comunicato, e l’unica condanna esplicita che contiene, si dirige invece contro le scritte e contro chi ha offeso le autorità civili.
L’asimmetria è difficile da non notare. La comunità a cui spetta vegliare su un camposanto consacrato pieno di martiri non manifesta alcun ripensamento di fronte a chi interviene nel suo ambiente con perforatrici, e invece sì di fronte a chi protesta contro tale intervento. Con ciò, l’ordine delle priorità risulta capovolto: il rimprovero si sposta dal progetto profanatore alle forme con cui alcuni vi si oppongono.
Il resto del testo rafforza tale impressione. La «sacralità della Basilica» viene menzionata, ma solo per avvertire i suoi difensori di attenersi ai canali legali; e il comunicato si chiude rimettendo la questione ai tribunali. Appare sorprendente che la parola finale di una comunità monastica sull’intervento del bene che custodisce sia la fiducia nella giurisdizione e non la difesa, con voce propria, del carattere sacro del luogo e della memoria dei suoi defunti. La custodia spirituale di un recinto martiriale è qualcosa di più del semplice rispetto dell’ordine vigente.
Particolarmente rivelatore è il quadro in cui la nota decide di collocare la controversia. Il comunicato invoca lo «Stato sociale e democratico di diritto» come orizzonte ultimo a cui ogni dissenso dovrebbe sottomettersi. La formula, ripresa quasi letteralmente dall’articolo 1 della Costituzione, è una categoria demoliberale, estranea al linguaggio e alla missione propri di una comunità monastica. Che dei benedettini misurino la difesa di un luogo consacrato con la misura dell’ordinamento costituzionale vigente, e non con quella del culto dovuto ai martiri che custodiscono, rivela fino a che punto abbiano assunto come proprie coordinate che non lo sono.
Non è un dato secondario che la nota non sia firmata dall’abate né dal priore, bensì da un rappresentante. La forma accompagna il contenuto di un testo che sistematicamente riduce l’impegno proprio e innalza la deferenza verso l’autorità civile.
I tempi politici cambiano, ed è bene non perderlo di vista. Quando cambieranno, forse varrà la pena chiedersi se la custodia di un luogo così singolare non sarebbe meglio affidata a una comunità cattolica disposta a prendere sul serio l’esempio martiriale di ciò che custodisce.