TRIBUNA. La mia lettura di «Magnifica humanitas», l'enciclica di Leone XIV sull'IA

Di: Luis López Valpuesta

TRIBUNA. La mia lettura di «Magnifica humanitas», l'enciclica di Leone XIV sull'IA

I

Ho letto con grande interesse questa prima Enciclica del Santo Padre, in gran parte per verificare fino a che punto il suo pontificato abbia o meno la volontà di continuare la linea dottrinale, polemica per il suo carattere rivoluzionario (nella sostanza e nella forma), del suo predecessore, Francesco. Speravo sinceramente di intravedere una nuova direzione, lontana dalle novità di Francesco in materia dottrinale (pena di morte, giudizi mariani…), morale (Amoris Laetitia o Fiducia Supplicans), o liturgica (Traditionis Custodes o Desiderio Desideravi), che a mio giudizio hanno diviso ulteriormente i cattolici rispetto a quanto già lo sono. Curiosamente, l’asse portante del documento di Leone XIV è il contrasto tra l’erezione della torre di Babele (frutto della superbia) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme ordinata dal governatore Neemia ai tempi di Artaserse (che implicò la collaborazione solidale di tutti gli ebrei). E poiché, a mio umile giudizio, in qualche modo possiamo associare il precedente pontificato all’episodio della confusione delle lingue babilonese, ci si poteva aspettare che Leone accogliesse lo spirito cooperativo di Neemia (anche se ovviamente non la sua netta xenofobia, cfr. Ne 13,23-25).

In realtà il pontificato precedente è molto presente – forse troppo – nello sviluppo di questa Enciclica, che menziona numerose volte il papa argentino, e accoglie persino la sua peculiare massima e il riferimento del suo pontificato: «il tempo è superiore allo spazio». E non poteva mancare il controverso cammino della sinodalità, come vediamo al punto 10 e in altri articoli:

«E in quest’opera condivisa, i cristiani trovano la loro propria forma di costruire: orientare l’azione verso Dio, affinché, sotto la sua luce, il pluralismo non si disperda nel disordine, ma, nella pratica della sinodalità, diventi lo spazio in cui l’umanità ritrovi le sue fondamenta solide e il suo fine ultimo. Nell’Apocalisse, Giovanni vede la nuova Gerusalemme “che scendeva dal cielo e veniva da Dio” (Ap 21,2) come un dono per tutta l’umanità. E questa visione di grazia è per noi, cristiani, un invito a lavorare insieme, coltivando una vita comune pacifica, giusta e dignitosa nelle “città” di oggi».

Sorprende la citazione biblica introdotta per collegare umanità e sinodalità, poiché la Nuova Gerusalemme che scende dal Cielo (Ap 21,1 e ss.) è un evento escatologico successivo al Giudizio Universale, e quindi non si collega all’umanità nel suo insieme, ma esclusivamente agli eletti, tanto che – come indica Giovanni subito dopo – «i codardi, gli increduli, i depravati, gli assassini, i fornicatori, i superstiziosi, gli idolatri e tutti i falsari avranno la loro parte nel lago che arde di fuoco e zolfo, che è la seconda morte» (Ap 21,8).

Per questo, se per umanità intendiamo il genere umano, non possiamo onestamente definirla magnifica. L’abc della nostra fede cattolica ci insegna che questa stessa umanità, a meno che non accolga l’unica redenzione offerta da Cristo, è – letteralmente e non metaforicamente – sotto le grinfie del diavolo (1 Gv 5,19); non sono figli di Dio, ma figli dell’ira (Ef 2,3). «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; chi non crederà sarà condannato» (Mc 16,16). L’umanità sarà magnifica (e molto più di quanto si possa immaginare) solo se riconoscerà, con la mente e con il cuore, Gesù come unico Signore della vita di ciascuno dei suoi membri.

D’altra parte, in un esercizio di falsa umiltà (molto in linea con il precedente pontefice), l’Enciclica afferma che «la Chiesa non vuole alzare la bandiera del possesso della verità, perché la verità non è un territorio da difendere ma un bene da condividere» (25). La frase non è solo ingenua e infelice; è – e mi dispiace dirlo – codarda e fallace. Come può il Papa (capo della Chiesa sulla terra) non dover difendere la Verità? La Chiesa del Dio vivente, di Cristo e del suo vicario sulla terra non può mai rinunciare a essere «la colonna e il fondamento della Verità» (1 Tm 3,15). E mai nella storia della cristianità la Verità (con la maiuscola) è stata più attaccata di oggi; persino – e questa è la drammatica novità del nostro sventurato tempo – dall’interno stesso della Chiesa, per cui il combattimento è ineludibile e questione di vita o di morte, poiché è in gioco la salvezza di molti. Il Papa non può dire queste cose; deve predicare la buona novella di Gesù «a tempo e fuori tempo» e ha il grave obbligo – come fecero i suoi predecessori fino al Concilio Vaticano II – di «combattere la buona battaglia della fede» (1 Tm 6,12). Naturalmente, «siate astuti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16).

Ed è la Chiesa che deve «evangelizzare i poveri» (numero 5 della Sacrosanctum Concilium del CVII), e non, come dice il documento, «lasciarsi evangelizzare dai poveri con i quali condivide la storia» (41).

In ogni caso, queste «cortesi» concessioni di Leone XIV al suo predecessore sul trono di San Pietro non devono portarci a guardare con sospetto il resto del testo; piuttosto dobbiamo applicare la saggia e benevola regola di Sant’Ignazio di Loyola di «salvare la proposizione del prossimo». Per questo, dopo averla letta e meditata nella sua totalità, ritengo che ci troviamo di fronte a un magnifico documento, una luce per guidare noi cattolici nel nuovo mondo che già ci sovrasta, segnato dai progressi dell’informazione globale e dall’IA.

II

In primo luogo, mi piace che il Papa torni a ricordare la dottrina classica della differenza tra la dignità ontologica (che tutti gli esseri umani possiedono allo stesso modo per il solo fatto di essere esseri razionali, «voluti, creati e amati da Dio» (52), e la dignità operativa (sociale, esistenziale e morale (52), che può crescere o diminuire in ogni uomo (Santa Teresa di Calcutta ha la stessa dignità ontologica di ZP, anche se la dignità operativa dell’una è a anni luce da quella dell’altro). Solo affermando questa distinzione cruciale si può comprendere che, purtroppo, non si possa escludere tra gli uomini il conflitto, la lotta senza tregua tra il bene e il male, e la cosiddetta guerra giusta, anche se Leone manifesta come un desiderio che «oggi più che mai è importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, invocata troppo spesso per giustificare qualsiasi guerra, senza pregiudizio del diritto alla legittima difesa, intesa nel senso più stretto» (192). Forse sarebbe stata opportuna qui la citazione biblica che solo «Cristo è la nostra pace» (Ef 2,14), «non la pace che dà il mondo» (Gv 14,27).

È anche positivo e coraggioso che torni a ricordare che il primo diritto umano è il diritto alla vita «dal concepimento fino alla sua fine naturale» (56).

Molto didattico e utile risulta il fatto che vada mostrando le tappe storiche della Dottrina Sociale della Chiesa (DSC), dalla Rerum Novarum di Leone XIII (1891), fino all’Enciclica sull’ecologia di Francesco (Laudato Si’, 2015) (59-84), sviluppando i principi guida delle stesse: la dignità umana, il bene comune, la solidarietà (soprattutto con i poveri, i migranti, i rifugiati, gli sfollati interni, le vittime della violenza, le persone che vivono nelle periferie urbane o esistenziali…), la sussidiarietà, la destinazione universale dei beni, la giustizia sociale o lo sviluppo umano integrale, che include l’ecologia integrale. Un intenso e lodevole richiamo, anche se con una conclusione a mio giudizio discutibile, poiché insiste ancora una volta su una strada senza uscita – è la mia opinione personale – come quella dell’inevitabile sinodalità:

«la Dottrina sociale non è solo una parola rivolta alla società; è anche un esame di coscienza per la Chiesa, casa e scuola di comunione, sempre chiamata a verificare che i principi esposti in questo capitolo siano vissuti soprattutto al suo interno. Il bene comune, in ambito ecclesiale, assume il volto di uno stile sinodale per la missione al servizio del Regno. La Chiesa, infatti, è “il soggetto comunitario e storico della sinodalità e della missione”. Questo richiede attenzione al modo di prendere decisioni e di esercitare la responsabilità. Il Documento finale del Sinodo individua, tra le pratiche decisive per la trasformazione missionaria, la cultura della trasparenza, della rendicontazione e della valutazione» (86).

In ogni caso, l’aspetto più importante dell’Enciclica è che estende uno sguardo profondamente cattolico, in accordo con i principi nucleari della DSC, a fenomeni nuovi nel nostro tempo come l’irruzione dell’IA nelle nostre vite, l’implementazione in tutti gli ambiti dell’era digitale e la necessità di un adeguato discernimento per affrontare queste realtà. L’enciclica parte da qualcosa che, pur sembrando ovvio, non è compreso da molti. Trascrivo per intero questo numero, perché, oltre a essere brillante, risulta chiave per comprendere di cosa stiamo parlando:

«Ciò che possiamo dire è che bisogna evitare l’equivoco di equiparare questa “intelligenza” a quella umana. Questi sistemi imitano certe funzioni dell’intelligenza umana. Nel farlo, spesso la superano in velocità e ampiezza di calcolo, offrendo benefici concreti in numerosi campi. Eppure, questa potenza rimane legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono un’esperienza, non possiedono un corpo, non passano per la gioia e il dolore, non maturano nelle relazioni né conoscono dall’interno cosa significhino l’amore, il lavoro, l’amicizia e la responsabilità. Non hanno nemmeno una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni né assumono il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni; possono simulare empatia o comprensione, ma non conoscono ciò che producono, perché non risiedono nell’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’essere umano diventa saggio. Anche quando tali strumenti si presentano come capaci di “imparare”, lo fanno in modo diverso dalla persona umana. Non è l’esperienza di chi si lascia modellare dalla vita e cresce nel tempo attraverso decisioni, errori, perdono e fedeltà; è piuttosto un adattamento statistico a partire da dati e retroazioni, che può essere molto efficace, ma non implica una crescita interiore» (99).

Solo l’uomo ha un’anima, la macchina non l’avrà mai. A partire da questo testo chiarificatore, il Papa ci ricorderà i tre gravi pericoli di un uso smodato e senza la dovuta prudenza dell’IA: (1) abituarci a cercare risposte rapide, con detrimento del giudizio personale e della creatività; (2) una falsa sensazione di sicurezza e oggettività delle risposte rapide, che ci fanno dimenticare che esse riflettono i parametri culturali di chi le ha progettate e addestrate (aggiungo che può quindi essere un’arma efficacissima di manipolazione); e (3) il fatto che le parole di empatia, amicizia e persino amore dell’IA, pur potendo risultare gratificanti, inducono in inganno, poiché dietro non c’è un vero soggetto personale. «Quando la parola è simulata, questa non costruisce una relazione, ma un’apparenza. (…) il rischio non è tanto che una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare realmente l’altro» (100).

Per tutto questo «chiedere prudenza, controlli rigorosi e, in alcuni casi, anche un rallentamento nell’adozione dell’IA non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana» (106). E Leone usa la parola contundente «disarmare» che

«significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più efficace e al database più ampio per consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare significa rompere quell’equivalenza tra potere tecnologico e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle il dominio sull’umano» (112). Perché, in definitiva, «la capacità di una civiltà si misura non dal potere dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere un volto nell’altro e non una funzione» (114).

Meritano di essere lette e meditate anche le parole del Papa sul transumanesimo e sul postumanesimo, concetti inquietanti che non significano un tentativo legittimo di superare i limiti inerenti alla condizione umana, ma aspirano a un perverso oltre, «un’ibridazione tra l’essere umano, la macchina e l’ambiente» (116); cioè, entrare in una nuova fase evolutiva, anche se ci troviamo ancora in una fase meramente speculativa. Tuttavia, con immensa perspicacia, il Santo Padre avverte come inevitabile corollario di tali insensatezze che

«se l’essere umano è trattato come materia da perfezionare o da superare, allora diventa più facile accettare che alcuni siano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. In nome del progresso si può arrivare a pensare a “sacrifici necessari”, e far pagare ai più vulnerabili il prezzo di una presunta ottimizzazione della specie» (117). Niente di nuovo sotto il sole, anche se con maggiore tecnologia. Probabilmente qualcosa di simile, secondo quanto affermano alcuni teologi, a quell’ibridazione che gli uomini tentarono in Gn 6, e che portò come conseguenza il castigo del diluvio universale.

Non a caso, Leone concluderà questa sezione ponderando la bellezza e la dignità della condizione umana, poiché, pur nelle sue limitazioni, è tale la grandezza della nostra fede cattolica che le può trasformare in sapienza e salvezza:

«Oggi il nostro rapporto con la vita sembra essere in crisi. Tutto ciò che rappresenta un “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto principalmente come un difetto da correggere, più che come uno spazio in cui l’essere umano matura e si apre alla relazione. Invece, dobbiamo ricordare che l’essere umano non fiorisce nonostante il limite, ma spesso attraverso il limite. Una visione della realtà alla luce della fede aiuta a riconoscere ciò che chiamiamo “contingenza” delle cose di questo mondo. Se da un lato è necessario cercare di eliminare la sofferenza che segna la vita umana, dall’altro è saggio riconoscere la nostra finitudine costitutiva, sapendo che “l’esperienza religiosa, in particolare la fede cristiana, propongono di abitare senza semplificazioni questa ambivalenza tra la grandezza e il limite dell’umano, interpretandola alla luce della relazione originaria e fondante con Dio” (118).

Grande verità! E soprattutto ricorderà che l’unica e autentica elevazione dell’uomo è quella del cristiano che accoglie la Grazia: «come insegnava san Tommaso d’Aquino, questo processo di elevazione e trasformazione “supera la capacità della natura umana” perché c’è una distanza infinita tra la nostra natura e la vita di Dio. Tuttavia, è possibile essere introdotti nel seno di quella vita inestinguibile, anche mentre camminiamo tra i limiti di questo mondo. E chi rende possibile questo cammino può essere solo l’Infinito che si dona: è Dio stesso che supera la sproporzione “infinita”. Così si realizza la ri-creazione dell’umano: “Chi vive in Cristo è una nuova creatura: l’antico è scomparso, è presente un essere nuovo (2 Cor 5,17)» (127). Amen.

III

Dall’ultima parte dell’Enciclica voglio evidenziare, in primo luogo, la riflessione che il Santo Padre fa su democrazia e verità. A mio giudizio, ritengo che il Papa mostri qui una sorprendente ingenuità, perché se c’è qualcosa che la storia ha dimostrato è che le verità più importanti dell’uomo e della società (e della scienza) non sono e non sono mai state frutto di consensi (tra le altre ragioni perché le verità decisive esigono dall’uomo comune sforzi e rinunce che per principio si rifiuta di fare, e anche se un uomo può essere asceta, una società non lo sarà mai). Il consenso, ovviamente, è necessario per convivere in società senza che i più forti distruggano o opprimano i più deboli, e in questo senso la democrazia, intesa in senso formale come un sistema politico di partecipazione del popolo nella scelta dei governanti, di mandati temporanei e di controlli attraverso la separazione dei poteri, è senza dubbio uno strumento adatto alla convivenza pacifica. Nient’altro… e niente di meno. Ma la Verità non può essere oggetto di opinione pubblica e di plebiscito (si vedano i referendum sull’aborto in paesi cattolici come San Marino o l’Irlanda, o ancora più grave, ricordiamo quella consultazione pubblica voce di duemila anni fa in cui il popolo rifiutò un Re e lo sostituì con un cesare). Affermare, come fa l’Enciclica, che

«La ricerca della verità è un elemento essenziale per la democrazia, che è in sé uno strumento di partecipazione al bene comune», a mio giudizio è una contraddizione. Se la democrazia pretende – di fatto lo fa – di trasformarsi in una democrazia non formale ma materiale e decide su temi per loro natura non consensuali come la Verità, raggiungerà solo l’errore. E da lì si apre un pozzo nero verso l’abisso della tirannia. Ciò che la democrazia deve evitare è che ci uccidiamo e basta. Con questo avrà già ottenuto molto, tutto. La Verità ci è già stata data da Colui che disse di Sé di essere «la Via, la Verità e la Vita». Non era certo un democratico, e inoltre ci chiarì che «il suo regno non era di questo mondo».

E continua il Santo Padre:

«Quando la domanda su ciò che è vero perde interesse e si impone un pragmatismo che si accontenta di ciò che sembra utile o efficace, la vita democratica si indebolisce. Questa, infatti, non si sostiene solo su norme e procedure, ma, soprattutto, su una relazione leale con i fatti e su un orientamento reale verso il bene delle persone e dell’insieme della società. Il disinteresse per la verità conduce lenta ma inesorabilmente verso il totalitarismo, per il quale, come scrisse la filosofa Hannah Arendt, i sudditi ideali non sono tanto coloro che sono ideologicamente convinti, quanto “le persone per le quali non esiste più la distinzione tra fatto e finzione (cioè la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè le norme del pensiero)”» (134).

La domanda sulla verità è ovviamente essenziale, ma la democrazia non è il quadro adeguato per rispondere. Il grande handicap della democrazia, come già notò Aristotele (che la guardava con disprezzo), risiedeva nella trasformazione inevitabile del bene comune in interessi bastardi di demagoghi, e infine nell’anarchia. La democrazia, in definitiva, è utile ma per favore non colleghiamola alla verità. Olio e acqua.

Molto azzeccato è, invece, il giudizio pessimista di Leone sul nostro tempo, dove solo la speranza cristiana – il trionfo del Risorto – ha la risposta definitiva:

«La costruzione di un mondo in stato di belligeranza permanente è un male, e bisogna chiamarlo per nome. Questa forma di descrivere la realtà che viviamo può sembrare cupa o pessimista, ma ritengo che sia una denuncia necessaria. La prospettiva cristiana, tuttavia, non si esaurisce nella denuncia del male. Noi guardiamo la storia alla luce del Crocifisso Risorto, al quale il Padre ha dato “ogni potere in cielo e in terra” (Mt 28,18). Non interpretiamo il presente come un destino chiuso, ma come un campo aperto alla conversione personale e collettiva» (210).

Anche se osservo con stupore – e una certa indignazione – il suo giudizio positivo sull’ONU (quella attuale):

«Le organizzazioni internazionali, in particolare l’ONU, restano strumenti essenziali per promuovere una civiltà dell’amore (sic), sostenendo il dialogo tra le nazioni, la soluzione pacifica dei conflitti, lo sviluppo integrale dei popoli, la protezione delle persone più vulnerabili, il disarmo e la cura del creato» (226).

Voglio pensare che il Santo Padre sia sufficientemente informato del fatto che l’ONU (quella attuale) – cito proprio dall’IA –: «promuove attivamente l’accesso all’aborto come diritto umano fondamentale (…) l’OMS sostiene l’eliminazione delle restrizioni, sostenendo che penalizzarlo costituisce una forma di violenza e discriminazione». Riguardo al «gaymonio» «esorta gli Stati a legiferare per garantire l’uguaglianza dei diritti ed evitare la discriminazione, includendo il riconoscimento legale del matrimonio tra persone dello stesso sesso e l’accesso all’adozione». E sull’«ideologia di genere», l’ONU dispone di «un mandato dell’Esperto indipendente (sic) su orientamento sessuale e identità di genere (…) e promuove altresì l’educazione sessuale integrale e il riconoscimento della diversità di genere nelle sue linee guida sullo sviluppo».

«Una civiltà, più che dell’amore, del poliamore» come vediamo. E questa truppa è incaricata di vegliare sulla pace mondiale.

Concludo questa analisi segnalando che, al di là di queste incomprensibili concessioni mondialiste e al di qua della dovuta riverenza al suo controverso predecessore sulla Cattedra di San Pietro, è certo che nel suo insieme ci troviamo di fronte a una magnifica Enciclica (l’enciclica, non l’umanità), che passa brillantemente in rassegna i diversi sviluppi della DSC e che nel suo nucleo illumina l’intelligenza dei cattolici con chiare direttive su fenomeni molto importanti che abbiamo già esaminato.

Il peccato è che a causa di questi difetti puntuali si possa anche dire, con la pessimistica saggezza di Qohelet, «una mosca morta guasta un buon profumo» (Qo 10,1).

 

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