Esistono portali che nascono con vocazione di manifesto. El Césped es Verde, che prende il nome da quella profezia di Chesterton sul giorno in cui sarebbe stato necessario sguainare la spada per sostenere che l’erba è verde e che due più due fa quattro, si presenta come un rifugio per chi non si rassegna a vedere ogni evidenza dissolversi in uno slogan. Proposito lodevole. Per questo risulta tanto più curioso che una delle sue prime spade si sia sguainata non contro il relativismo ambientale, bensì contro Vox, e che la impugni Santiago Leyra-Curiá —professore dell’Università Villanueva, dottore in Diritto Ecclesiastico, numerario dell’Opus Dei— con l’argomento che il partito di Abascal ha rotto in modo insanabile con la Dottrina Sociale della Chiesa. Ci si aspettava Chesterton e ci si trova davanti a una nota episcopale commentata. Il prato, pare, è verde solo finché non si parla di frontiere.
Conviene prendere sul serio il testo, perché è ben scritto e perché il suo autore sa di cosa parla, il che è proprio ciò che lo rende discutibile. Leyra avanza tre accuse: che Vox ha fratturato la dignità umana adottando un discorso anti-immigrazione incompatibile con il mandato evangelico di accogliere lo straniero; che la sua struttura piramidale, con le sue purghe interne e il culto del leader, è estranea alla sussidiarietà e alla libertà di coscienza che la Chiesa promuove; e che le parole di Abascal contro i vescovi spagnoli e contro il Papa lo collocano fuori dal cattolicesimo coerente. La conclusione è che l’elettore cattolico è rimasto di nuovo orfano e che conviene fondare qualcosa di nuovo, una politica «per elevazione» che superi le superate categorie di sinistra e destra. È una diagnosi elegante. Ha un solo difetto, e non è da poco: confonde sistematicamente il piano del dogma con quello della prudenza, e lo fa in una sola direzione.
Cominciamo dagli insulti ai vescovi, dove la confusione rende di più. Non si è visto Abascal insultare alcun vescovo. Si è vista una risposta politica —dura, se si vuole— a un intervento durissimo, improprio e perfettamente discutibile della Conferenza Episcopale contro una posizione legittima sull’immigrazione. E qui la distinzione non è una sfumatura da sagrestia: una cosa è il rispetto dovuto ai pastori e un’altra molto diversa è accettare che una nota episcopale su una questione opinabile si trasformi, per arte di rilegatura, in dogma politico di obbligatoria adesione. La dottrina cattolica non esige di difendere l’immigrazione massiccia, disordinata o promossa come ingegneria sociale. Non lo esige il Vangelo, non lo esige il Catechismo, non lo esige la tradizione politica della Chiesa. La Chiesa insegna la dignità di ogni essere umano, il dovere di soccorrere il bisognoso e l’obbligo di trattare lo straniero con giustizia e carità; ma riconosce anche il diritto delle comunità politiche di ordinare le proprie frontiere, proteggere la propria coesione ed esigere che l’accoglienza non distrugga le condizioni stesse che la rendono possibile. Presentare la posizione di Vox come un’eresia morale non è teologia: è manipolazione con bella calligrafia. E se alcuni vescovi decidono di entrare nell’arena con pennello grosso, indicando un partito concreto mentre tacciono di fronte ad altre barbarie pubbliche, non possono poi pretendere di ricevere risposte con incenso, genuflessione e musica d’organo. Chi interviene in politica riceve risposta politica. Ciò che è veramente clericale non è contestare un vescovo; ciò che è clericale è supporre che un vescovo possa pontificare su qualsiasi questione temporale senza che nessuno gli replichi.
Il discorso sul Papa richiede una distinzione ancora più elementare, di quelle che si imparano prima della prima comunione intellettuale. Non c’è disprezzo nel constatare che, quando il Romano Pontefice esprime opinioni su immigrazione, economia, frontiere o modelli di integrazione, non sta definendo dottrina di fede. Il suo giudizio merita di essere ascoltato con rispetto filiale, ci mancherebbe, ma non trasforma automaticamente in cattolica una politica pubblica né in anticattolica quella contraria. Questo è catechismo, non sedevacantismo da bancone di bar: l’infallibilità opera in condizioni molto precise, non ogni volta che si emette un’impressione sociologica sul Mediterraneo. Nel terreno dell’opinabile, il criterio papale vale quanto valgono i suoi argomenti, e se gli argomenti zoppicano, zoppicano anche se li pronuncia chi li pronuncia. Ciò che è scandaloso, teologicamente, non è dirlo: ciò che è scandaloso è il contrario, trasformare ogni commento pontificio in articolo del Credo a seconda di ciò che conviene alla causa del giorno.
Ed è proprio qui, proprio qui, che la penna di un numerario dell’Opus Dei che chiede a Vox maggiore sottomissione al Papa acquista un aroma inconfondibile. Perché se si vuole essere esigenti con l’obbedienza a Roma, facciamolo fino in fondo. Nel giugno 2022, il motu proprio Ad charisma tuendum stabilì che il prelato dell’Opus Dei cessasse di essere vescovo e trasferì l’Opera dal Dicastero per i Vescovi a quello per il Clero, obbligandola a riformare i suoi Statuti. Nell’agosto 2023, un secondo motu proprio sui canoni 295 e 296 approfondì nella stessa direzione, riordinando l’intera figura giuridica della prelatura. Non furono suggerimenti pastorali: furono decisioni dello stesso Papa la cui autorità si invoca ora per ammonire Abascal. E la risposta dell’Opera a quei colpi non fu precisamente l’accondiscendenza entusiasta del soldato, bensì il ripiegamento paziente del giurista: studiare la portata, preservare il carisma, dialogare con la Santa Sede, incassare pastoralmente, guadagnare tempo. Tutto molto comprensibile. Tutto molto umano. Ma allora non chiamiamolo obbedienza, chiamiamolo con il suo nome: discernimento istituzionale. La stessa sensibilità romana che si esige a un partito sull’immigrazione diventa, dentro casa, una notevole capacità di sfumare, ritardare e contestualizzare ogni volta che è Roma a correggere.
Questo non è obbedienza cattolica. È papismo di convenienza. Papa massimo quando serve a riprendere Vox; Papa relativo quando mette mano negli Statuti, nel governo interno, nella condizione episcopale del prelato o nelle routine di potere della stessa istituzione. Un’obbedienza così selettiva non è una virtù teologale: è una tattica. E conviene ricordarla proprio quando si erge a metro di misura per quella degli altri.
Altro tanto accade con le purghe, quel capitolo in cui l’articolo alza il tono epico. Che si denunci con scandalo la disciplina interna di un partito ha, venendo da dove viene, un punto di umorismo involontario. Se c’è qualcosa che la storia delle istituzioni chiuse, disciplinate e di forte cultura interna conosce bene, è l’arte di amministrare la memoria di chi se ne va, di chi dà fastidio o di chi non si adatta più al racconto ufficiale.
Potremmo parlare, per esempio, di Miguel Fisac, che non fu un nemico volgare né un nuovo arrivato, bensì una delle figure centrali dei primi tempi dell’Opera —architetto eminente, amico intimo di Escrivá per vent’anni, uno di quelli che caricarono il fondatore sulle spalle per attraversare i fiumi durante la fuga sui Pirenei nella Guerra Civile—. Quel gruppo che passò la cordigliera erano otto. Fisac lo raccontò lui stesso: otto uomini, con nome e cognome. Ma poiché lui e Manuel Saiz de los Terreros lasciarono poi l’istituzione, i biografi ufficiali li soppressero dal racconto, e da allora la storia canonica dice che furono sei. Non è una metafora né un sospetto: è una sottrazione. Da otto a sei, senza stridori, con il semplice procedimento di smettere di nominare chi se ne va. Un’operazione elegantissima, in cui non si fucila nessuno: lo si cancella con bella calligrafia.
Dunque sì, parliamo di purghe, di quelle di Vox e delle sue presunte ingiustizie, perché nessun partito è immune dalle miserie umane. Ma facciamolo senza il tono di purezza istituzionale di chi proviene da una tradizione che conosce molto bene la cancellatura devota e il silenzio avvolgente. Ci sono purghe con comunicato e purghe con direzione spirituale. Non tutte fanno rumore. Alcune, semplicemente, sanno di cera.
Resta l’accusa del «tema unico», che è la più rivelatrice, non per ciò che dice, ma per il luogo da cui viene detta. Per chi vive protetto da rendita, quartiere, scuola selezionata e ambiente sociale omogeneo, l’immigrazione massiccia può sembrare un’ossessione plebea di gente esasperata, un argomento buono per la colonna pastorale e la colazione di coscienza senza costo personale. È facilissimo essere generosi con il quartiere altrui. Ma per milioni di spagnoli questo non è un’astrazione dottrinale: è la scuola dei loro figli, il centro sanitario saturo, il quartiere che cambia in cinque anni, la pressione sui salari, la casa impossibile, la sensazione crescente che certe élite abbiano deciso di sperimentare la diversità nei quartieri operai mentre loro la contemplano da dietro la cancellata, l’allarme e la messa delle dodici.
Chiamare «tema unico» quella preoccupazione è piuttosto osceno. Tema unico non è parlare di immigrazione; tema unico è rifiutarsi di guardare le sue conseguenze perché a uno non lo sfiorano, ripetere «accogliere, proteggere, promuovere e integrare» come una formula magica senza spiegare mai chi paga, chi convive, chi cede e cosa succede quando l’integrazione non arriva. Quando qualcuno installato nel comfort rimprovera all’operaio la sua ossessione con il pane, non si può che sorridere davanti alla purezza della diagnosi: da certe altezze, ogni problema reale sembra una mania plebea.
Nulla di tutto questo nega la dignità dell’immigrato; al contrario, la prende sul serio, perché prendere sul serio la politica consiste precisamente nel governare le conseguenze e non nel lanciare principi nell’aria con la speranza che cadano ordinati sulla realtà. Chi si rifiuta di parlare di conseguenze non è più cristiano: è più irresponsabile, magari con ottime intenzioni, che è come di solito si lastricano i disastri meglio educati della storia.
Da qui deriva che la conclusione dell’articolo —l’orfanile invito a fondare una politica «per elevazione» che trascenda sinistra e destra— suoni meno come un programma che come una scusa. È un’aspirazione rispettabile e vecchia come il disincanto, e ha il fascino di non impegnare a nulla: dall’altezza, ogni conflitto reale sembra una lite tra barbari che non hanno ancora compreso la sintesi. Ma la politica non si fa per elevazione, si fa per gravità, là dove le decisioni pesano e qualcuno paga il conto. Ed è significativo che chi reclama quell’altezza per gli altri non l’abbia applicata, con lo stesso rigore, all’obbedienza dovuta nella propria casa.
Essere cattolici non obbliga a essere ingenui. Né rispettare i vescovi concede una bolla per elevare un’opinione prudenziale alla categoria di dogma. Né amare il Papa esige fingere che ogni sua frase sulle frontiere abbia il peso di una definizione conciliare —e tanto meno lo esige da chi, all’occorrenza, sa leggere i motu proprio che lo riguardano con notevole senso della sfumatura. Il prato, in effetti, è verde. Ma forse bisognerebbe ricordare all’autore che difendere l’evidente include anche l’evidente che dà fastidio in casa propria: che l’obbedienza, quando è vera, non sceglie i suoi giorni; e che la spada che si sguaina per correggere il vicino conviene, prima, averla provata nel proprio giardino.
Nota: Gli articoli pubblicati come Tribuna esprimono l’opinione dei loro autori e non rappresentano necessariamente la linea editoriale di Infovaticana, che offre questo spazio come forum di riflessione e dialogo.