Il cardinale Matteo Zuppi ha espresso chiaramente un’idea che continua a pesare in settori della gerarchia ecclesiastica: ricorrere alla giustizia civile in casi di abusi sessuali commessi da sacerdoti implicherebbe riconoscere che il sistema interno della Chiesa non funziona. Lo ha affermato durante il programma «Francesco – Crónicas de un Papado» su La7, un reportage del giornalista Ezio Mauro in occasione del primo anniversario della morte di Francesco.
Alla domanda sulla gestione degli abusi durante il pontificato di Francesco, Zuppi ha difeso con fermezza la sua azione, ma ha introdotto una sfumatura significativa nel trattare la collaborazione con la giustizia civile: «Il problema della collaborazione con il civile è più complesso, perché se non siamo capaci di giudicarci da soli, di esaminarci, significa che c’è qualcosa che non funziona». Subito dopo, ha insistito sul fatto che il Papa era stato «rigorosissimo» e ha sottolineato l’importanza di ascoltare le vittime.
L’approccio è chiaro. Ricorrere alle autorità civili non appare come un’esigenza morale o giuridica, ma come la conseguenza di un fallimento interno. Nella pratica, questo equivale a sostenere che la Chiesa deve bastare a se stessa anche di fronte a reati che appartengono anche al ambito penale.
Una posizione in tensione con la normativa vigente
Questa visione si scontra con il quadro stabilito dal motu proprio Vos estis lux mundi, dove il Papa Francesco ha insistito sulla necessità di agire con rigore e collaborare con le autorità civili in conformità con la legislazione di ciascun paese.
Tuttavia, le parole di Zuppi puntano a un’altra logica: preservare la capacità della Chiesa di giudicare internamente questi casi, evitando che l’intervento esterno sia percepito come necessario. Non si tratta di una sfumatura minore, ma di un modo di intendere l’ambito della responsabilità istituzionale.
Abusi trattati come questione interna
Il nucleo dell’approccio si riassume in un’idea: «dobbiamo essere capaci di giudicarci da soli». Con questa affermazione, Zuppi colloca gli abusi nell’ambito interno della Chiesa, come se bastassero i suoi meccanismi disciplinari.
Ma i tribunali canonici non sostituiscono la giustizia civile. Possono imporre sanzioni ecclesiastiche, ma non rispondono alle esigenze penali proprie di questi reati né garantiscono da soli la riparazione dovuta alle vittime. Ridurli a quell’ambito implica, nella pratica, trattarli solo come mancanze morali e non come crimini.
Una logica che spiega quanto accaduto
Le dichiarazioni del cardinale italiano riflettono un modo di affrontare gli abusi che non rompe del tutto con il passato. Nonostante le norme e i discorsi ufficiali, persiste l’idea che questi casi debbano essere risolti principalmente all’interno della Chiesa stessa.
Il risultato è un modello che privilegia il controllo interno e limita la trasparenza, un approccio che aiuta a comprendere perché per anni molti casi non sono arrivati ai tribunali civili. Se denunciare è percepito come riconoscere un fallimento strutturale, la tendenza naturale è allora evitare quel passo.