Questo sabato 2 maggio Hakuna Group Music sbarca per la prima volta in Venezuela. Sarà al Fórum di Valencia (Carabobo), con un montaggio a 360 gradi, più di cinquanta artisti in scena, tra 8.000 e 9.000 biglietti con lo stesso lema ripetuto senza batter ciglio: «in ginocchio davanti all’Eucaristia e in piedi davanti al mondo».
Conviene, prima che si accendano le luci, guardare il video che linkiamo. Quello che appare in esso non è nessuna campagna diffamatoria di un nemico del movimento: è materiale prodotto e diffuso dallo stesso entourage di Hakuna e è accaduto durante questi giorni in Venezuela. Quello che si vede è questo: il Santissimo Sacramento esposto su una roccia della spiaggia, più o meno coperta con un tovagliolo domestico a quadri, custodia deposta come chi posiziona la tovaglia per una merenda, un cartellone graffiti steso ai piedi, e né un solo presbitero o diacono identificabile in scena. Solo una religiosa.
Da lì, le domande sono inevitabili e richiedono una risposta pubblica:
C’era il permesso dell’Ordinario del luogo? Perché l’esposizione pubblica del Santissimo lo richiede (c. 942 CIC; Redemptionis Sacramentum 137).
C’era un ministro ordinato? Perché l’esposizione in custodia con benedizione eucaristica è riservata al sacerdote o al diacono (Rituale del 1973, n. 91). Una religiosa non supplisce a quella funzione.
Dov’è l’altare, i ceri, l’incenso, la dignità minima del luogo? Perché Redemptionis Sacramentum 138 lo dice con chiarezza: nulla che possa oscurare la centralità dell’Eucaristia deve distrarre l’attenzione dei fedeli. Una roccia non è un altare. Un pareo non è un pannello liturgico. Una sessione di foto non è un’adorazione.
Hakuna porta anni a vendere il suo «carisma» come argomento che scusa tutto: la freschezza giovanile, la vicinanza, la spontaneità. Ma nessun carisma autorizza a trattare il Santissimo con meno cura di quella che si metterebbe a manipolare un oggetto di mediana rilevanza materiale. Quando la custodia si converte in atrezzo pubblicitario —in reel, in cartellone, in immagine virale per vendere biglietti—, non siamo più davanti a un movimento ecclesiale: siamo davanti a un’operazione di marketing esperienziale che si serve del Santissimo come asset di marca.
E qui bisogna porre freno. Lo sta chiedendo la fede della Chiesa, non il rigorismo di nessuno. Se crediamo davvero che nell’Eucaristia sia presente realmente, veracemente e sostanzialmente Cristo Signore, i segni materiali con cui si tratta quella presenza non sono un dettaglio estetico. Sono la prova pubblica della fede che si dice professare. E quando quei segni si degradano sistematicamente —e questo è sistematico in Hakuna, non un lapsus isolato—, quello che si erode non è la liturgia: è la fede stessa dei migliaia di giovani che il movimento dice voler evangelizzare.
La pastorale giovanile venezuelana, i vescovi che trattano con Hakuna e, in questo caso concreto, l’Ordinario di Valencia hanno un dovere chiaro prima del 2 maggio: esigere spiegazioni su cosa si farà con il Santissimo intorno a questo concerto, con quale autorizzazione, con quale ministro e sotto quali condizioni.
Hakuna arriva in Venezuela con un buon lema e una pessima applicazione. Chi crede davvero che si debba stare in ginocchio davanti all’Eucaristia dovrebbe iniziare a rivedere cosa intende esattamente per «stare in ginocchio». Non è una posa per il reel. È il modo concreto —materiale, rituale, custodito dalla Chiesa— di trattare Dio che include evitare mondanizzazioni buoniste che generano una dolorosa confusione.