Leone XIV ha ricevuto questo sabato nella Sala Clementina gli eurodeputati del Partito Popolare Europeo, guidati dal loro presidente, Manfred Weber, e dall’inviata speciale dell’UE per la libertà religiosa, Mairead McGuinness. L’udienza si inserisce nella linea degli incontri tenuti da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI con la famiglia popolare europea, e del messaggio che Francesco ha loro inviato a giugno del 2023 dall’ospedale.
Il Pontefice ha articolato il suo discorso intorno a tre assi: l’eredità cristiana dell’Europa, la critica all’ideologia e il ruolo della politica come «forma più elevata di carità», secondo la formula di Pio XI che ha citato espressamente. Ha rivendicato Adenauer, De Gasperi e Schuman come riferimento fondazionale e ha avvertito contro i due estremi che, a suo giudizio, svuotano oggi l’azione politica: il populismo, che «cerca solo un’approvazione facile», e l’elitismo, «che tende ad agire senza consenso». Di fronte a entrambi, ha proposto un ritorno a ciò che è «analogico» nell’era del «trionfo digitale», inteso come recupero del contatto diretto tra rappresentanti e cittadini.
Leone XIV ha chiesto ai popolari «riscoprire e abbracciare l’eredità cristiana», mantenendo la distinzione tra la testimonianza profetica, propria della Chiesa, e la testimonianza cristiana tradotta in decisioni politiche. Essere cristiani in politica, ha precisato, non equivale a essere confessionale, ma a permettere che il Vangelo orienti le scelte, «anche quelle che non sembrano ottenere un consenso facile». Ha citato come priorità le condizioni lavorative dignitose, la paura europea di formare una famiglia e avere figli, le cause profonde della migrazione, la cura del creato e i rischi dell’intelligenza artificiale. Ha chiuso con una difesa della libertà religiosa, di pensiero e di coscienza, e un avvertimento contro il «cortocircuito dei diritti umani» che finisce per cedere «di fronte alla forza e all’oppressione».
Tra i presenti c’era l’eurodeputata Dolors Montserrat, che ha diffuso su X immagini dell’incontro e ha riassunto l’udienza in cinque parole: «dignità, unità, libertà, democrazia e verità».
Colpisce, tuttavia, ciò che il discorso non contiene. Nonostante l’insistenza del Papa sull’eredità cristiana e sulla necessità che il Vangelo guidi decisioni impopolari, il testo non menziona esplicitamente la difesa della vita dal concepimento, né il matrimonio, né la libertà educativa delle famiglie —tre nuclei classici della dottrina sociale che hanno segnato i discorsi di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI davanti a questo stesso uditorio—. L’omissione è rilevante in un momento in cui il Parlamento Europeo, con voti divisi all’interno dello stesso PPE, ha approvato risoluzioni a favore dell’inclusione dell’aborto nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, e in cui la maggioranza delle delegazioni nazionali del gruppo sostiene posizioni favorevoli allo stesso.
Il Pontefice ha optato per parlare della «persona umana al centro» in termini generali e della migrazione o del lavoro in chiave concreta, lasciando i temi bioetici in una zona deliberatamente indefinita. Vedremo se questa scelta risponde a una strategia diplomatica —evitare il confronto diretto con un gruppo parlamentare eterogeneo in queste materie— o anticipa un profilo magisteriale meno centrato su ciò che Benedetto XVI denominò i «principi non negoziabili».
Di seguito, il discorso completo:
In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo,
La pace sia con voi,
Distinti parlamentari,
Signore e signori,
Vi do un cordiale benvenuto a questo nostro incontro. In modo particolare, saluto il vostro presidente, il signor Manfred Weber e la signora Mairead McGuinness, l’Inviata Speciale dell’UE responsabile di promuovere la libertà di religione o di credo al di fuori dell’Unione Europea.
Il nostro incontro si celebra nella scia di quelli che ebbero luogo con i miei predecessori, San Giovanni Paolo II e Papa Benedetto XVI, nonché del messaggio che Papa Francesco vi inviò a giugno del 2023, quando non poté ricevervi personalmente a causa della sua degenza ospedaliera. Per questo, mi compiaccio di continuare questo dialogo con il Partito Popolare Europeo, che trae la sua ispirazione politica da figure come Adenauer, De Gasperi e Schuman, ampiamente considerati i padri fondatori dell’Europa moderna.
Come Benedetto XVI venti anni fa, anch’io «apprezzo il riconoscimento che fa il vostro Gruppo dell’eredità cristiana dell’Europa». [1] Il progetto europeo, nato dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, nacque senza dubbio dalla necessità pratica di evitare che un tale conflitto si ripetesse. Tuttavia, è altrettanto impregnato di una visione ideale, cioè il desiderio di favorire una cooperazione che superi secoli di divisione e permetta ai popoli del continente di riscoprire il patrimonio umano, culturale e religioso che condividono. I padri fondatori si ispirarono alla loro fede personale e consideravano i principi cristiani come un elemento comune e unificante che poteva aiutare a porre fine allo spirito di vendetta e conflittuale che aveva condotto alla Seconda Guerra Mondiale.
Papa Francesco ha coniato una espressione bella e semplice che riassume questa idea: «l’unità prevale sul conflitto». [2] Poiché la ricerca dell’unità ha il valore di andare oltre la superficie del conflitto e di vedere gli altri nella loro dignità più profonda. [3] In questo modo, diventa possibile creare qualcosa di nuovo e costruttivo, mentre il conflitto esalta le differenze, favorisce la ricerca e l’affermazione del potere e, in ultima analisi, conduce alla distruzione.
Il compito principale di qualsiasi azione politica è offrire una visione ideale, poiché la politica richiede una visione ampia del futuro, senza temere di prendere decisioni difficili e persino impopolari quando necessario per il bene comune. In questo senso, la politica è la «forma più elevata di carità» [4] perché può impegnarsi completamente nella costruzione del bene comune.
Tuttavia, perseguire un ideale non significa glorificare un’ideologia. Di fatto, l’ideologia è sempre il risultato di una distorsione della realtà e di una sorta di violenza imposta su di essa. Ogni ideologia torce le idee e sottomette l’essere umano al suo proprio progetto, soffocando le sue vere aspirazioni, il suo desiderio di libertà, di felicità e di benessere personale e sociale. L’Europa moderna nacque riconoscendo il fallimento dei progetti ideologici che l’avevano distrutta e divisa.
Come notò De Gasperi, perseguire un ideale significa porre la persona umana al centro, «con il suo spirito di fraternità evangelica, con la sua reverenza per la legge ereditata dall’antichità, con il suo apprezzamento per la bellezza raffinata nel corso dei secoli e con il suo impegno per la verità e la giustizia, acuito da millenni di esperienza». [5]
Questo è il quadro entro il quale la politica può ancora essere praticata oggi e al quale è necessario ricondurre l’attività politica. Il vostro partito si chiama Partito Popolare Europeo. Il popolo è al cuore del vostro impegno, e non può essere lasciato da parte. Non sono meri destinatari passivi di proposte e decisioni politiche; sono, soprattutto, chiamati a essere partecipanti attivi che condividono la responsabilità di ogni azione politica. Essere presenti tra il popolo e coinvolgerlo nel processo politico è il miglior antidoto contro il populismo, che cerca solo un’approvazione facile, e contro l’elitismo, che tende ad agire senza consenso. Entrambe sono tendenze diffuse nel panorama politico attuale. Una politica autenticamente «popolare» richiede tempo, progetti condivisi e amore per la verità.
Uno dei principali problemi della politica negli ultimi anni è stato il declino costante della sintonia, della cooperazione e dell’impegno reciproco tra il popolo e i suoi rappresentanti. È necessario ricreare un senso genuino di «popolo», che implichi un contatto personale tra cittadini e i loro rappresentanti, per rispondere efficacemente ai problemi concreti del popolo alla luce di una visione ideale. Potremmo dire metaforicamente che nell’era del «trionfo digitale», l’azione politica veramente orientata al bene comune richiede un ritorno all’«analogico».
Forse questo è il vero antidoto contro una politica che spesso urla, composta solo di slogan e incapace di rispondere alle reali necessità delle persone. Inoltre, per superare una certa disaffezione per la politica, è necessario recuperare le persone avvicinandole personalmente e ricostruendo una rete di relazioni nelle zone in cui vivono, affinché tutti possano sentire di appartenere a una comunità e condividere il loro futuro.
Cosa significa questo in termini pratici per coloro che basano le loro azioni su valori cristiano-democratici? Anzitutto, significa riscoprire e abbracciare l’eredità cristiana da cui provengono, mantenendo al contempo la necessaria linea di demarcazione tra la testimonianza religiosa profetica —riservata alla comunità ecclesiale— e la testimonianza cristiana espressa attraverso scelte politiche concrete. [6] Essere cristiani in politica non significa essere apertamente confessionale; ma permettere che il Vangelo guidi le decisioni che devono essere prese, anche quelle che non sembrano ottenere un consenso facile. Significa lavorare per preservare la connessione tra la legge naturale e la legge positiva, e tra le radici cristiane e l’azione politica.
Essere cristiani impegnati in politica richiede una prospettiva realistica che parta dalle preoccupazioni concrete delle persone. Questa prospettiva deve cercare, soprattutto, di favorire condizioni lavorative dignitose che promuovano l’ingegno e la creatività delle persone di fronte a un mercato sempre più disumanizzante e insoddisfacente. Quella prospettiva deve permettere alle persone di superare la paura di formare una famiglia, di avere figli, una paura che sembra essere particolarmente prevalente in Europa. Deve anche affrontare le cause profonde della migrazione, prendersi cura di chi soffre, tenendo conto delle vere capacità di accogliere e integrare i migranti nella società. Allo stesso modo, richiede di affrontare in modo non ideologico le grandi sfide del nostro tempo, come la cura del creato e l’intelligenza artificiale. Quest’ultima offre grandi opportunità, ma è anche piena di pericoli.
Essere cristiani impegnati in politica significa anche investire nella libertà —non una libertà trivializzata ridotta a mere preferenze personali, ma una basata sulla verità, che salvaguarda la libertà religiosa così come la libertà di pensiero e di coscienza in tutti i luoghi e circostanze—. Allo stesso tempo, va evitato di fomentare un «cortocircuito» dei diritti umani [7], perché finisce per cedere di fronte alla forza e all’oppressione.
Vi lascio con questi brevi punti, con la speranza che possano costituire un punto di partenza per il vostro impegno. Esprimendo i miei migliori auspici per il vostro servizio ai popoli europei, vi imparto di buon grado la mia Benedizione Apostolica.
Grazie.
[1] BENEDETTO XVI, Discorso ai membri del Partito Popolare Europeo in occasione delle Giornate di Studio sull’Europa (30 marzo 2006), AAS 98 (2006), 344.
[2] FRANCESCO, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, 228: AAS 105 (2013), 1113.
[3] Cf. ibid.
[4] Pio XI, Udienza con i Leader della Federazione Universitaria Cattolica (18 dicembre 1927).
[5] A. DE GASPERI, Europa, la Nostra Patria. Discorso alla Conferenza Parlamentare Europea, 21 aprile 1954 in: Alcide De Gasperi e la politica internazionale, Roma 1990, vol. III, 437-440.
[6] Cf. MARIALUISA L. SERGIO in: ALCIDE DE GASPERI, Diario 1930-1943, Bologna 2018, 24.
[7] Discorso ai membri del Corpo Diplomatico Accredito presso la Santa Sede (9 gennaio 2026).