Esta intervista al superiore generale della Fraternità San Pio X, don Davide Pagliarani, affronta con chiarezza le ragioni che, a giudizio dell’istituzione, giustificano le prossime consacrazioni episcopali, nonché la sua lettura della crisi dottrinale, liturgica e disciplinare che attraversa la Chiesa. Nel corso della conversazione, Pagliarani risponde alle obiezioni più frequenti, espone la posizione della Fraternità sull’obbedienza, la Tradizione, l’autorità e il rischio di scisma, e offre la sua diagnosi sul momento ecclesiale attuale.
Riproduciamo di seguito l’intervista integrale:
FSSPX.Attualità: Reverendo Superiore Generale, il suo annuncio delle prossime consacrazioni episcopali, il passato 2 febbraio, ha suscitato una serie di reazioni particolarmente intense. Cosa ne pensa?
Don Davide Pagliarani: Questo è comprensibile, poiché si tocca una questione molto sensibile nella vita della Chiesa. Inoltre, i motivi di questa decisione sono oggettivamente gravi: ciò che è in gioco —il bene delle anime— è una questione capitale. Il dibattito che questo annuncio ha suscitato ha, quindi, logicamente una grande ampiezza. In fondo, nessuno è rimasto indifferente. Questo è oggettivamente positivo e, provvidenzialmente, credo che corrisponda a una necessità molto attuale.
In effetti, negli ultimi anni, l’ambito conservatore e tradizionalista —nel senso ampio del termine— ha dato talvolta l’impressione di ridursi a un mezzo di commentatori, dove si esprimono analisi, aspettative e frustrazioni, spesso legittime, ma che non si traducono facilmente in prese di posizione realistiche e conseguenti. Tra loro, vi sono coloro che ancora attendono una risposta della Santa Sede ai dubia formulati dieci anni fa da quattro cardinali —due dei quali oggi sono deceduti— su Amoris Lætitia, o anche l’eventuale pubblicazione di un nuovo motu proprio sulla messa tridentina.
In questo contesto, la decisione delle consacrazioni interpella. Non è una dichiarazione in più: è un gesto significativo che obbliga a riflettere, a comprendere la gravità reale dei problemi attuali e a prendere una posizione concreta. Nulla è più urgente oggi. Senza averlo cercato, la Fraternità Sacerdotale San Pio X si trova a essere lo strumento di una scossa salutare —scossa di cui, in definitiva, solo la Provvidenza è artefice—. Provvidenzialmente, le è concesso contribuire a qualcosa di cui la Chiesa ha bisogno oggi più che mai, per il suo bene e per la sua rigenerazione.
Perché considera che una scossa di tale indole risulti oggi particolarmente necessaria?
Quando si parla e si discute senza sosta, spesso in modo frustrante, di problemi estremamente gravi che riguardano la fede, gli stessi temi oggetto del dibattito o del dialogo finiscono, a lungo termine, per essere percepiti come discutibili, nel rispetto sistematico delle idee altrui e delle diverse sensibilità. Poco a poco, tutto si relativizza.
Di fatto, il flagello del pluralismo dottrinale, a cui l’uomo moderno è naturalmente incline, finisce per contaminare persino le anime più sane, scivolando gradualmente verso l’indifferentismo; un’anestesia lenta e inesorabile fa perdere il senso del reale; si tende a installarsi in una zona di comfort, aggrappandosi a comodità e privilegi, evitando a tutti i costi di comprometterli; lo zelo e lo spirito di sacrificio diminuiscono. In una parola, il pericolo è abituarsi alla crisi e arrivare a viverla come qualcosa di normale. Tutto questo avviene progressivamente, senza rendersene conto. Coloro che hanno una responsabilità sulle anime hanno il dovere di analizzare in profondità questi meccanismi e tentare di bloccarli prima che diventino irreversibili.
Ora, ciò che è in gioco oggi non è un’opinione, né una sensibilità, né un’opzione preferenziale, né una sfumatura particolare nell’interpretazione di un testo: sono la fede e la morale che un cattolico deve conoscere, professare e praticare per salvare la sua anima e andare in Cielo.
In altre parole, di fronte all’Eternità e al pericolo di perdere il Cielo, le chiacchierate, le dissertazioni e il dialogo devono cedere il posto alla realtà.
Qual è quella realtà di cui parla, e in che senso il gesto della Fraternità può aiutare a chiarirla?
Questa realtà è che oggi più che mai è necessario riaffermare, proclamare e professare i diritti di Cristo Re sulle anime e sulle nazioni: è necessario avere il coraggio di predicare che la Chiesa cattolica è l’unica arca di salvezza per ogni uomo, senza distinzione; è necessario credere nella Redenzione, nei sacramenti, nella distruzione del peccato; è necessario ricordare all’umanità che la Chiesa è stata istituita per strappare le anime dall’errore, dal mondo, da Satana e dall’inferno.
È necessario smettere di far credere a coloro che vivono abitualmente nel peccato, a coloro che persino si gloriano del loro vizio contro natura, che Dio perdona tutto, sempre e in qualsiasi circostanza, senza vera conversione, senza contrizione, senza penitenza, senza l’esigenza di un cambiamento radicale; bisogna saper riconoscere con semplicità che la partecipazione di un Papa a un rituale in onore della Pachamama, nei giardini del Vaticano, è una follia e uno scandalo senza nome; infine, e soprattutto, bisogna smettere di ingannare le anime e l’umanità facendogli credere che tutte le religioni adorano lo stesso Dio sotto nomi diversi. In una parola: bisogna smettere di chiedere perdono al mondo per aver tentato di convertirlo, cristianizzarlo, e per aver condannato l’errore per secoli.
In questo tragico contesto, è necessario che qualcuno osi dire: «Basta!», non solo con parole, ma soprattutto con gesti concreti.
«Bisogna smettere di chiedere perdono al mondo per aver tentato di convertirlo, cristianizzarlo, e per aver condannato l’errore per secoli».
Se, nella confusione presente, la Provvidenza fornisce alla Fraternità San Pio X i mezzi per proclamare chiaramente i diritti eterni del Nostro Signore, sarebbe da parte nostra un peccato molto grave sottrarci a questo obbligo che la fede e la carità ci impongono. Tali sono le premesse che permettono di comprendere perché esiste la Fraternità San Pio X e perché oggi procede a queste consacrazioni episcopali.
Senza queste premesse, la decisione della Fraternità, così come il suo stesso discorso, mancherebbero di senso. Se non si riconosce che ciò che è in gioco è la fede stessa, allora inevitabilmente l’attualità della Fraternità San Pio X può essere percepita solo come un problema di disciplina, di ribellione o di disobbedienza. È l’errore che commettono, purtroppo, coloro che affermano che la Fraternità San Pio X consacra vescovi unicamente per conservare la propria autonomia.
Tuttavia, non si tratta di questo. Le prossime consacrazioni sono un atto di fedeltà che cerca di conservare i mezzi per salvare la propria anima e quelle degli altri. La ricerca di un’autonomia egoista non è la stessa cosa della salvaguardia di una libertà indispensabile per professare la fede e trasmetterla alle anime.
Tra le personalità che si sono pronunciate contro le consacrazioni del 1º luglio vi sono cardinali conservatori molto critici verso il Papa Francesco, come il cardinale Gerhard Ludwig Müller o il cardinale Robert Sarah. Come spiega il loro atteggiamento?
Innanzitutto, bisogna riconoscere che un conservatore critico nei confronti del Papa Francesco potrebbe provare una certa paura di essere identificato con la Fraternità San Pio X e di essere demonizzato con essa. Da ciò può derivare la necessità di manifestare chiaramente di non avere nulla a che fare con noi.
Tuttavia, al di là di questo aspetto, questi cardinali o vescovi soffrono di un’inquietudine più profonda, tipicamente moderna: il non riuscire a conciliare le esigenze della fede con quelle del diritto canonico. La fede esige che si faccia tutto il possibile per professarla, preservarla e trasmetterla; allo stesso tempo, se si interpreta il diritto alla lettera, facendo astrazione dalle circostanze attuali, una consacrazione di vescovi senza l’approvazione del Papa sembra impossibile. Allora, cosa fare? Questi cardinali, come altri, vivono in una sorta di dicotomia permanente che rischia di annullare le loro buone intenzioni: pongono queste due esigenze una accanto all’altra, in modo cartesiano, e si trovano schiacciati o sopraffatti dalla apparente contraddizione.
«Il Magistero esiste per insegnare la fede, e non per inventarla; il diritto esiste per preservarla e garantire le condizioni necessarie per la vita cristiana che da essa deve derivare».
Da parte sua, la Fraternità San Pio X considera che questi due postulati non devono semplicemente essere giustapposti, ma gerarchizzati, essendo uno subordinato all’altro. In effetti, nella Chiesa, la purezza e la professione della fede precedono ogni altra considerazione, poiché gli altri elementi che compongono la vita della Chiesa dipendono tutti dalla fede stessa: il Magistero esiste per insegnare la fede, e non per inventarla; il diritto esiste per preservarla e garantire le condizioni necessarie per la vita cristiana che da essa deve derivare[1]. Questa priorità deriva dal fatto che il Nostro Signore stesso, incarnandosi, manifesta al mondo, anzitutto, la Verità eterna; e che, in quanto Legislatore, indica nel Vangelo i mezzi per conoscere quella stessa Verità e rimanere fedeli ad essa. Esiste una priorità logica tra il primo e il secondo elemento.
Di conseguenza, la Provvidenza divina non ha istituito la Chiesa come un insieme parlamentare di ministeri giustapposti e indipendenti gli uni dagli altri. Al contrario, ha istituito una gerarchia di priorità con il fine specifico e primario di preservare il deposito della fede, di confermare i fedeli in questa fede e di organizzare tutto il resto in funzione di questa esigenza prioritaria e fondamentale. Il diritto, in particolare, serve a questo e non a ostacolare o condannare coloro che vogliono rimanere cattolici, cioè coloro che vogliono vivere della fede.
Perché considera questo atteggiamento come tipicamente moderno?
L’uomo moderno ha difficoltà a organizzare in modo armonioso i diversi elementi della realtà in cui vive, e del sapere che li analizza. Se usiamo un linguaggio un po’ tecnico, diremmo che l’uomo moderno tende a classificare in modo nominalista gli elementi della realtà che lo circonda: pone su ciascuno di essi etichette superficiali, senza sforzarsi di andare in fondo ai problemi e, quindi, senza poterli comprendere nella loro complessità, nelle loro implicazioni o nella loro interdipendenza.
Così, nel caso che ci occupa, l’applicazione della legge è completamente dissociata dalla realtà che la stessa legge è chiamata a proteggere. È precisamente da questa dissociazione tra la legge e la realtà che nascono gli approcci ideologici, tipicamente moderni, sia nell’ambito religioso che in quello civile. Questo atteggiamento ha due conseguenze distinte e complementari.
In coloro che soffrono questa dicotomia e si confrontano con questo dilemma, come può accadere negli ambienti conservatori, conduce al fatalismo e allo scoraggiamento, poiché si sentono intrappolati, paralizzati, incapaci di agire in modo adeguato e conforme alle esigenze oggettive della Verità e del Bene. Chi vive costantemente in questa contraddizione esistenziale finisce per esserne vittima, e per confondere il fatalismo con la fiducia nella Divina Provvidenza.
D’altra parte, in coloro che detengono l’autorità, questo rischia di condurre a una cecità irreversibile e all’indurimento del cuore, conseguenze inevitabili dell’approccio ideologico: «la legge è la legge», indipendentemente dalle circostanze, dalle esigenze concrete o dalle buone intenzioni.
È per questa ragione che il Nostro Signore condanna questo atteggiamento in termini molto forti: «Allora Gesù disse: “Io sono venuto in questo mondo per un giudizio: affinché coloro che non vedono vedano, e coloro che vedono diventino ciechi”. All’udire ciò, alcuni farisei che erano con lui gli dissero: “Siamo anche noi ciechi?”. Gesù rispose loro: “Se foste ciechi, non avreste peccato. Ma ora che dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane”» (Gv 9, 39-41).
Pensa che l’insegnamento del Vangelo possa, in qualche modo, chiarire la situazione presente?
Il Nostro Signore è l’esempio perfetto dell’obbedienza alla legge di Mosè: insieme alla Santissima Vergine Maria, compie alla lettera tutte le prescrizioni legali, fin dai primi giorni della sua esistenza. E mantiene la sua osservanza rigorosa fino all’ultimo giorno della sua vita: nell’Ultima Cena, Gesù segue alla lettera il rituale ebraico dell’epoca.
Tuttavia, il Nostro Signore compie miracoli persino di sabato, provocando la reazione legalista e cieca dei farisei. Gesù, Legislatore più grande dello stesso Mosè, è il primo a rispettare la legge, e il primo a riconoscere l’esistenza di un bene superiore che può dispensare dall’osservanza della lettera della legge. Le sue parole, come sempre, valgono più di mille trattati:
«Come egli era entrato in casa di uno dei capi dei farisei, di sabato, per pranzare, lo osservavano. Vi era là davanti a lui un uomo idropico. Rivolto ai dottori della legge e ai farisei, Gesù disse: “È lecito o no curare di sabato?”. Ma essi tacevano. Presolo allora per mano, lo guarì e lo congedò. Poi disse loro: “Qual è di voi che, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tira su subito, anche di sabato?”. E non erano in grado di rispondergli a questo» (Lc 14, 1-6).
Queste parole divine non hanno bisogno di spiegazione. La Fraternità San Pio X le fa pienamente sue. Anche noi dobbiamo fare tutto il possibile per tirare le anime fuori dal pozzo, anche se viviamo come in un sabato interminabile. Il Nostro Signore non era legalista, né nominalista, né cartesiano: era il Buon Pastore.
In questi ultimi mesi, persino fuori dalla Fraternità, sono sorte voci di sostegno. Monsignor Athanasius Schneider, in particolare, è intervenuto in diverse occasioni riguardo alle consacrazioni. Come spiega la sua ferma posizione?
Confesso che questo sostegno alla Fraternità mi ha profondamente commosso. Diversi sacerdoti diocesani ci hanno manifestato il loro riconoscimento e il loro incoraggiamento, e anche diversi vescovi. Voglio ringraziarli tutti.
Poiché non posso nominarli tutti qui, vorrei ringraziare in modo particolare Mons. Strickland per il suo messaggio pieno di forza, chiarezza e coraggio. E, naturalmente, Mons. Schneider: questo vescovo ha dato prova di grande coraggio e di una libertà di parola che mostrano che si tratta di un uomo di Dio, disinteressato, realmente preoccupato per il bene delle anime. Credo che il suo sostegno, e tutto ciò che ha detto nel corso di questi ultimi mesi, passerà alla storia. Sono convinto che questo non sia importante solo per la Fraternità, ma ancor più per tutti i vescovi del mondo. È un segno oggettivo di speranza: la sua parola mostra che la Provvidenza può in ogni tempo suscitare voci che dicono la verità con coraggio e fermezza, senza temere eventuali conseguenze personali.
Prima di lui, Mons. Huonder —che è entrato nell’eternità due anni fa— ci incoraggiava già chiaramente a procedere con le consacrazioni. Sia lui che Mons. Schneider erano stati incaricati dal Vaticano per dialogare con la Fraternità; e, a differenza di altri interlocutori, hanno saputo ascoltare e comprendere.
Si aspetta ancora di vedere il Papa prima delle consacrazioni?
Certamente, questo è il mio desiderio più sincero. Tuttavia, mi sorprende che, da parte del Santo Padre, non ci sia stata finora alcuna risposta né reazione personale.
Prima di dichiarare forse scismatica una società che conta più di mille membri, e che costituisce un punto di riferimento per centinaia di migliaia di fedeli in tutto il mondo, sarebbe bene conoscere personalmente coloro che devono essere giudicati. La sanzione prevista non riguarda solo un’istituzione —che, tra l’altro, non esiste agli occhi della Santa Sede—, riguarda persone, e persone profondamente unite al Papa e alla Chiesa.
Confesso che mi costa comprendere questo silenzio, soprattutto quando tante volte ci si ricorda la necessità di ascoltare il grido dei poveri, quello delle periferie, e persino quello della Terra…
«Anche noi dobbiamo fare tutto il possibile per tirare le anime fuori dal pozzo, anche se viviamo come in un sabato interminabile».
Ha avuto l’opportunità di incontrarsi con il Papa Francesco? Quali ricordi conserva di lui?
Il programma che il Papa Francesco ha imposto alla Chiesa universale è sufficientemente noto ed è stato ampiamente commentato dalla Fraternità San Pio X. Credo che, purtroppo, la parola «disastro» sia la più appropriata per riassumere l’eredità che ha lasciato.
A dispetto di ciò, il Papa Francesco ha saputo riconoscere, a suo modo, il bene che la Fraternità San Pio X fa alle anime. Da questa constatazione è derivata verso di noi un’atteggiamento apparentemente equivoco, una forma di tolleranza che ha sorpreso gli osservatori più superficiali, e che in occasioni ha profondamente infastidito gli ambienti conservatori.
Molte decisioni del Papa Francesco hanno provocato una vera tristezza in ampi settori della Chiesa, ma sarebbe ingiusto accusarlo di essere stato una persona rigida o schematica nella sua valutazione di coloro che aveva davanti o nell’applicazione del diritto. Il suo atteggiamento lo ha dimostrato in più di un’occasione. Forse è solo un dettaglio, ma quando ho chiesto di incontrarlo in Vaticano, ho ottenuto un’udienza in meno di ventiquattro ore, e si è mostrato particolarmente affabile.
In questi ultimi anni, in nome di una tolleranza diventata principio, il Vaticano ha mostrato una grande apertura di fronte a certe situazioni complesse. Pensa che la Fraternità San Pio X possa beneficiarne?
L’applicazione di ogni legge, sia buona o cattiva, dipende in definitiva dalla volontà del legislatore. A lui spetta determinare il modo in cui desidera trattare la Fraternità San Pio X.
Detto questo, l’apertura che il Vaticano ha mostrato non può essere desiderata in sé stessa, poiché arriva fino a giustificare l’assurdo, benedicendo coppie che praticano il vizio contro natura, o impegnandosi solennemente a non convertire gli adepti di altre religioni, per non citare che due esempi. Siamo di fronte a una dittatura ideologica e totalitaria della tolleranza.
Ora, la Tradizione della Chiesa, che la Fraternità San Pio X si sforza di incarnare, rappresenta in sé stessa una condanna di queste derive, insopportabile per coloro che promuovono tale tolleranza. Se si analizza bene la situazione, le sanzioni, passate o future, che colpiscono la Fraternità San Pio X non si oppongono tanto a un atto di disobbedienza, quanto alla condanna viva che essa rappresenta rispetto alla linea ecclesiale attuale.
Il ruolo che la Provvidenza sembra riservare alla Fraternità San Pio X è quello molto singolare di essere un segno di contraddizione: ciò significa, concretamente, una spina nel piede dei riformatori. E la particolarità di questa spina è che, quanto più si tenta di liberarsene, tanto più si conficca: non è essa a determinare questo effetto terapeutico, ma i duemila anni di Tradizione che incarna e rappresenta.
La Fraternità San Pio X può essere sanzionata, la messa tridentina proibita… ma quei duemila anni non potranno mai essere soppressi. Questa è la vera ragione per cui, nonostante le condanne passate, la Fraternità non ha mai smesso di essere una voce che interpella la Chiesa; ed ecco anche perché non è così semplice essere tolleranti con essa.
Verrà un giorno in cui un Papa deciderà di togliersi questa spina dal piede: potrà allora utilizzarla come uno strumento docile per contribuire —tale è il nostro desiderio più profondo— a restaurare tutto in Nostro Signore Gesù Cristo.
Si sente dire che le prossime consacrazioni potrebbero creare uno scisma. Tuttavia, alcuni, all’interno della Chiesa, considerano che la Fraternità San Pio X sia già scismatica. Come spiegare questa contraddizione?
La contraddizione è reale e mette in evidenza una giurisprudenza che potrebbe qualificarsi di «fluida» da parte del Vaticano. Cerchiamo di vederci più chiaro.
Dal punto di vista canonico, dopo essere stata dichiarata scismatica nel 1988, la Fraternità San Pio X non è mai stata liberata da questa censura: nel 2009, il Papa Benedetto XVI ha tolto le scomuniche che pesavano sui suoi vescovi, ma senza modificare la dichiarazione di scisma precedente. Allo stesso tempo, la Fraternità San Pio X non ha modificato le sue posizioni dottrinali e ha conservato esattamente la stessa giustificazione delle consacrazioni episcopali, passate o future. In altre parole, essendo coerente con il fatto di considerare nulle le censure che l’hanno colpita, non si è mai ritrattata.
Per queste ragioni, i canonisti «rigorosi» la considerano sempre scismatica. In questo senso bisogna comprendere le dichiarazioni esplicite del cardinale Raymond Burke, antico prefetto del Tribunale Supremo della Segnatura Apostolica, o di Mons. Camille Perl, antico segretario della Commissione Ecclesia Dei —soppressa nel 2019—. In questa stessa prospettiva bisogna comprendere anche il modo in cui sono stati trattati i sacerdoti che hanno lasciato la Fraternità San Pio X per integrarsi nelle strutture ufficiali: si levava loro la scomunica per scisma e la sospensione, e si chiedeva loro di confessarsi per essere anche assolti nel foro interno.
«La Tradizione della Chiesa, che la Fraternità San Pio X si sforza di incarnare, rappresenta in sé stessa una condanna di queste derive, insopportabile per coloro che promuovono tale tolleranza».
Di fronte a questa interpretazione si erge la figura del cardinale Dario Castrillón Hoyos[2], molto più flessibile, e soprattutto quella del Papa Francesco, che non ha mai trattato la Fraternità San Pio X come scismatica e che ci ha detto esplicitamente che non l’avrebbe mai condannata. Di fatto, si potrebbe includere in questa lista anche il cardinale Fernández e il Papa Leone XIV: in effetti, se attualmente essi stessi cercano di evitare uno scisma, significa che non ci considerano più come scismatici. Lo stesso vale per i cardinali e i vescovi che tentano di dissuaderci dalle consacrazioni per evitare uno scisma.
Ma allora, in questo punto, si pone una duplice questione: in primo luogo, se tale è la loro paura, non si comprende quando, come e perché avremmo smesso di essere scismatici ai loro occhi. D’altra parte, se la stessa Santa Sede, nella pratica, non considera valida la dichiarazione di scisma del 1988, quale valore potrebbe avere una nuova dichiarazione di scisma, pronunciata per ragioni e in circostanze completamente equivalenti?
Ciò che è certo è che, nel 1988, il Vaticano prevedeva che la Fraternità San Pio X, dopo essere stata dichiarata scismatica, si sarebbe dissolta in qualche anno. Ora, non solo non si è dissolta, ma non ha smesso di crescere. E, soprattutto, nonostante una dichiarazione di scisma manifestamente ingiusta, non ha mai smesso di essere un’opera della Chiesa e di lavorare per la Chiesa: questa realtà si impone con tale forza che, nonostante la condanna del 1988, la stessa Santa Sede ha finito per riconoscerlo nella pratica.
Una possibile causa di queste incoerenze canoniche risiede nel concetto «fluido» e modernista di «non plena communio», secondo il quale un medesimo soggetto può essere considerato allo stesso tempo come cattolico e non cattolico, membro e non membro della Chiesa. Evidentemente, se qualcuno è «parzialmente» figlio della Chiesa, la legge della Chiesa potrà applicarsi a lui solo in modo parimenti parziale, secondo apprezzamenti e criteri arbitrari e variabili…
Questo mostra come un errore ecclesiologico conduca inevitabilmente a errori giuridici, o in ogni caso, a giudizi confusi, incoerenti e «fluidi».
Per sostenere l’accusa di scisma, si afferma che una consacrazione episcopale implicherebbe sempre e in ogni caso la trasmissione al nuovo vescovo del potere di giurisdizione, con la conseguenza inevitabile, in assenza di consenso del Papa, della creazione di una gerarchia parallela —e quindi di una Chiesa parallela—. La Fraternità San Pio X ha già risposto a questa obiezione[3]. Poiché si tratta di un punto estremamente sensibile, desidererebbe aggiungere alcune considerazioni?
Questo punto è totalmente centrale. In realtà, l’accusa si basa su un postulato modernista. Penso che sia interessante tentare di comprendere perché l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II insegna che un nuovo vescovo riceve sempre, in ogni circostanza, insieme al potere d’ordine, quello di giurisdizione.
Ricordiamo brevemente che il potere d’ordine consiste nella capacità di amministrare i sacramenti, mentre la giurisdizione designa il potere di governare, cum Petro et sub Petro, una parte del gregge, abitualmente una diocesi. Nella teologia classica, confermata dal diritto canonico tradizionale e soprattutto dalla pratica costante della Chiesa —possiamo dire: secondo la Tradizione—, il potere di governare è conferito al vescovo direttamente dal Papa, indipendentemente dalla consacrazione. Per questo possono esistere vescovi validamente consacrati ai quali non si conferisce alcuna giurisdizione propria, come i vescovi ausiliari o quelli incaricati di missioni diplomatiche specifiche.
«La Fraternità San Pio X non ha mai smesso di essere un’opera della Chiesa e di lavorare per la Chiesa: la stessa Santa Sede ha finito per riconoscerlo nella pratica».
Nell’epoca del Concilio, questa visione era considerata troppo tradizionale, troppo medievale, troppo romana: l’intervento diretto ed esclusivo del Vicario di Cristo nell’attribuzione della giurisdizione riduceva i vescovi mandati a semplici delegati o rappresentanti del Papa. Al contrario, l’idea che ogni vescovo riceva immediatamente da Dio, nella sua consacrazione, una giurisdizione universale, permetteva di convertirlo, in qualche modo, in un uguale del Papa, riducendo il posto del Vicario di Cristo a quello di un semplice presidente di collegio, «primo tra i pari». Questo nuovo postulato sosteneva così, semplicemente, la teoria modernista della collegialità[4], fondamento della democratizzazione della Chiesa.
D’altra parte, un’altra conseguenza è che questa ridefinizione andava nel senso di un maggiore ecumenismo. In effetti, per poter riconoscere una certa «ecclesialità» alle comunità scismatiche orientali (cioè a quelle che sono veramente scismatiche) e considerarle come «Chiese sorelle», stabilendo così una base solida per il dialogo ecumenico, era necessario valorizzare la loro successione apostolica fino al punto di riconoscere loro una giurisdizione reale sui loro fedeli —nonostante la loro completa separazione da Roma e dal Papa—. La loro qualità di «Chiesa» deriverebbe, quindi, dal fatto di avere vescovi non solo validamente consacrati, ma anche dotati di un’autorità reale sulle anime che deriva da quella stessa consacrazione, indipendentemente da ogni intervento del Papa. Questo pregiudizio permetteva di concepire più facilmente, in queste comunità, l’esistenza di una vera gerarchia ecclesiastica, nel senso pieno del termine. Senza questa manipolazione ecclesiologica previa, sarebbe stato impossibile riconoscere loro una vera «ecclesialità».
«Non possiamo limitarci a deplorare gli effetti senza risalire alle loro vere cause: è necessario avere il coraggio di andare più lontano e riconoscere che questa crisi ha la sua origine in insegnamenti ufficiali, spesso ambigui e talvolta chiaramente in rottura con la Tradizione».
È a questa stessa prospettiva ecumenica che si collega un’altra manipolazione ecclesiologica, il concetto elastico di «comunione non plena», menzionato nella domanda precedente: concretamente, tutte le «Chiese» cristiane farebbero parte di una «super-Chiesa» —la Chiesa di Cristo, più ampia della Chiesa cattolica—, e manterrebbero con essa una comunione più o meno completa, secondo le carenze della loro dottrina. Questo concetto, anch’esso modernista, ha come obiettivo valorizzare una presunta unità nascente con le altre «Chiese». Ma è ingannevole. In effetti, o si è in comunione con la Chiesa cattolica in tutti gli aspetti, o se ne è separati: non esiste una posizione intermedia. Paradossalmente, questa nozione concepita come uno strumento al servizio del dialogo ecumenico, destinato a giustificare un cammino comune tra «Chiese» che si riconoscono come «sorelle», è anche utilizzata riguardo alla Fraternità San Pio X, che la considera assurda.
Ciò che è particolarmente deplorevole nel rimprovero rivolto alla Fraternità è che questa accusa specifica di scisma o di «non plena communio», che si basa su postulati modernisti, collegiali ed ecumenici, sia non solo formulata dal Vaticano, ma anche da alcuni responsabili dei circoli e istituti detti «Ecclesia Dei»[5]. Paradossalmente, attaccano la Fraternità San Pio X citando e difendendo gli errori ecclesiologici del Concilio Vaticano II… Invece di mettere in evidenza questi errori in modo costruttivo —come teoricamente potrebbero fare—, li utilizzano per lapidare la Fraternità San Pio X. Tuttavia, sono pietre di gomma.
Riguardo alla giurisdizione e all’autorità nella Chiesa, come analizza la Fraternità San Pio X la possibilità di nominare religiose o laici in cariche di responsabilità?
La questione è totalmente pertinente, soprattutto se si considera che attualmente, un dicastero romano, incaricato degli istituti di vita consacrata, invece di avere un cardinale e un vescovo rispettivamente come prefetto e segretario, è stato affidato a due religiose.
Non voglio ricorrere all’ironia, poiché sarebbe poco gentile. Mi limiterò a segnalare che il Vaticano, a suo modo, dimostra di essere perfettamente capace di distinguere tra il potere d’ordine e l’attribuzione del potere di giurisdizione: in effetti, per quanto ne so, la Suor Simona Brambilla, l’attuale prefetta, non è mai stata ordinata né diacono, né sacerdote, né vescovo; nemmeno ha ricevuto la tonsura clericale… Lo stesso vale per la Suor segretaria.
Fuori dalla Fraternità San Pio X, molti riconoscono oggi con sincerità che esiste una crisi all’interno della Chiesa, specialmente nell’ambito della fede. Tuttavia, alcuni rimproverano alla Fraternità San Pio X di isolarsi nella propria linea di condotta, senza tenere sufficientemente conto dell’esistenza di altri diagnóstici. Le sembra fondata questa critica?
Penso che la Fraternità San Pio X metta, in questo punto preciso, il dito nella piaga. Siamo in molti a coincidere nel riconoscere che esiste una crisi nella Chiesa e che questa crisi riguarda la fede: la Fraternità San Pio X lo constata e lo conferma.
Ma non possiamo limitarci a deplorare gli effetti senza risalire alle loro vere cause: è necessario avere il coraggio di andare più lontano e riconoscere che questa crisi ha la sua origine in insegnamenti ufficiali, spesso ambigui e talvolta chiaramente in rottura con la Tradizione. Concretamente, bisogna rendersi conto che la crisi attuale ha questa caratteristica specifica: riguarda la gerarchia della Chiesa nell’insegnamento che essa propone.
Ora, in una situazione così, non si può fare a meno di dire ciò che è: gli errori devono essere chiaramente riconosciuti e denunciati da coloro che sono in condizioni di farlo. Non basta fare come se non li si vedesse o aspettare che scompaiano col tempo. Testi come Amoris Lætitia o Fiducia Supplicans, per esempio, hanno provocato scandali abbastanza importanti; poi tutto si è calmato, si è passati ad altro, e quasi nessuno ne parla più. Ma le decisioni e gli errori che contengono rimangono in vigore: non si correggono aspettando che siano dimenticati.
La Fraternità San Pio X esiste per ricordarlo, sia ai fedeli che alla gerarchia. Considera che questo sia il suo dovere, non in uno spirito di sfida o di disobbedienza, ma come un servizio prestato alla Chiesa. In questo senso, non è giusto dire che si isola: parla davanti a tutta la Chiesa e si rivolge a tutti i cattolici perplessi, senza distinzione.
Per chi affronta queste questioni senza pregiudizio ideologico, si impone una constatazione: la rottura non proviene dalla Fraternità San Pio X, ma dalla divergenza flagrante degli insegnamenti ufficiali con la Tradizione e il Magistero costante della Chiesa.
«La Fraternità San Pio X rimane in perfetta comunione con tutti i Papi della Storia, senza eccezione, in ciò che hanno in comune tra loro: il deposito della fede, fedelmente ricevuto, conservato e trasmesso nel corso dei secoli».
Come potrebbe l’insegnamento ufficiale della Chiesa contenere errori?
La questione è estremamente delicata e complessa, e solo la Chiesa potrà un giorno fornire una spiegazione soddisfacente e definitiva su ciò che è accaduto e continua ad accadere oggi. Ciò che è certo è che un errore non può essere insegnato dal Magistero della Chiesa propriamente detto. Ora, i fatti sono lì: ci confrontiamo, purtroppo, con l’insegnamento di certi errori gravi. Ma, si tratti dei testi di un Concilio che ha voluto essere non dogmatico, o di semplici esortazioni pastorali, omelie o dichiarazioni circostanziali —e persino di dialoghi con il mondo, discorsi improvvisati in aereo, o conversazioni con giornalisti—, quando elementi non dogmatici si presentano come tali, ciò non può corrispondere a un Magistero autentico.
Per citare un esempio, un eminente prelato romano mi ha spiegato recentemente che la Dichiarazione di Abu Dhabi non deve essere considerata come appartenente al Magistero, poiché si tratta di un semplice testo circostanziale. Penso che un giorno, con un po’ di flessibilità e di senso comune, un Papa affermerà qualcosa di equivalente —e pubblicamente— riguardo a tutta una serie di testi problematici che non possono essere considerati magisteriali nel senso tecnico del termine. La Curia romana dispone di un’esperienza e di una finezza incomparabili per stabilire le distinzioni necessarie: le manca solo la volontà di farlo.
In ogni caso, una chiarificazione definitiva spetta alla stessa Chiesa, e non alla Fraternità San Pio X. Il nostro ruolo si limita a rifiutare fedelmente tutto ciò che è in rottura con la Tradizione e con il Magistero costante. Facendolo, la Fraternità San Pio X rimane in perfetta comunione con tutti i Papi della Storia, senza eccezione, in ciò che hanno in comune tra loro: il depositum fidei, fedelmente ricevuto, conservato e trasmesso nel corso dei secoli.
In molti ambiti della vita della Chiesa, come in quello liturgico, è evidente che vi sono abusi. Perché la Fraternità San Pio X parla sempre di errori e non di abusi?
È evidente che esistono abusi, che superano i limiti delle stesse riforme. La Fraternità San Pio X lo riconosce senza difficoltà.
Ma la retorica costante dell’abuso, particolarmente in voga sotto il pontificato del Papa Benedetto XVI, non basta a spiegare la crisi. Anzi, crea una scusa sistematica che impedisce di andare in fondo ai problemi. La riforma liturgica, per esempio, presenta difficoltà che derivano certamente dai suoi stessi principi, indipendentemente da possibili abusi. Le preghiere ecumeniche e interreligiose, per citare un altro esempio, sono l’espressione di un errore teologico, anche se si tenta di evitare atti espliciti di sincretismo, per non cadere in ciò che potrebbe sembrare un abuso.
Soprattutto, parlare costantemente di abusi liturgici, o di abusi nell’interpretazione dei testi, tende a mettere in discussione le persone implicate —considerate come responsabili di quegli abusi, o incapaci di reprimerli— più che i principi errati che costituiscono l’origine della catastrofe attuale. Ora, sono precisamente quei principi che meritano di essere denunciati.
«Non si tratta di una ribellione, ma della risposta a una crudele necessità».
Confesso che io stesso sono stato sorpreso negli ultimi anni dalla reazione amara e sistematica di un certo settore conservatore un po’ miope, che ha attaccato in modo molto personale la figura del Papa Francesco, invece di mettere in discussione il Concilio e la continuità della sua applicazione dottrinale fino ai nostri giorni. Tale atteggiamento fa sì che, con ogni elezione di un nuovo Papa, si aspetti, almeno per alcuni mesi, un raddrizzamento della crisi —senza mettere in discussione i nuovi principi—, come se tutto dipendesse dalla volontà personale del nuovo pontefice, deciso in misura maggiore o minore a condannare o reprimere gli abusi. Si tratta di una retorica superficiale che non convince più un osservatore attento e onesto.
Non le sembra esagerato, come ha già segnalato la Fraternità San Pio X in altre occasioni, considerare che una vita cristiana autentica sia oggi impossibile in una parrocchia ordinaria? È così evidente lo stato di «necessità» che corrisponde a questa affermazione? Non è un concetto «utile», elaborato per giustificare le consacrazioni di cui l’istituzione ha bisogno?
La Fraternità San Pio X è pienamente consapevole del carattere tragico e doloroso di questa affermazione. Si tratta di una considerazione estremamente grave, che deve essere ben compresa.
Innanzitutto, è necessario riconoscere che, nonostante tutti i problemi e le deficienze a cui si confrontano le parrocchie ordinarie, buoni sacerdoti e buoni fedeli possono arrivare, nonostante ciò, a santificarsi e a salvare la loro anima. Nonostante circostanze profondamente sfavorevoli, la grazia di Dio può toccare le anime, e conosciamo alcuni casi. Per molti, inoltre, il sofferenza reale della loro situazione diventa una vera fonte di santificazione, che spesso li spinge verso la ricerca della Tradizione.
Detto questo, ciò che afferma la Fraternità San Pio X deve essere inteso in un piano oggettivo, e non soggettivo. Per apprezzare veramente la situazione di queste parrocchie, spetta a ogni anima di buona volontà porsi domande precise davanti a Dio, nella preghiera, cercando una risposta soprannaturale dettata non da impressioni positive o negative, né da un pregiudizio ideologico, ma dalla ragione illuminata dalla fede.
La messa di Paolo VI può esprimere e alimentare integralmente la fede cattolica? Trasmette in modo sufficiente il senso del sacro, del trascendente, del soprannaturale, del divino? Questo rito permette di comprendere il vero senso del sacerdozio cattolico?
In una parrocchia o in un centro pastorale ordinario, cioè là dove si predica conforme alle orientazioni dottrinali attuali, si insegna ancora la fede cattolica nella sua integrità? Il catechismo impartito ai bambini è ancora cattolico e capace di formarli per tutta la vita?
Le questioni estremamente delicate e molto attuali della morale coniugale, o dell’accesso all’Eucaristia in situazioni irregolari, si affrontano ancora conforme alla legge della Chiesa? Il sacramento della penitenza si amministra ancora con un vero senso della Redenzione e del peccato, della sua gravità e delle sue conseguenze?
Più generalmente, quali frutti hanno prodotto universalmente le riforme nella vita concreta dei fedeli?
A tutte queste domande —e ad altre simili—, la Fraternità San Pio X risponde in modo chiaro e coerente; e poi, a partire da questa analisi, perché la realtà si impone, constata lo «stato di necessità».
L’affermazione della Fraternità San Pio X è, quindi, il frutto di un sano realismo, non di un a priori ideologico. Il carattere tragico di questa constatazione è semplicemente alla misura della tragedia della realtà.
Non crede che, nonostante le migliori intenzioni, la Fraternità San Pio X corra il rischio di strappare nuovamente le famiglie, il mondo della Tradizione e la stessa Chiesa?
Forse mai come oggi la Chiesa ha conosciuto la divisione, e nessuno può rallegrarsene.
Tuttavia, questa divisione non è provocata dalla fedeltà alla Tradizione, ma piuttosto dal distacco da essa: la crisi del Magistero, le ambiguità, gli errori, l’inculturazione, incitano a interpretare e reinterpretare tutto, aumentano le molteplici forme di giudizio che, a lungo termine, provocano divisioni inevitabili. Se usiamo un’immagine nota, tutto questo è ciò che strappa la tunica di Cristo. La Fraternità San Pio X, con la sua fedeltà alla Tradizione, tenta semplicemente di contribuire a rammendarla senza sosta.
Riguardo alla possibilità che tutti i tradizionalisti lavorino e lottino insieme, la Fraternità San Pio X lo desidera di tutto cuore. Ma ciò non deve realizzarsi mediante una sorta di ecumenismo in miniatura: può farsi solo in una fedeltà piena alla Tradizione integra, se vogliamo che questa lotta aperta sia proficua per tutti, persino per coloro che non sono d’accordo con noi.
«La vera unità, duratura e incrollabile, non ha altro fondamento possibile che la Tradizione della Chiesa».
Infine, riguardo alle possibili divisioni all’interno di una stessa famiglia, è necessario ricordare con coraggio queste parole del Nostro Signore, senza scandalizzarsi, senza cadere nell’amarezza, sostenendo coloro che soffrono:
«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma la spada. Sono venuto infatti a separare l’uomo da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora da sua suocera; e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama suo padre o sua madre più di me, non è degno di me; e chi ama suo figlio o sua figlia più di me, non è degno di me» (Mt 10, 34-37).
Una domanda retrospettiva. Il momento particolare che attraversa oggi la Fraternità San Pio X riaccende, tra i più anziani, ricordi ed emozioni del 1988. Quella data segna senza dubbio un punto di inflexione decisivo nell’opera di Mons. Lefebvre. Quale dichiarazione del fondatore della Fraternità San Pio X è la prima che le viene in mente?
Durante una conversazione privata, Mons. Lefebvre disse che avrebbe preferito morire piuttosto che confrontarsi con il Vaticano. Questo mostra con quale spirito preparò le consacrazioni del 1988. In quel momento, come oggi, non si trattava di una ribellione, ma della risposta a una crudele necessità: una decisione necessaria e inevitabile, ma presa suo malgrado.
In un’altra occasione, Mons. Lefebvre affermò con serenità e in modo profondamente soprannaturale, che se la Fraternità San Pio X non era opera di Dio, non sarebbe continuata né gli sarebbe sopravvissuta. Non spetta a noi dare una risposta a questa questione. Ma la Storia ha già iniziato a pronunciarsi.
Secondo lei, quando e come potrà terminare la crisi della Chiesa, e con essa quel sentimento di disintegrazione generale, sia all’interno che all’esterno della stessa Chiesa?
Solo la Provvidenza possiede la risposta precisa a questa questione. Da parte mia, presumo che, dopo aver cercato invano e disperatamente la pace e l’unità nella collegialità, il sinodo, l’ecumenismo, il dialogo, l’ascolto, l’inclusione, la preoccupazione ecologica condivisa, la fraternità umana, la proclamazione incessante dei diritti dell’uomo, ecc., le autorità finiranno per rendersi conto —troppo tardi— che la vera unità, duratura e incrollabile, non ha altro fondamento possibile che la Tradizione della Chiesa.
Così, quando la crisi avrà manifestato tutte le sue conseguenze, quando l’apostasia sarà ancor più generalizzata e le chiese vuote, quelle autorità comprenderanno finalmente che non bisognava inventare nulla: era necessario semplicemente essere fedeli a Cristo Re e proclamare, a esempio dei primi martiri, i suoi diritti intangibili di fronte a un mondo neopagano.
Una cosa è sicura: nella misura in cui l’autodemolizione della Chiesa è venuta da Roma, solo da Roma e per Roma terminerà questa terribile crisi. Tuttavia, i semi di questa ricostruzione della Chiesa sono già in azione: fruttificano umilmente nelle anime che vivifica lo spirito del Nostro Signore, e dove si prepara silenziosamente l’avvento di coloro che, un giorno, ristabiliranno nel loro splendore la regalità di Gesù Cristo.
«Solo da Roma e per Roma terminerà questa terribile crisi».
Certamente, la crisi dura più di quanto si potesse immaginare. Questo si deve, nella mia umile opinione, alla difficoltà intrinseca che la Chiesa incontra oggi per reagire. Un corpo sano riesce a reagire abbastanza facilmente agli agenti patogeni che lo attaccano; ma quanto più un corpo è debilitato, tanto più gli costa fatica. Allo stesso modo, la crisi che viviamo è stata determinata dall’attacco di principi perniciosi su spiriti già debilitati —debilitamento che era iniziato molto prima delle riforme—.
Tuttavia, come in ogni prova, è necessario vedere la Provvidenza in azione e armarsi di pazienza. Quanto più lunga è la crisi, quanto più si scatena Satana, tanto più sarà splendente il trionfo della Tradizione e, soprattutto, tanto più si manifesterà al mondo che la Chiesa è indefettibile e divina.
Mai come oggi la promessa del Nostro Signore ci riempie di gioia e di speranza: «le porte degli Inferi non prevarranno contro di Essa» (Mt 16, 18).
E, inoltre, la certezza di questo trionfo è assicurata in primo luogo da Colei che schiaccia tutte le eresie: «Alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà».
Intervista concessa a Menzingen il 19 aprile 2026, Domenica del Buon Pastore, pubblicata originariamente su fsppx.org
- [1] Questo ordine, fondato sulla trasmissione della fede, è una nozione classica del diritto canonico. Citiamo un autore tra gli altri: «Ut patet fundamentum vitæ supernaturalis Ecclesiæ curæ et potestati concreditæ est fides; è chiaro che la fede è il fondamento della vita soprannaturale affidata al cura e all’autorità della Chiesa». Il diritto dovrà, quindi, determinare in modo organico tutto ciò che concerne la fede: «quæ respiciunt fidei prædicationem, explicationem, susceptionem, exercitium, professionem externam, defensionem et vindicationem; tutto ciò che concerne la predicazione della fede, la sua spiegazione, la sua ricezione, il suo esercizio, la sua professione esterna, la sua difesa e la confutazione degli errori», in Gommarus Michiels OFM Cap., Normæ generales juris canonici, Parigi, 1949, vol. 1, p. 258.
- [2] Il cardinale Castrillón Hoyos affermò in diverse occasioni, negli anni 2000, che la Fraternità San Pio X «non è in scisma», ma si trova in una «situazione canonica irregolare», che deve essere regolarizzata all’interno della Chiesa.
- [3] Lettera del Padre Davide Pagliarani al cardinale Víctor Manuel Fernández, del 18 febbraio 2026, allegato 2.
- [4] Questa dottrina considera il collegio episcopale come tale come un secondo soggetto dell’autorità suprema nella Chiesa, insieme al Papa: di conseguenza, tende a trasformare la Chiesa in una sorta di concilio permanente, giustificando l’onnipotenza delle conferenze episcopali e la riforma sinodale in corso.
- [5] Si distinguono in particolare gli studi del Padre Josef Bisig, fondatore della Fraternità San Pietro, e del Padre Louis-Marie de Blignières, fondatore della Fraternità San Vincenzo Ferrer.