Il Papa Leone XIV ha celebrato la Santa Messa nello stadio di Malabo, in chiusura del suo viaggio apostolico in Africa, con un’omelia incentrata sulla forza trasformatrice del Vangelo e sulla centralità dell’Eucaristia nella vita cristiana.
Il Pontefice ha sottolineato che la fede permette di comprendere la propria vita alla luce della Parola di Dio, ha ricordato che in Cristo si offre il “pane di vita eterna” e ha esortato i fedeli a vivere la fede come testimonianza concreta di servizio, giustizia e speranza. Allo stesso modo, ha esortato la Chiesa locale a continuare la sua missione evangelizzatrice con fedeltà e gioia.
Omelia del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle:
Voglio iniziare salutando con affetto questa Chiesa particolare di Malabo con il suo pastore e, allo stesso tempo, esprimere il mio sentito cordoglio a tutta la comunità arcidiocesana, ai fratelli sacerdoti e ai familiari per la morte, avvenuta alcuni giorni fa, del loro Vicario Generale, Monsignor Fortunato Nsue Esono, che ricordiamo in questa Eucaristia.
Invito a vivere con spirito di fede questo momento di dolore e confido che, senza lasciarsi portare da commenti o conclusioni affrettate, si faccia piena luce sulle circostanze della sua morte.
Le Scritture che abbiamo appena ascoltato ci interpellano, chiedendoci a ciascuno di noi “se sappiamo” e “come” leggiamo le pagine bibliche che oggi condividiamo. Si tratta di un invito tanto serio quanto provvidenziale, perché ci prepara a leggere insieme il libro della storia, cioè le pagine della nostra vita, che Dio continua a ispirare con la sua sapienza.
Condividendo il cammino di un viaggiatore che, da Gerusalemme, ritorna proprio in Africa, il diacono Filippo gli chiede: «Comprendi quello che stai leggendo?» (Hch 8,30). Quel pellegrino, un eunuco della regina di Etiopia, gli risponde immediatamente con umile sagacia: «Come lo posso capire, se nessuno me lo spiega?» (v. 31). La sua domanda diventa così non solo un appello alla verità, ma un’espressione di curiosità. Osserviamo con attenzione chi sta parlando: è un uomo ricco, come la sua terra, ma schiavo. Tutti i tesori che amministra non sono suoi; sue sono le fatiche, che beneficiano altri. Questo uomo ha intelligenza e cultura, e lo dimostra sia nel lavoro che nella preghiera, ma non è pienamente libero. Questa condizione è incisa dolorosamente nel suo corpo; si tratta, infatti, di un eunuco. Non può generare vita, tutte le sue energie sono al servizio di un potere che lo controlla e lo domina.
Proprio mentre ritorna nella sua patria, l’Africa, diventata per lui luogo di servitù, l’annuncio del Vangelo lo libera. La Parola di Dio, che ha in mano, produce un frutto sorprendente nella sua vita: quando incontra Filippo, testimone di Cristo crocifisso e risorto, l’eunuco diventa non solo lettore della Bibbia, cioè spettatore, ma protagonista di un racconto che lo coinvolge, perché si riferisce proprio a lui. Il testo sacro gli parla e suscita la sua domanda sulla verità. Così questo africano si addentra nella Scrittura, che è ospitale verso ogni lettore che voglia comprendere la Parola di Dio. Entra nella storia della salvezza, che è ospitale verso ogni uomo e donna, specialmente verso gli oppressi, i marginalizzati e gli ultimi. Al testo scritto corrisponde ora il gesto vissuto; ricevendo il Battesimo, non è più uno straniero, ma diventa figlio di Dio, nostro fratello nella fede. Schiavo e senza discendenza, quest’uomo rinasce a una vita nuova e libera nel nome del Signore Gesù. Noi continuiamo a parlare del suo riscatto, proprio mentre leggiamo le Scritture.
Come lui, anche noi siamo stati fatti cristiani dal Battesimo, ereditando la stessa luce, cioè la stessa fede, per leggere la Parola di Dio. Per riflettere sulle profezie, per pregare i salmi, per studiare la Legge e proclamare il Vangelo con la nostra vita. Tutti i testi biblici, infatti, rivelano nella fede il loro vero senso, perché nella fede sono stati scritti e trasmessi fino a noi; per questo la loro lettura è sempre un atto personale e anche ecclesiale, non un esercizio solitario o meramente tecnico.
Leggiamo insieme la Scrittura come un bene comune della Chiesa, avendo come guida lo Spirito Santo, che ne ha ispirato la composizione, e la Tradizione apostolica, che l’ha custodita e diffusa per tutta la terra. Come chiede l’eunuco, anche noi possiamo comprendere la Parola di Dio grazie a una guida che ci accompagna nel cammino della fede, come lo fu il diacono Filippo, il quale «prese la parola e, cominciando da questo passo della Scrittura, gli annunciò la Buona Novella di Gesù» (v. 35). Il viaggiatore africano stava leggendo una profezia che si compì per lui allora, come si compie oggi per noi: il servo sofferente di cui parla il profeta Isaia (cf. Is 53,7-8) è Gesù, colui che, mediante la sua passione, morte e risurrezione, ci redime dal peccato e dalla morte. Egli è il Verbo fatto carne, in cui trova compimento ogni parola di Dio: rivela la sua intenzione originaria, il suo senso pieno e il suo fine ultimo.
Come afferma Cristo, «solo colui che viene da Dio ha visto il Padre» (Gv 6,46). Nel Figlio, il Padre stesso mostra la sua gloria: Dio si fa vedere, udire e toccare. Attraverso i gesti di Gesù, il Redentore, Egli dà pienezza a ciò che fa da sempre, cioè dare vita. Crea il mondo, lo salva e lo ama per sempre. Gesù ricorda a coloro che lo ascoltano un segno di questa provvidenza costante: «I loro padri, nel deserto, mangiarono la manna e morirono» (v. 49). Si riferisce così all’esperienza dell’esodo; un cammino di liberazione dalla schiavitù che, tuttavia, divenne un vagare estenuante per quarant’anni, perché il popolo non credette nella promessa del Signore, arrivando persino a rimpiangere l’Egitto (cf. Es 16,3). Sotto il giogo del faraone, il popolo mangiava i frutti della terra; Dio, invece, li conduce nel deserto, dove il pane può venire solo dalla sua provvidenza. La manna è, quindi, prova, benedizione e promessa che Gesù viene a compiere. A quel segno antico succede ora il sacramento dell’Alleanza nuova ed eterna: l’Eucaristia, pane consacrato da colui che è disceso dal cielo per farsi nostro alimento. Se coloro che mangiarono la manna « morirono» (Gv 6,49), «chi mangerà di questo pane vivrà in eterno» (v. 51), perché Cristo è vivo. Egli è il Risorto e continua a dare la sua vita per noi!
Attraverso l’esodo definitivo che è la Pasqua di Gesù, ogni popolo è liberato dalla schiavitù del male. Mentre celebriamo questo avvenimento di salvezza, il Signore ci chiama a una scelta decisiva: «Chi crede, ha la Vita eterna» (v. 47). In Gesù ci è data una possibilità sorprendente: Dio si dà se stesso per noi. Mi fido che il suo amore è più forte della mia morte? Decidendo di credergli, ciascuno di noi sceglie tra una disperazione certa e una speranza che Dio rende possibile. Allora la nostra fame di vita e di giustizia trova sollievo nelle parole di Gesù: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (v. 51).
Grazie, Signore! Ti lodiamo e ti benediciamo, perché hai voluto farti per noi Eucaristia, pane di vita eterna, affinché possiamo vivere per sempre. Proprio ora, cari amici, mentre celebriamo questo sacramento di salvezza, possiamo esclamare con gioia: “Cristo è tutto per noi!”. In Lui troviamo pienezza di vita e di senso: «Se sei oppresso dall’ingiustizia, Egli è la giustizia; se hai bisogno di aiuto, Egli è la forza; se hai paura della morte, Egli è la vita; se desideri il cielo, Egli è la via; se sei nelle tenebre, Egli è la luce» (S. Ambrogio, De Virginitate, 16,99). Con la compagnia del Signore, i nostri problemi non scompaiono, ma sono illuminati: così come ogni croce trova redenzione in Gesù, così nel Vangelo la storia della nostra vita trova senso. Per questo oggi ciascuno di noi può dire: «Benedetto Dio, che non ha respinto la mia preghiera, né ha allontanato da me la sua misericordia» (Sal 66,20). Egli ci ama sempre per primo; la sua parola è per noi Vangelo, e non abbiamo nulla di meglio da annunciare al mondo. Questa evangelizzazione ci coinvolge tutti, a partire dal Battesimo, che è sacramento di fraternità, bagno di perdono e fonte di speranza. Attraverso la nostra testimonianza, l’annuncio della salvezza diventa gesto, diventa servizio, diventa perdono; in una parola, diventa Chiesa.
Come insegnava il Papa Francesco, veramente «la gioia del Vangelo riempie il cuore e tutta la vita di coloro che si incontrano con Gesù» (Esort. ap. Evangelii Gaudium, 1). Allo stesso tempo, quando condividiamo questa gioia, percepiamo ancora meglio il rischio di «una tristezza individualista che nasce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata. Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi, non c’è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più la dolce gioia del suo amore» (Ibíd., 2). Di fronte a tale chiusura, è proprio l’amore del Signore che sostiene il nostro impegno, specialmente al servizio della giustizia e della solidarietà.
Per questo, vi esorto tutti voi, Chiesa che peregrina in Guinea Equatoriale, a continuare con gioia la missione dei primi discepoli di Gesù. Leggendo insieme il Vangelo, siate annunciatori appassionati, come lo fu il diacono Filippo. Celebrando insieme l’Eucaristia, date testimonianza con le vostre vite della fede che salva, affinché la Parola di Dio diventi pane buono per tutti.
Saluto e ringraziamento del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle:
È arrivato il momento di congedarmi da voi, dalla Guinea Equatoriale e anche dall’Africa, al termine del viaggio apostolico che Dio mi ha concesso di compiere durante questi dieci giorni.
Ringrazio il Signor Arcivescovo, Mons. Juan, e gli altri vescovi, i sacerdoti e tutti voi, popolo di Dio che peregrina in questa terra, Cristo è la luce della Guinea Equatoriale e voi siete il sale della terra e la luce del mondo.
La mia gratitudine va alle autorità civili del paese e a quanti, in vari modi, hanno contribuito al successo della mia visita.
Me ne vado dall’Africa portando con me un tesoro inestimabile di fede, di speranza e di carità; è un grande tesoro: fatto di storie, di volti, di testimonianze, gioiose e sofferte, che arricchiscono abbondantemente la mia vita e il mio ministero come successore di Pietro.
Come nei primi secoli della Chiesa, oggi l’Africa è chiamata a contribuire significativamente alla santità e al carattere missionario del popolo cristiano. Affido questa intenzione all’intercessione della Vergine Maria, a cui vi encomendo di cuore, così come le vostre famiglie, le vostre comunità, la vostra nazione e tutti i popoli africani.