Benedetto XVI e la Messa

Di: Cattolica (ex) perplessa

Benedetto XVI e la Messa

In occasione dell’anniversario dell’elezione di Joseph Ratzinger come Benedetto XVI, un 19 aprile di 21 anni fa, ripubblichiamo il seguente articolo (31.08.2025) di una Cattolica ex Perplessa.

Ratzinger fu una persona scomoda per quasi tutti nella Chiesa. Essendo Benedetto XVI il papa che più ha fatto dopo il Concilio Vaticano II per eliminare le restrizioni alla Messa Tradizionale, e nonostante la sua evidente evoluzione personale dal progressismo nei tempi del Concilio Vaticano II, erano diversi i commentatori che gli chiedevano ancora di più: che avesse celebrato la Messa tradizionale come Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica.

A questo proposito, mi piacerebbe sottolineare due questioni: la prima, che da cardinale celebrò la Messa Tradizionale in diverse occasioni. La rivista “The Latin Mass”, nel suo numero 4 del 1995, rese conto della visita nel settembre di quell’anno del cardinale Ratzinger all’abbazia di Santa Magdalena di Barroux, dove la domenica 24 celebrò la Messa Pontificale secondo il rito tradizionale. Il giorno prima, sabato 23 settembre, aveva visitato l’abbazia femminile vicina, Nostra Signora dell’Annunciazione, dove aveva anche celebrato la Messa tradizionale. In precedenza, nel 1990, invitato dalla Fraternità Sacerdotale di San Pietro, il cardinale Ratzinger aveva celebrato la Messa Tradizionale nel seminario di Wigratzbad (nell’immagine). La seconda questione è che celebrò quelle messe essendo Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Per fare un esempio, è noto che cardinali come Gerhard Mueller e Raymond L. Burke celebrano il vetus ordo; ma nessuno dei due ha un incarico come quello di prefetto della CDF. Mueller lo fu, ma non lo è più.

È vero che Ratzinger non arrivò a celebrare una Messa tradizionale – almeno in modo pubblico – da papa, e che forse quello sarebbe stato il grande punto di svolta per una celebrazione più diffusa. Ma se teniamo conto che quando il vescovo Schneider – come spiegava lo stesso in un’intervista pubblicata nel 2023 – gli supplicò di non distribuire più la Comunione in mano, e che lo facesse solo in ginocchio e in bocca, Benedetto gli rispose che lo avrebbe considerato, ma che sapeva già quanto difficile potesse essere tenendo conto dei gruppi di pressione che c’erano nella Curia e in tutta la Chiesa. Tuttavia, sopportando questa pressione, finì per dare la comunione in ginocchio e in bocca in Vaticano. Ma, se quello era il panorama con la comunione, possiamo immaginare quale fosse riguardo al fatto che il Papa avesse celebrato la Messa Tradizionale pubblicamente in Vaticano? Dico questo solo per esporre la difficoltà del contesto.

Dopo la rassegna che abbiamo effettuato in occasione precedente seguendo solo l’“Informe sobre la fe”, andiamo a esaminare altre affermazioni del cardinale Ratzinger / Benedetto XVI sulla liturgia e, in particolare, sulla Messa, in cui credo si osservi chiaramente il suo pensiero a riguardo; il senso dell’evoluzione della sua posizione dal progressismo al conservatorismo (per il discontrollo nella decomposizione della celebrazione) e la sua liberalizzazione della celebrazione del vetus ordo con il motu proprio Summorum Pontificum, che si spiega, come vedremo nelle stesse parole di Ratzinger, dalla sua comprensione positiva della varietà di riti e, soprattutto, da la sua idea di continuità ininterrotta della Chiesa e della Messa nella storia. E anche dalla sua considerazione esplicita che la Messa è il centro della vita cattolica, che ci è stata donata, e che non può essere fabbricata. Dalle seguenti letture si desume che le decisioni che prese Ratzinger avevano l’obiettivo di cercare l’unità nella Chiesa e la pace liturgica.

Nella sua autobiografia “Mi vita”, pubblicata nel 1997, Ratzinger ricordava degli anni del Concilio Vaticano II che “la liturgia e la sua riforma si erano convertite, dalla fine della Prima Guerra Mondiale, in una questione urgente in Francia e in Germania, dal punto di vista di un restauro il più puro possibile della antica liturgia romana; a ciò si univa anche l’esigenza di una partecipazione attiva del popolo all’evento liturgico (…). A nessuno dei padri sarebbe passato per la testa vedere in questo testo ‘una rivoluzione’ che avrebbe significato la ‘fine del medioevo’, come allora alcuni teologi credettero di dover interpretare. Si vide come una continuazione delle riforme che fece Pio X e che portò avanti con prudenza, ma con determinazione, Pio XII. Le norme generali erano intese in piena continuità con quello sviluppo che si era sempre dato e che con i sommi pontefici Pio X e Pio XII si era configurato come riscoperta delle tradizioni classiche romane. (…). In quel contesto, non sorprende che la ‘Messa normativa’ che doveva entrare – ed entrò – al posto dell’Ordo Missae precedente fosse respinta dalla maggior parte dei padri convocati in un sinodo speciale nell’anno 1967”.

Nella prefazione all’opera del liturgista Klaus Gamber, “La riforma della liturgia romana”, apparsa nel 1996, Ratzinger affermava quanto segue: “La riforma liturgica, nella sua realizzazione concreta, si è allontanata troppo dal suo scopo originale. Il risultato non è stata una rianimazione ma una devastazione. Da un lato, si possiede una liturgia che è degenerata in uno spettacolo, dove si è tentato di mostrare una religione attraente con l’aiuto di sciocchezze alla moda e di incitanti principi morali, con successi momentanei nel gruppo dei creatori liturgici e un atteggiamento di rifiuto tanto più pronunciato in coloro che cercano nella Liturgia non tanto il ‘presentatore’ spirituale, ma l’incontro con il Dio vivo, davanti al quale ogni ‘azione’ è insignificante (…). Jungmann aveva definito nel suo tempo la liturgia, così come si intendeva in Occidente, come una ‘liturgia frutto di uno sviluppo (…). Quello che è accaduto dopo il Concilio è qualcosa di completamente diverso: in luogo di una liturgia frutto di uno sviluppo continuo, si è introdotta una liturgia fabbricata. Si è usciti da un processo di crescita e di divenire per entrare in un altro di fabbricazione. Non si è voluto continuare il divenire e la maturazione organica di ciò che è esistito per secoli; si è sostituito, come se fosse una produzione industriale, con una fabbricazione che è un prodotto banale del momento”.

Come cardinale e teologo, scrisse nel 1987: “Per quanto riguarda il suo contenuto (salvo alcune critiche), sono molto grato per il nuovo Messale, per come ha arricchito il tesoro di preghiere e prefazi (…). Ma considero sfortunata l’idea che ci sia stata presentata di un nuovo libro invece di quella di continuità all’interno di una unica storia liturgica. A mio avviso, una nuova edizione dovrà lasciare abbastanza chiaro che il cosiddetto Messale di Paolo VI non è altro che una forma rinnovata dello stesso Messale a cui contribuirono Pio X, Urbano VIII, Pio V e i loro predecessori, dalla storia più antica della Chiesa. È dell’essenza stessa della Chiesa essere consapevole della sua continuità ininterrotta lungo la storia della fede, espressa in un’unità sempre presente di preghiera”.

Nel 2007 Benedetto XVI pubblicò il Motu Proprio Summorum Pontificum. Questo documento concesse molta più libertà per la celebrazione della Messa secondo il Messale Romano del 1962, che sotto questa nuova legislazione divenne noto come la “forma straordinaria”. “Non è appropriato parlare di queste due versioni del Messale Romano come se fossero ‘due riti’ – diceva il papa nella lettera Con grande fiducia, che accompagnava il motu proprio-; si tratta piuttosto di un duplice uso di un medesimo rito”.

Una delle grandi preoccupazioni di Ratzinger fu l’unità, che distingueva dall’uniformità: “Non sono a favore dell’uniformità rigida, ma, certo, dovremmo opporci al caos, alla frammentazione della liturgia e, in quel senso, dovremmo anche essere a favore di osservare l’unità nell’uso del Messale di Paolo VI. Mi sembra che questo sia un problema da affrontare con priorità: come possiamo tornare a un rito comune, riformato (se si vuole) ma non frammentato o lasciato all’arbitrio delle congregazioni locali o di alcune commissioni o gruppi di esperti? (…). La ‘riforma della riforma’ è qualcosa che concerne il Messale di Paolo VI, sempre con questo obiettivo di realizzare la riconciliazione all’interno della Chiesa, poiché al momento esiste invece un’opposizione dolorosa, e siamo ancora molto lontani dalla riconciliazione”. In La sal de la tierra (1997), il cardinale Ratzinger affermava: “Sono dell’opinione, senza dubbio, che l’antico rito dovrebbe essere concesso con molta più generosità a tutti coloro che lo desiderano. Una comunità mette in discussione la propria esistenza quando improvvisamente dichiara che ciò che fino ad ora era il suo possesso più sacro e più alto è strettamente proibito e quando fa sì che il desiderio per esso sembri assolutamente indecente”. In Dios y el mundo (2000) diceva che “per fomentare una vera coscienza in materia liturgica, è importante anche che si sollevi il divieto della forma di liturgia in uso valido fino al 1970 [la antica Messa latina]. Chi oggi sostiene l’esistenza continua di questa liturgia o vi partecipa è trattato come un lebbroso; qui termina ogni tolleranza. Non c’è mai stato nulla di simile nella storia; con ciò disprezziamo e proscriamo tutto il passato della Chiesa. Come possiamo fidarci di essa oggi, se le cose stanno così?”

Nel suo noto libro “El espíritu de la liturgia” (edizione del 2000), si legge: “Il Concilio Vaticano I non aveva definito in alcun modo il Papa come un monarca assoluto. Al contrario, lo presentò come il garante dell’obbedienza alla Parola rivelata. L’autorità del Papa è legata alla Tradizione della fede, e questo vale anche per la liturgia. Non è ‘fabbricata’ dalle autorità. Anche il Papa può solo essere un umile servitore del suo legittimo sviluppo e della sua integrità e identità permanenti (…). L’autorità del Papa non è illimitata; è al servizio della Sacra Tradizione. Il Papa non è un monarca assoluto la cui volontà è legge, ma è il custode della Tradizione autentica e, quindi, il primo garante dell’obbedienza. La sua regola non è quella del potere arbitrario, ma quella dell’obbedienza nella fede. Per questo, riguardo alla liturgia, ha il compito di un giardiniere, non quello di un tecnico che costruisce macchine nuove e butta le vecchie nel mucchio di ferraglia”.

Nella lettera ai vescovi Con Grande Fiducia, che accompagna Summorum Pontificum (2007), diceva il papa: “Riguardo all’uso del Messale del 1962 come Forma straordinaria della liturgia della Messa, vorrei attirare l’attenzione sul fatto che questo Messale non è mai stato abrogato giuridicamente e, di conseguenza, in principio, è sempre stato permesso (…). Arrivo ora alla ragione positiva che motivò la mia decisione di emettere questo Motu Proprio che aggiorna quello del 1988. Si tratta di arrivare a una riconciliazione interiore nel cuore della Chiesa (…). Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma non rottura. Ciò che le generazioni precedenti consideravano sacro, rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere improvvisamente totalmente proibito o persino considerato dannoso. Compete a tutti noi conservare le ricchezze che si sono sviluppate nella fede e nella preghiera della Chiesa, e dare loro il posto che spetta”.

Ho preferito non ordinare cronologicamente i testi perché mi è sembrato che l’importante fosse vedere le idee chiave, segnalate all’inizio. Da tutto ciò che è stato letto si desume ciò che indicavamo la scorsa settimana, che Ratzinger basa la continuità nel soggetto “Chiesa”, come indica molto acutamente il P. Gabriel Calvo Zarraute. Da qui pretende Benedetto XVI di incorporare tutti i cambiamenti del XX secolo alla tradizione della Chiesa, ma essendo incapace di risolvere la rottura del principio di non contraddizione. Perché, dottrinalmente, esistono alcune affermazioni nei testi del Concilio Vaticano II e nel Catechismo del 1992 che papi e concili precedenti condannarono.

Riguardo alla liturgia, assistendo alla Messa novus ordo e alla Messa vetus ordo, avendo letto sulle intenzioni della riforma e leggendo questi testi di Benedetto XVI, non posso evitare di essere in totale disaccordo con la sua affermazione di continuità per quanto riguarda due forme di celebrare un medesimo rito. Lo stesso Klaus Gamber affermò che sono due riti distinti. E con il rito nuovo si è elaborata una nuova teologia liturgica, che oscura il fatto che la Messa è l’attualizzazione del santo sacrificio del Calvario, che il sacerdote agisce in persona Christi e che sposta il focus da Dio verso l’uomo; e da lì si desume tutta un’antropologia cristiana diversa. Certamente è la Chiesa, la stessa che fondò Gesù Cristo, ma gli errori rimangono e non è possibile chiarirli finché non si risolve questa questione della “ermeneutica della continuità” così come l’affermò Benedetto XVI.

Per concludere, mi piacerebbe commentare che, personalmente, e dando grazie a Dio per tutto ciò che apportò Ratzinger da cardinale e da Papa alla liberalizzazione della celebrazione pubblica della Messa Tradizionale, mi sconcerta vedere che Benedetto XVI collocasse in termini di uguaglianza i cosiddetti tradizionalisti (in particolare, i lefebvriani) e i modernisti (o progressisti), come integralisti e come gruppi che reclamavano per sé la proprietà della “autentica fede”. Non credo che possano considerarsi la stessa cosa coloro che tentarono di salvare dalla distruzione il patrimonio liturgico che lo stesso Ratzinger tanto amava e coloro che pretendevano precisamente la sua distruzione.

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