Se qualcosa di buono ci sta lasciando il conflitto con le consacrazioni della FSSPX è il promemoria di quale senso abbia tutto questo: salus animarum suprema lex. Né il clima, né Trump, né l’Iran, né l’intelligenza artificiale, né i cayucos. La salvezza delle anime. Il superiore Davide Pagliarani lo sta spiegando in diversi forum con una chiarezza che, qualunque sia l’opinione sulle consacrazioni, pone al centro la grande domanda che la Chiesa ha smesso di porsi nella sua prassi ordinaria. Siamo qui perché le anime si salvino o stiamo gestendo una struttura che ha perso di vista la sua finalità? Non è una questione retorica né identitaria. È una questione esistenziale.
Se dovessi prendere una prima decisione come Papa, non sarebbe aprire un dibattito teologico né riorganizzare dicasteri. Sarebbe imporre una pratica universale immediata: in tutte le messe del mondo si annuncerebbe all’inizio dell’omelia che il sacerdote rimarrà alla fine fino ad attendere l’ultimo fedele che richieda confessione e, in caso sia impossibile, si offrirebbe informazione del luogo più vicino o concordare un’ora il prima possibile. Non è rigorismo né nostalgia, ma coerenza basilare con ciò che la Chiesa afferma di credere da sempre: che il peccato mortale rompe la comunione con Dio, ci espone alla condanna eterna e che la confessione è il mezzo ordinario per recuperare la grazia. Se quello è vero, non c’è niente di più urgente che garantire che quel mezzo sia reale, visibile e accessibile.
Il problema è che quella catena oggi non funziona affatto. E non per rifiuto cosciente dei fedeli, ma per una combinazione di silenzio dottrinale e inaccessibilità pratica che ha svuotato la confessione del suo posto naturale nella vita cattolica. Non si predica sul peccato grave. Non si forma la coscienza con criteri oggettivi. E quando qualcuno vuole confessarsi, si trova nel novantacinque per cento dei casi a inseguire il prete per la sagrestia. In alcuni casi ci sono confessioni durante le Messe (con le limitazioni che ciò comporta) e sono eccezioni molto strane i templi in cui ci sono orari fissi disponibili di confessionale aperto. Il messaggio implicito è devastante: questo non è prioritario. E se non è prioritario, il fedele conclude che non è necessario, anche se nessuno gliel’ha detto esplicitamente.
A quella disarticolazione si aggiunge una seconda distorsione più sottile ma altrettanto efficace: l’assolutizzazione della “mancanza di coscienza” come criterio che finisce per neutralizzare qualsiasi riferimento oggettivo al peccato grave. È vero che per esserci peccato mortale si richiede conoscenza e consenso. Ma quella precisione teologica si è convertita nella pratica in una scusa generale che evita di affermare con chiarezza che esistono materie gravi oggettive, e che, senza una formazione reale della coscienza, l’appello costante alla soggettività non genera misericordia, ma indeterminazione. Il risultato è prevedibile: nessuno si riconosce in peccato grave. Nessuno percepisce la necessità di confessarsi. E tutti comunicano, non per malafede, ma perché si è eliminato il quadro che permetteva di discernere.
I dati confermano che non si tratta di un’impressione, ma di una mutazione strutturale. Le indagini di Pew Research negli Stati Uniti dicono che meno di uno su quattro cattolici si confessa almeno una volta all’anno e quasi la metà non lo fa mai, persino tra coloro che assistono alla Messa regolarmente. Questo indica che la disconnessione tra Eucaristia e penitenza non è più marginale, ma sistemica. E tuttavia, là dove la confessione si facilita in modo chiaro, accessibile e costante, la gente accorre. Questo smonta l’idea che il problema sia un rifiuto del fedele moderno. Ciò che c’è è disuso, mancanza di abitudine e assenza di strutture che lo rendano possibile. Per questo la questione non è se la confessione sia importante, ma se la Chiesa sia disposta a organizzarsi davvero intorno a ciò che dice di credere. Perché se il fine è la salvezza delle anime, la scomparsa pratica del sacramento che restituisce la grazia non è un problema in più. È il sintomo più chiaro che si è perso il centro.