La Conferenza Episcopale Spagnola, insieme a Cáritas, CONFER e la rete REDES, ha sostenuto la regolarizzazione straordinaria degli immigrati promossa dal Governo di Pedro Sánchez. Non si tratta solo di un appoggio prudenziale a una misura concreta: il comunicato la presenta come “una esigenza inerente” alla missione della Chiesa e come “espressione coerente del Vangelo nella vita pubblica”.
La Chiesa ha sempre insegnato che il migrante deve essere accolto, protetto e accompagnato. Questo non è in discussione. Ma convertire una politica concreta —in questo caso, una regolarizzazione di massa— in esigenza evangelica pone un problema di fondo. Non perché l’intenzione sia discutibile, ma perché il salto tra principio morale e decisione politica non è automatico. Tra entrambi c’è un ambito proprio: quello della prudenza.
Il comunicato presenta la regolarizzazione straordinaria come risposta a una situazione reale di vulnerabilità. I dati forniti dalle stesse entità lo mostrano: esclusione sociale, difficoltà di accesso a diritti basilari, dipendenza strutturale.
Ora, la questione non si esaurisce in quella diagnosi. La domanda non è solo quale problema esiste, ma quale soluzione lo risolve senza generarne altri. La politica migratoria non si limita all’accoglienza immediata. Colpisce la coesione sociale, la capacità di integrazione e la credibilità delle stesse norme.
L’esperienza recente obbliga a introdurre una sfumatura che il comunicato non raccoglie. Le decisioni politiche e i messaggi pubblici hanno conseguenze. Quando si trasmette l’idea che la regolarizzazione sia l’uscita naturale dall’irregolarità, si corre il rischio di rafforzare un effetto chiamata che spinge migliaia di persone verso rotte sempre più pericolose. Non si tratta di un’ipotesi teorica, ma di un fatto constatato in diversi contesti europei. Ignorarlo non protegge il migrante; lo espone.
A questo si aggiunge un altro elemento che conviene segnalare con chiarezza. L’approccio adottato tende a presentare l’immigrazione irregolare in termini esclusivamente umanitari. La realtà è più complessa. Dietro ogni traversata ci sono reti di traffico, sfruttamento e, in non pochi casi, morte. Ridurre il fenomeno a uno schema di accoglienza senza considerare queste dimensioni conduce a una visione incompleta che finisce per essere ingiusta con chi soffre le sue conseguenze.
Per questo risulta problematico identificare una misura concreta con il Vangelo. La dottrina sociale della Chiesa non impone soluzioni tecniche uniche. Riconosce il dovere di accogliere, ma anche il diritto degli Stati di regolare i flussi migratori in funzione del bene comune. Tra entrambi i principi c’è uno spazio legittimo di dibattito. Presentarlo come chiuso non rafforza l’insegnamento della Chiesa; lo indebolisce.
La questione non è se si debba aiutare il migrante. La questione è come farlo senza sacrificare la verità sulla realtà né convertire in imperativo morale ciò che appartiene al giudizio prudenziale. Quando la carità si separa dalla prudenza, smette di essere pienamente cristiana. E quando la Chiesa identifica senza sfumature la sua voce con una politica concreta, corre il rischio di perdere la distanza necessaria per illuminare, invece di accompagnare, le decisioni del potere.
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